Lo stupore della parola nuova. Intervista a Kaha Mohamed Aden

Ho conosciuto Kaha quando partecipò al Laboratorio d’intercultura Raccontar(si):Genere, complessità, culture, organizzato nel 2003 dal Giardino dei Ciliegi di Firenze e dalla Società italiana delle letterate a Villa Fiorelli (Prato). Da allora restò una affezionata fiorella, (come ci chiamiamo tra chi ha frequentato i corsi), ed è nato uno scambio/confronto affettivo e intellettivo, nella condivisione di scuole e nei convegni. In quel 2003 passò il padre a salutarla, Mohamed Aden Sheikh, chirurgo specializzato in Italia e dirigente politico nella Somalia degli anni Settanta, quando Siad Barre tentò una trasformazione della società con il “socialismo scientifico”: in prigione nel 1975, fu arrestato ancora nel 1982 e tenuto nel carcere speciale di Labatan Girow, fino al 1989. È morto di recente a Torino, dopo aver pubblicato La Somalia non è un’isola dei Caraibi. Kaha, il cui nome, ha raccontato, «è un omaggio a tanta libertà, agli anni sessanta» e significa «la luce del sole», nasce a Mogadiscio, vive in quel fermento politico finché non si tramuta in dittatura e riesce ad arrivare nel 1986 a Pavia, dove si laurea in economia, lavorando nel settore della mediazione interculturale, per cui il Comune le assegna il premio San Siro nel 2002. Dopo aver scritto in vari riviste, pubblica nel 2010 Fra-intendimenti con Nottetempo.

I racconti, per lo più inediti, della tua prima raccolta, Fra-intendimenti, si muovono fra la Somalia, lasciata nel 1986, e l’Italia, fra le attuali guerre dei clan e il colonialismo italiano, fra la frontiera di carta del permesso di soggiorno e le storie della bertuccia parlante: se ti definisci una “cantastorie alle prime armi”, in realtà sei una affabulatrice che riesce a coinvolgere in una lettura graffiante sul mondo. Spiegaci il significato della scrittura per te.

«Quando sono arrivata in Italia, come capita a molti stranieri, non mi ero portata dietro, per quanto piccola sia, la mia  storia personale. Sembrava che fossi nata al momento del mio arrivo. Questo essere spoglia di quella pelle che ti colloca in un contesto preciso con una sua storia e uno stile proprio, per un po’ mi ha reso euforica come se il mondo per me iniziasse daccapo. Più tardi, con l’inizio della guerra in Somalia, ho realizzato, anzi mi dava dolore, assistere al connubio tra il vuoto creato dal disinteresse da parte delle istituzioni italiane e internazionali, e la fretta con cui hanno provato a riempire quello spazio gli ex tirapiedi del dittatore, “salvatori” del popolo poi signori della guerra. L’atteggiamento di baldanzosa estraneità nei confronti della Somalia da parte del mondo in cui vivevo e la fame ingorda di manipolare il passato a loro favore da parte dei signori della guerra sono tra le cose che danno significato a quello che scrivo»

La tua formazione scolastica avviene, a differenza di altre autrici provenienti dal Corno d’Africa che scrivono in italiano, nel periodo del socialismo, nella scuola pubblica somala, ed incontri l’italiano solo quando arrivi a Pavia: è forse per questo che nelle tue storie ricorre il confronto/scontro con la lingua italiana, nella non comprensione di certe parole?

«Sì, faccio parte di quella generazione che ha studiato nella scuola pubblica somala, dove tutte le materie, tranne le  lingue straniere (inglese e arabo), erano scritte in somalo. Quindi, a parte la facoltà di economia a Pavia, la formazione non l’ho avuta in italiano. L’italiano lo sentivo quando in casa arrivava qualche amico dei miei genitori oppure al cinema. Con questo mio insistere sulla non comprensione di certe parole, che nei racconti capita anche ai personaggi italofoni, volevo esaltare le responsabilità di quelli che di fronte ad una scelta tra intendere e fra-intendere, preferiscono la seconda. No, la non comprensione di certe parole non mi porta ad ingaggiare scontri di nessun genere anzi mi regala stupore  e inoltre mi esalta. Ecco, una nuova parola con cui giocare, senza chiedere il permesso a nessuno. Per me l’italiano è un territorio verso il quale andare».

