La vita è un dito e altre poesie

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Epigramma 2                    da Citta come (1964)

  •  La vita è un dito
  • in fondo al mio bicchiere.
  • Lo so. Non ti piace
  • che lo dica.
  • Non mi vuoi né limiti o fini
  • né malattia, tu – immortale.
  • E allora, vogliamo brindare
  • fino alla feccia col mio bicchiere?

1960

 

  • Quale ero
  •  A mano a mano quale ero ritorno:
  • una che va vestita come càpita,
  • contenta del poco, di rari
  • amici scontrosi,
  • una dispari
  • felice di bere alla brocca
  • della sua solitudine.
  • aprile 1963


  •  Epigramma 6
  • Ho posato sopra una pietra
  • il mio corpo geometrico ed allegro
  • di grillo, tra arroganti
  • granoturchi e girasoli.
  • Sono in pace
  • con la stagione
  • e non mi aspetto nulla.
  • luglio 1963

 

 

Pigiama                  da Un nero d’ombra (1969)

  • Ho comprato per la prima volta
  • un pigiama di azzurro sereno
  • orlato di Sangallo ed entre-deux.
  • Lussuoso! L’ho donato
  • al mio corpo famelico di lunghe
  • carezze autunnali, di caldo.
  • Dentro la felpa tenera e felina
  • gusto un quieto benessere di foglia
  • e il sonno sento per il buio piano
  • piano accostarsi
  • come un uomo fa
  • innamorato.
  • novembre 1963

La gatta

  • Col corpo lungo e stretto –
  • un boccone di tenebra – la gatta
  • appena entrata allarga gli occhi freddi
  • color chiaro di luna
  • e sillogizza
  • e trova un luogo, il più
  • caldo, il più
  • netto
  • di tutta la mia casa.
  • dicembre 1963

  • Epigramma VIII
  • Dopo tanto odio ti ricordo infine
  • con animo fraterno
  • e ti perdono
  • il bene che mi hai fatto.

  • 1964

  • Quel che è peggio
  •                Figurarsi. Fa un viaggio per l’Europa
  •     sicuro di trovarmi al suo ritorno.
  • Se ne va. Ma è sicuro – vi dico –
  • di ritrovarmi ancora quando torna.
  • E io stupida; stupida! risuono
  • come una cassa armonica per lui
  • infinite canzoni per lui
  • ispirate a rancore e indignazione.
  • E – quel che è peggio di tutto –
  • lo aspetto.
  • dicembre 1963

 

 

 

 

 

  • Terza media                da Poesie per un passante1969-1976 (1978)
  • La mia scolara della terza G
  • che arriva sempre tardi è perchè
  • si fa un netturbino ogni mattina.
  • Con quel diecimila lei si
  • compera
  • mutandine di pizzi sigarette
  • profumi sgarbati, ma nei bar
  • chiede una cioccolata, unico cielo
  • d’infanzia

 

  •  Il regalo
  •  Il regalo più bello io l’ho goduto
  • quella sera che un nonno contadino
  • alzò per me tremando una gran secchia
  • di tremante acqua gelata. Dentro
  • si agitava una luna frantumata

  • Uomo
  •  Le corte cosce grasse spalancate
  • gli occhi sciapi sporgenti
  • in due reticelli di vene
  • e – quel che è peggio – il collo
  • dopo un’impari lotta con le diete
  • definitivamente scomparso,
  • eppure anche costui piacque e per qualche-
  • duna fu il primo, ebbe la rosa

  • Coltello
  •  Me ne vo con un gran coltello infisso
  • nel petto, il manico fuori.
  • Me ne vado tranquilla e bianca. Un vigile
  • col fischio mi richiama: – Il coltello,
  • mi grida, il coltello!-
  • Par proprio che la lama
  • superi le misure della legge.
  • Così mi fermo e pago
  • l’ennesima contravvenzione

  • Epigramma per verme
  •  Un verme tranquillo e bavoso
  • d’un roseo infantile fa il traghetto
  • del viale.
  • Mi domando perché poi
  • mi faccia quasi tenerezza… Ah, sì:
  • è perché ti assomoglia, mio diletto

  • Vivere è
  •  Vivere è non sapere le ragioni.
  • Dopo un silenzio da contarsi a mesi
  • o anni, questa sera
  • ho una cena ridente affollata.
  • Al vino amaro si riscalda, a belle
  • donne, alle rose alte la cena.
  • Seduta accanto a lui, commensale adulato,
  • mi sento al sole. Affilo le mie spade
  • per la prima apertura di guardia.
  • Vivere è tutti i giorni cominciare

 

 

  • Lieto fine                    da Ferragosto (1986)
  •  C’era una volta che mi innamorai
  • di uno sino a conviverci.
  • Ma lui cercava una perpetua rissa
  • e applausi femminili al suo nome
  • e l’affannata attesa per ognuno dei suoi ambiti ritorni.
  • Ora il suo battelletto se n’è andato
  • lontano. In compagnia di un dappoco
  • oggi mi annoio. Eh, sì:
  • meravigliosamente mi annoio
  •  I due errori
  •  Primo errore vivere come se.
  • Questo il primo. L’altro più grande errore
  • è credere che mai ci imbatteremo
  • in ladri e in assassini
  • o in uno come lui, giuda di miele

 

  • Gabbiani
  •  Gabbiani blu gridano ai pesci ingiurie
  • parolacce. Gridano in Gabbiano
  • ai pesci: ehi, voi! ehi, voi!
  • Ci si buttano sopra imprecando.
  •             Ultimamente i cieli
  • si erano fatti così muti che
  • perfino quest’ira dall’aria
  • sembra piacevole cosa se pure
  • atroce come la vita

 

 

  • La straniera            da Ultimo quarto (1990)
  •  Arriva la straniera. Non la lingua
  • il vestire o l’abito divide
  • lei dalle altre. La straniera ha sempre
  • una patria infelice sulle braccia
  • e se mai cerca, un luogo cerca, una
  • casa di dolci ombre

 

  • Le cose
  •  Ambiguità di tutte queste nostre
  • cose che ci vivono accanto
  • e finiscono per assomigliarci:
  • braccia hanno e gambe occhi lucenti moto
  • e in qualche modo il discorso: una traccia
  • assorbono continua dall’uomo
  • e quel che è tattile e tridimensionale
  • – la gravità e il disegno –le tiene strette a noi dentro lo spazio.
  • Nati in mezzo alle cose
  • noi viviamo affettuosi con esse
  • e quelle – le loro anime scure –
  • ci danno qualche pace
  • e prima o poi
  • ci fanno da specchio

 

da: Daria Menicanti, La vita è un dito. Tutte le poesie, a cura di Matteo Mario Vecchio, Ladolfi, Borgomanero (No) 2012, pp. 690, euro 30,00.

 

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