In solitudine pressoché assoluta di Clara Sereni IL MIO PRIMO LIBRO

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Iniziamo oggi la pubblicazione degli articoli per la rubrica IL MIO PRIMO LIBRO che vede SIL e LETTERATE MAGAZINE strettamente legate in un’iniziativa curiosa e interessante. Come è andata la storia della pubblicazione del tuo primo libro? Per saperne di più leggi l’articolo in cui Silvia Neonato, direttrice di LETTERATE MAGAZINE spiega tutto. 

di Clara Sereni 

Il primo racconto lungo lo scrissi in solitudine pressoché assoluta. Pensando di essere molto innovativa, usando un linguaggio “da presa diretta” e altri trucchi che mi sembravano tanto innovativi ed erano, più che altro, molto sciatti.
Lo lesse la mia migliore amica, che all’epoca si occupava di critica letteraria, e decretò che avrei dovuto riscriverlo da capo a fondo. Col senno del poi aveva del tutto ragione, ma allora mi sembrò soltanto che non capisse.
Lo diedi da leggere allora a Mario Socrate, poeta critico ispanista e molte altre cose, e invece lui trovò che il colpo di scena finale, in cui una grigia colf si trasforma in uno splendido extra-terrestre, valeva la pena. Disse che lo avrebbe mandato a Cesare De Michelis per la Marsilio, e io ne fui contenta.
Con De Michelis ci conoscevamo per le “Giornate del Cinema italiano” che poco tempo prima avevano fatto da contraltare “di movimento” all’imbalsamata Mostra del cinema di Venezia. Lo lesse, mi telefonò, mi disse che dentro non ci aveva trovato i segreti del ciclostile per i quali ero famosa. Intendeva pubblicarlo, a patto che lo allungassi un po’, e diventasse un romanzo. E romanzo fu, “Sigma Epsilon”. Ne disegnai anche la copertina.
Avevo sempre avuto accoglienza al primo colpo (una mia storia di bambini era stata per esempio pubblicata da Playmen, e mi avevano perfino pagata), dunque – con un bel po’ di supponenza  -registrai soltanto il proseguimento della mia vicenda letteraria. Vantandomi un pochino, quando capitava, del fatto di pubblicare a soli 28 anni (era il 1974) il mio primo libro.
Non avevo la minima idea della differenza fra stampare un libro e pubblicarlo, farlo girare. Infatti c’era in un’unica libreria a Roma, quella di Remo Croce. Non c’era nemmeno alla Libreria delle Donne, quella storica di via della Stelletta, vicino alla quale abitavo. Un giorno, dopo l’ennesima ispezione silenziosa, mi feci coraggio, e chiesi a chi era lì se avevano trovato il libro così brutto, visto che lì delle donne c’era praticamente tutto e io no. Venne fuori allora che proprio non lo avevano mai visto, non ne avevano neanche avuto notizia, anzi non conoscevano nemmeno la collana. Dopo quella mia segnalazione, in effetti, il libro da loro apparve.
Non capivo. Mi sembrava strano che un editore pubblicasse un libro per poi rinunciare in partenza a venderlo. Qualcuno poi mi spiegò che i titoli in catalogo – quanti più possibile – servivano per ottenere maggiori e migliori crediti dalle banche, e dunque in molti casi non c’era alcun interesse a diffonderli. Ero praticamente rassegnata al silenzio quando, una mattina, un amico mi telefonò con voce giuliva, annunciandomi che il libro era candidato al Premio Viareggio opera prima: l’aveva letto su Paese sera.
Non ci potevo credere. Scesi le scale a precipizio (erano a chiocciola, con gradini alti, quattro piani, dunque rischiai davvero di precipitare), il giornale acquistato di furia mi confermò la notizia.
Allegrissima, telefonai al responsabile dell’ufficio stampa, per condividere con lui la buona notizia che proprio non sapevo da dove originasse. Lui mi accolse a urli, spiegandomi come qualmente quella mia candidatura (di cui mi riteneva responsabile, benché davvero io non ne sapessi niente) andasse a scompaginare accordi già presi, per cui Tizio avrebbe dovuto vincere qui, Caio lì, Sempronio da quell’altra parte… Più o meno mi buttò giù il telefono in faccia, lasciandomi totalmente di stucco (Seppi poi che la segnalazione era venuta da Cesare Zavattini. Comunque era l’anno di “Padre padrone”, e non avevo alcuna possibilità).Ricordo che ero seduta sul letto, con le gambe – chissà come mai – stese irrigidite davanti a me, e che per un po’ non mi riuscì di riportare i piedi a terra. Mi occupavo da quasi dieci anni della cosiddetta industria culturale, ma in quella reazione di industriale non riuscivo proprio a capire cosa ci fosse (in verità non ne capisco quasi niente neanche adesso, a poco meno di 40 anni di distanza. Se non che di “industria culturale” – si tratti di cinema, televisione, editoria – è largamente improprio parlare. Di “industria del divertimento” forse sì). Di quel libro furono vendute meno di 400 copie: neanche i parenti e gli amici cari, praticamente.
Fu una gran botta, che poi si intrecciò con altri colpi del destino ben più complessi e dolorosi. Se fra il primo libro e il secondo passarono 13 anni non fu certo tutta colpa di quell’esperienza, ma certo la vicenda non mi aiutò.
Ho riletto “Sigma Epsilon” anni dopo, e l’ho trovato davvero troppo brutto. Altri anni sono passati, e sono riuscita a riraccontarmelo come creatura comunque mia, uscita dalla mia testa e dalle mie viscere. Di recente, mi capita ogni tanto di pensare che quasi quasi lo riscriverei. Se accadesse (cosa di cui comunque dubito), alla fanciullina gemebonda e suicida che ero poi io, che era protagonista del libro e incontrava l’extra-terrestre, quest’ultimo – in vesti maschili o femminili – sarei io. Perché, coi tempi che corrono, mi sento ad ogni giorno che passa più marziana, extra-terrestre, piovuta da un mondo che, con usi e costumi di quello in cui viviamo, poco e sempre meno ha a che spartire. (2013)

Leggi anche su Clara Sereni di Paola Èlia Cimatti  in Letterate Magazine

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