Siamo fatti delle nostre storie

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La speranza non è un soggetto/non è una teoria./ E’ una dote.”

È il verso di una poesia che nel romanzo Nel blu tra il cielo e il mare affiora nella mente di Nur ascoltando Jamal che dice “la gente trova ancora la forza di credere ai miracoli in questo maledetto posto”. Il romanzo è di Susan Abulhawa,scrittrice palestinese già autrice di Ogni mattina a Jenin (2011), che nel 1967 fuggita nel 1967 con la famiglia dopo la guerra dei sei giorni e in seguito si è stabilita  in seguito negli Stati Uniti dove diventerà medico.

Il verso condensa e restituisce in tutta la sua verità la forza con cui le donne del vento arabo, in questo caso vento palestinese, riescono ad emergere ciclicamente e in modo epico dalle invasioni e dalle macerie dei loro quartieri bombardati dagli israeliani; a riprendere e cadenzare la quotidianità “al ritmo di quel corroborante lavoro giornaliero, tra la costanza di preghiere irreggimentate, sepolture seriali, di cadaveri, poetici canti coranici , il riunirsi di famiglie e vicini di casa, conversazioni, lacrime e giochi di bambini”; a ripristinare le case e ripulire “le lastre d’ardesia dei tetti”.

Susan Abulhawa racconta di loro e della “flessibile resistenza” tipica delle donne che vivono in situazioni patriarcali. Nel blu tra il cielo e il mare è una saga familiare che vede protagonisti quindici personaggi e forse più, in maggioranza donne, spaziando in oltre mezzo secolo di storia e due continent. La storia è vista, o meglio, immaginata attraverso gli occhi di Khaled, un adolescente di 10 anni “con un ciuffetto di capelli bianchi tra la chioma scura”. Come molti suoi coetanei è colpito dalla sindrome “locked in”, che lo tiene prigioniero del suo stesso corpo, a seguito dello shock subito durante un’esplosione che bruciò Gaza. Kalhed vive sospeso nel blu, tra il cielo e il mare dove non ci sono nazioni né soldati, e comunica con l’esterno attraverso la chiusura e l’apertura delle palpebre. Un adolescente che viene da molto lontano, legge il passato e parla con Sulayman, il ginn, come faceva la prozia Mariam, la pazza, che aveva predetto “le intenzioni dei pacifici vicini che abitano nel kibbutz “ai quali hanno insegnato a coltivare la terra”. Kalhed incontra Mariam per insegnarle a leggere in riva al fiume Suqreir che attraversa Beit Daras, un piccolo paese rurale a sud della Palestina da cui i palestinesi furono cacciati per rifugiarsi nella striscia di Gaza.

Khaled, come Mariam, è convinto “che esistono verità che sfidano altre verità e spingono il tempo a ripiegarsi su se stesso”. A proposito del tempo, argomento ricorrente nei suoi testi, l’autrice ci informa che su Beit Daras si affacciavano i ruderi di un castello costruito su una roccaforte eretta oltre mille anni prima da Alessandro il Grande. Perché la storia della Palestina è antica di tre mila anni ma è come se il tempo si fosse cristallizzato. Per molti palestinesi l’orologio si è fermato nel maggio del 1948, data della nakba, la catastrofe, e della dichiarazione della nascita dello stato d’Israele, dice l’autrice in una intervista. Il tempo è stato profondamente distorto al punto da essere usato come arma di guerra da Israele per lanciare un infinito “processo di pace”. Le persone hanno continuato fino a oggi a vivere dei loro ricordi ma poichè nessuno può esistere nel presente senza conoscere il passato, le proprie radici, la memoria è il luogo della lotta e dell’identità. Il libro nasce da questo, “dal bisogno di essere riconosciuti, di dare un senso delle nostre radici”.

Il compito della memoria è affidato a Nur, figura autobiografica che porta luce nel suo nome; un’esule vissuta presso diverse famiglie e la cui vita “riprodusse appieno quel che significa essere spodestati, diseredati, ed esiliati”, ovvero “vivere alla mercè degli altri”.

La incontriamo che vive nella Carolina del nord. Del suo passato ricorda solo le storie raccontate dal nonno Mamduh Baraka perché, le spiegava, “siamo fatti delle nostre storie” e quando tutto ti viene tolto non rimangono altro che le storie. Nur vede i colori allo stesso modo di Mariam dalla quale ha ereditato gli occhi spaiati, uno verde e l’altro marrone. Lavora come psicoterapeuta aiutando gli adolescenti che hanno subito stupri o maltrattamenti perché “tutte le donne ferite come noi scelgono un lavoro che le porta a cercare di rimettere in sesto gli altri” le dice la sua tutrice Nzinga che attraverso un video le farà conoscere il caso di Khaled invitandola ad occuparsene. E Nur parte alla volta della Palestina per tentare di salvarlo.

Saranno gli occhi spaiati che Nur corregge con delle lenti a contatto a farle scoprire le sue radici, che lei è la nipote di Mamduh, bisnonno di Kaled. Imparerà a lavarsi usando un piccolo secchio per il bucato e a fare a meno dell’elettricità.

In suo onore le donne della famiglia organizzeranno una hafla, una festa sulla spiaggia, “perché la vita è magica e ci offre sempre una seconda opportunità”, dirà Nazmiyeh, una delle protagoniste, e le altre risponderanno che una bella hafla è la migliore medicina per sopravvivere in quella prigione in riva al mare. “Ci prendiamo la libertà a modo nostro. Quei figli di satana dei sionisti non possono imprigionare la nostra gioia”.

Di Nur, Kalhed dirà: “non aveva radici da nessuna parte, era selvaggia e completamente smarrita. Non ho mai visto una solitudine più devastante. A volte me la trasmetteva e dovevo andarmene e lasciarla lì a parlare con un corpo vuoto”. Il suo, da cui presto Kalhed prenderà commiato per ritirarsi per sempre nel blu/ Tra il cielo e il mare/ Dove il tempo si ferma/ E noi siam l’eternità/ Che scorre come un fiume.

Susan Abulhawa, Nel blu tra il cielo e il mare, traduzione di Silvia Rota Sperti, Feltrinelli Milano 2015, 331 pagine, 16 euro

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, traduzione di Silvia Rota Sperti, Feltrinelli Milano 2011 390 pagine 17 euro

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