La tua scrittura contamina l’italiano, non tanto con termini stranieri, quanto con un’area semantica, spaziale e affettiva che rimanda ad altri ritmi, ad altri immaginari: appare così segnata dal modo di narrare proprio della tradizione orale, un intreccio con favole animistiche e modi di dire che attraversano ed interrogano la Storia. Parlaci del nesso fra oralità e contro-narrazioni.

«Sono cresciuta in una casa dove si sperimentava di abbinare con cura quello che succedeva nel mondo -il socialismo, la modernità- con la tradizione nomadica oppure, all’interno della Somalia, tra urbanizzati e non. Per esempio una volta all’anno nelle vacanze scolastiche i miei ci mandavano quasi tre mesi nell’entroterra del paese. Per passare delle belle vacanze, certo, ma anche per non avere soltanto il punto di vista dei ragazzi urbanizzati. Vacanze che a me non piacevano; a Mogadiscio avevo l’acqua corrente, la luce, il telefono, l’oceano, il cinema, gli amici, le feste, cose che mi scordavo in mezzo alla savana. Quindi, accompagnare i ritmi di un’area con quelli di altri spazi è una prassi che mi è famigliare. Nei miei racconti spesso parlo direttamente con chi legge. È una modalità della tradizione orale che vuole rendere attivo chi ascolta, azzerando lo spazio tra il narratore e chi lo ascolta. Chiamo in causa, come facevano i nomadi, chi ascolta a scrivere insieme a me. Dato che con l’arrivo degli immigrati le cose non possono rimanere come prima, mi piaceva condividere questa mia rendita che magari poteva tornare utile nell’immaginare come sarà l’Italia, prendendo in considerazione la partecipazione dei cosiddetti immigrati.

Ricorri spesso alle performance, come hai fatto al Laboratorio interculturale “Raccontar/si”, ricordo La valigia della zia nel 2005, e nel 2008 al Giardino dei Ciliegi con una proiezione di foto e canzoni, dal titolo La quarta via che poi, rielaborata, è diventata un video – dallo stesso titolo –  con Simone Brioni, nel 2009. Da cosa deriva questa esigenza di affiancare alla scrittura altre espressioni artistiche?

«Deriva da diverse questioni una delle quali è di considerare quel che faccio un territorio di incontro. L’incontro è più diretto nel caso delle performance. Questi incontri mi danno delle energie, idee, amicizie, confronti immediati. Così è successo con La Quarta Via. Simone Brioni, dopo aver visto la mia presentazione, mi aveva chiesto perché non farne un testo scritto, ma io volevo che rimanesse nella forma del racconto orale, aperto, di modo che altri potessero far affiorare dallo stesso racconto mille altre dimensioni di cui Mogadiscio era dotata. Simone ha colto quest’idea e mi ha proposto di fare un video documentario tratto dalla performance. L’abbiamo fatto insieme a Graziano Chiscuzzu, Ermanno Guida,  e Isacco Chiaf. Inoltre non è finita lì: il documentario è accompagnato da interventi di studiosi, scrittori/ scrittrici, come Ali Mumin Ahad, Antonio Maria Morone e Shirin Ramzanali Fazel. Come è successo con Simone, spero in un continuo sbocciare di lavori sull’idee di fondo dal racconto iniziale. Una delle quali per esempio: i somali come in passato erano stati capaci di apprezzare la ricchezza della differenza, cosa che i signori della guerra oggi non gradiscono e vogliono cancellarla dal passato, possono ancora ri-crearla, comunque reinventarla».

È il nero, il colore della pelle, a far emergere dalla clessidra del tempo la ‘faccetta nera’ delle canzonette fasciste, riaccendendo un sistema percettivo razzista di lunga costruzione, secondo la definizione dell’antropologa Paola Tabet: così attraverso l’ironia che inquieta le rappresentazioni collettive correnti, come quelle espresse dal camionista pronto a darti una pennellata color prostituta, costringi chi legge a vedere che la società italiana è fatta anche della storia coloniale, della sua rimozione in una democrazia che – con la destra e l’economia al potere- si sta sempre più svuotando. Quale significato, poetico e politico, ha per te l’ironia?

