La sbriciolata esistenza di una donna

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Copertina_IaschiOccupandomi della presentazione del libro di Giuliana Iaschi, L’amore amico e altre storie, che si sarebbe svolta nella Casa internazionale delle donne di Trieste, chiesi all’autrice se fosse stata d’accordo di essere presentata come solo ‘scrittrice’, oppure, ‘scrittrice triestina’. Lei ha optato senza esitazioni per l’aggettivo triestina. Ed ha avuto ragione. Nel suo libro la città di Trieste si riverbera nei percorsi dei protagonisti segnando i reticolati di strade e quartieri, quelli più in vista, le rive, le piazze, i parchi, e quelli più nascosti dei quartieri popolari di Città Vecchia dove s’affacciano le finestre sui cortili disadorni. Immerse in questa topografia della città le pagine del libro annunciano anche una sottile impronta basagliana che rivela la profonda conflittualità che vivono alcuni personaggi confrontandosi con la perdita di contatto con la realtà, ossessioni, cedimenti e sofferenze.

Vi è una soffusa triestinità anche negli ambienti interni, nelle abitazioni di una piccola borghesia ormai in decadenza, se non per altro, per il solo fatto biologico. Non è un mistero che la città sia esposta ad un forte invecchiamento demografico e le persone che vivono sole, o le coppie anziane che escono dalla penna della Iaschi, si muovono nei lunghi corridoi con i pavimenti odorosi di cera, nelle stanze in penombra colme, vetrine con centrini immacolati, specchiere e pendole che scandiscono il tempo, e le ribalte coi velieri sottovetro per testimoniare l’anima marinaresca di un glorioso passato. Ed è qui, in questi ambienti famigliari che si svegliano in pigiama i personaggi dei racconti, nelle cucine borbottano le cuccume, sfrigolano i soffritti misti alle ventate di scirocco diffondendo i profumi di una volta, come di quei biscotti al kümmel che solo qui, a Trieste, potevano essere sfornati.

Ed è per l’ossessionato senso di pulizia che nel racconto Il parquet di rovere, l’anziana sostenitrice dell’uso dei pattìni sul parquet incerato e lucido, si tramuterà in eroina del giorno, meritevole di aver fatto catturare il serial killer delle signore anziane. In questi appartamenti si consumano le giornate di collaudata abitudine di coppie che non hanno niente da dirsi, che fanno l’amore esclusivamente di sabato, finché lui non comincerà a prendere la cattiva abitudine, di sparire il martedì, solo ed esclusivamente il martedì… A questo punto il racconto prenderà la sua piega poliziesca di pedinamenti e vendette che, come scrive Marina Silvestri nella prefazione del libro, squarcerà il velo della routine e della pigrizia affettiva.

Iaschi ci sorprenderà con le svolte finali inattese, alle quali non di rado scappa un morto. Risultato anche della sua vena di giallista con cui ha esordito e consolidato la sua presenza letteraria. Questo però non è un  libro ‘giallo’. Già per l’accostamento di 11 racconti e un romanzo breve, è un libro atipico per l’autrice e per i suoi fan. Esso delinea un approccio narrativo nuovo, del tutto personale. Il collante solido tra le forme letterarie diverse sarà il filo dei destini delle donne, la loro quotidianità colma di adattamenti al grigiore delle abitudini imposte, alle bugie, tradimenti, solitudini, parlerà di donne che si rifugiano nell’illusione di un ‘amore’ estorto da amanti spregiudicati, di fasulli castelli di carta che crollano, di sottomissioni che solo nei sogni riescono a rovesciare e sfuggire al rapporto di dominio e di umiliazione. Al risveglio però non rimane loro che la scelta di un volo nel vento, finalmente libere.

L’universo narrativo di Iaschi è abitato anche da donne astute, misteriose, perfide, maligne, vendicatrici… E ci sono pure gli uomini che sognano un risveglio altrove, coraggioso, dove sarebbero capaci di mollare tutto, salutare e andarsene via, dimenticare i rituali decennali con cui inizia la loro giornata, sempre la stessa, sempre colma delle stesse parole vuote, «Ti sei svegliato Ernesto? Che tempo fa?» e i rientri dall’ufficio, sempre lo stesso, con l’ombrello lasciato sgocciolare sul pianerottolo… Gli stessi gesti ripetitivi nel togliersi il soprabito, infilare le pantofole, «cambiare l’abito con quello comodo di casa e finalmente rilassarsi col giornale in mano nella sua poltrona personale, quella di destra, l’altra era riservata al fondoschiena della sua cara moglie». Anche gli uomini sognano altri risvegli e solo per un pelo, non ce la fanno. Non rimane loro che riprendere a rispondere: «Sì cara. E oggi è bello».

 I racconti scorrono con andature solide e ritmi giocosi, ricchi di inganni inaspettati, obbligando il lettore ad abbandonare ogni previsione certa e desistere dai tentativi di collocare questa autrice tra le correnti letterarie predefinite, nonostante il sapore del giallo non manchi.

Il pilastro del libro è il romanzo breve che presta il titolo all’intera opera: L’amore amico. Si tratta di un quadro articolato di rapporti famigliari sgretolati, un matrimonio fallito, una relazione che non sa tramutare quel ‘forse’ in un progetto vero, vitale, un rapporto tra madre e figlia che raggiunge l’apice della comunicazione tramite le lettere, che non sa affrontare la bugia… Personaggi impastati dalla non comunicabilità, fissi nella loro modesta vita senza condivisione, entusiasmo, passione. Impegnati nei «gesti di sempre, per continuare a vivere…»

Luisa – Leo – Giulia – Marina, più un ex marito despota, rude, vendicativo, cattivo, presto cancellato dalla scena, ma sufficientemente abile per captare il rapporto con la figlia da cui Luisa, la madre, è esclusa. Padre e figlia, uniti. Questa esclusione e il tentativo del suo superamento, sarà uno dei moventi forti della narrazione che non potrà aggirare l’effetto collaterale che accompagna l’eterna punizione inflitta alle donne: il senso di colpa. Per il loro scarso senso di maternità, «l’istinto materno è un invenzione, un inganno. Io almeno, non l’ho avuto. Eppure non desidero che il suo bene…» . Oppure per altro, per uno sbaglio, per un gesto di libertà non consentita, per la lotta per la propria autonomia, per il proprio lavoro… “Io non potevo più vivere con lui, e se avessi rinunciato al mio lavoro mi sarei messa per sempre nelle sue mani”, confesserà Luisa consapevole di quell’atroce ricatto dell’uomo che “mi fece una proposta: se avessi lasciato la scuola ‘seduta stante’, ricordo con esattezza le sue parole, lui sarebbe stato disposto a perdonarmi; in caso contrario, dovevo ‘pagarne le conseguenze’.

Ed è proprio qui la sorgente chiara di questo romanzo, l’intento della donna di non lasciarsi soggiogare al ricatto, di non mettere in dubbio il proprio ruolo professionale, l’impegno pubblico, lo spazio dell’esistenza relazionale con il mondo, in questo caso l’universo-scuola. Di assumersi la piena responsabilità. Luisa insegna in un Istituto superiore di Trieste, ha un ottimo rapporto con le giovani generazioni che le restituiscono il rispetto e il riconoscimento, anche dopo anni. L’intreccio del personaggio letterario e quello dell’autrice si rafforzano in questo preciso punto, Giuliana Iaschi ha insegnato tutta la sua vita lavorativa nella scuola e sa cosa dice quando fa pronunciare alla protagonista, alla quale piace insegnare «anche a scalmanai come questi»… E, considera che siamo la parte dei docenti  cosiddetta impegnata!

L’amore per l’insegnamento rappresenterà l’unico stabile rapporto dell’esistenza di Luisa. E’ lì che l’intermittenza del cuore di una prof. pulserà con sensibilità e freschezza, ed è lì che lei cercherà l’equilibrio e il coraggio che fuori dalle mura scolastiche le sfuggono. Quel ‘fuori’ sarà anche fisico; Luisa s’affaccia spesso alla finestra, osserva un mondo che scorre altrove, apre e chiude le imposte, spia la vita da cui è esclusa, ma è lei stessa soggetto attivo di un’autoesclusione consapevole. E’ ancora lei che agisce in modo da accentuare la stretta della solitudine. Il raggio verde, come nel film di Rohmer, quel brevissimo istante che annunciava un amore desiderato, elevato, che aveva catturato un tempo ormai remoto con il compagno, lo stava cercando ora da sola nei tramonti che incendiano il cielo e il mare in un orizzonte ormai definitivamente irraggiungibile.

Si troverà estranea alle allegrie altrui, ai discorsi, sguardi, attenzioni e tenerezze che sì, arrivano sfasati e dopo infatuazioni di lui e storie di altre donne, ma arrivano sinceri mentre la trovano risucchiata dai fraintendimenti, incapace di lasciar maturare l’amore in sé, quello che lei troppo spesso confonde/va con il bisogno di essere consolata.

La sbriciolata esistenza di questa donna, i frammenti che non si ricompongono più nelle sue mani e neppure nel cuore, nella testa, parlano di qualcosa di più sottile di un amore-non amore faticosi su cui Giuliana Iaschi riflette in questo libro, offrendo al lettore molteplici significati di relazionalità tra i generi. Parla di quel momento fuggente che non è solo un fenomeno ottico prodotto dal sole al tramonto sul mare, ma è un istante dell’esistenza che consente di vedere dentro se stessi e di leggere nel cuore della persona che si ama. Sarà elusivo, irreale, oppure sarà afferrabile se solo si abbandonasse quel ‘forse’ e si azzardasse a cambiare il punto panoramico dal quale osservare il tramonto? Di questo il libro tace.  Ma di questo ci chiede.

 


 

Giuliana Iaschi, L’Amore amico e altre storie, Hammerle Editori, Trieste, 2013, 197 pagine, 15 euro

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