«Nei miei racconti spesso mi piace evocare situazioni tese che, come capita anche nella vita, sono apparentemente senza soluzioni. In quei momenti, nella finzione  o nella realtà, in cui si scornano i drammi della vita, per uscirne “viva” mi servo dell’ironia. Per me spesso l’ironia è uno strumento pungente per creare delle crepe in quei muri bui posti tra me e i mondi in cui presumo avere diritto di andare, lasciandomi inoltre la speranza che un’intelligenza generosa entri da quelle fessure. È anche un modo di mettere alcune questioni al loro posto senza lagnarmi né  prendermi troppo sul serio o pensarmi al centro del mondo. Comunque trovo, e questo mi piace molto, che l’ironia sia un bel vestito presuntuoso in cui agghindarsi per andare al ballo dei disonesti.

In un recente dibattito on line sulle scritture migranti, ho notato in giovani scrittrici come un’ansia di riconoscimento da parte di “chi più conta”, intendendo in tal modo i critici di giornali importanti, i media, i premi letterari. A mio parere essere citate a tali livelli non equivale a un attestato di bravura, in quanto si sanno i giochi perversi di potere e di interessi nei premi: credo invece che il riconoscimento venga soprattutto da chi legge con attenzione e curiosità conoscitiva, tu parli in un racconto di orecchie che abbiano voglia di ascoltare, che ne pensi?

«L’attenzione da parte di “chi più conta”, e anche di chi non ‘conta’, per me non è una cosa indifferente. Vorrei però sottolineare che, nel mondo dell’immigrazione, certi tipi di riconoscimento sono fondamentali e prioritari: basti pensare alla questione della cittadinanza. Il legislatore, “chi più conta” in questo caso,  ha messo un macigno  – il criterio ius sanguinis – tra gli immigrati, anche di seconda generazione,  e il riconoscimento dei diritti che suggellano la piena appartenenza alla comunità  italiana. Nel caso della scrittura, a differenza dei diritti di cittadinanza, penso che l’attenzione degli altri, che ‘contino’ o meno, sia una loro concessione e nei momenti in cui ho la fortuna di esporre quello che scrivo o penso è tutto mio l’onere di conquistare l’interesse altrui. Con questo non voglio dare l’impressione d’essere modesta: lo scrivo chiaramente nel racconto che hai citato. Infatti proprio lì sostengo che scrivo per trovare persone disposte a costruire con me la casa fatta di racconti e ascolti, e persino l’oceano indiano su cui i balconi di quella casa speciale si dovrebbero affacciare. Non avendo in quel momento niente all’altezza, concludo il racconto con però non si sa mai, si può sempre sperare, sono posseduta da demoni ambiziosi».

Nel racconto 1982: fuga da casa, i soldati irrompono nella vostra casa e tu cerchi inutilmente di avvicinarti al vostro cane “tutto sanguinante” che un militare col fucile t’impedisce di toccare: ne parla anche tuo padre nelle sue memorie, rievocando le discussioni familiari sul tenere in casa un cane, che la cultura tradizionale musulmana considera “impuro”. Sarà quel Buck che appunto nella notte del 1982, scrive tuo padre, cercò di  difendere la casa e la famiglia azzannando gli intrusi, finché non fu ferito dalla revolverata di un militare spazientito. Parlaci di questo momento così drammatico della tua vita in Somalia.

«Mi riesce difficile affrontare in una risposta la vicenda del cane. Per me è un momento che racchiude in sé tanti, complessi temi, tutti insieme: il costume, la religione, la politica, l’affetto di un padre. I berretti rossi sono entrati armati di notte. Si sono calati dal muro che circonda la casa. Erano muti. Ci hanno tenuti separati, me e i miei fratelli. Quando parlavano usavano l’imperativo. Hanno sparato al cane e quando sono andata d’istinto verso il cane ferito uno di loro compiaciuto mi ha consigliato di risparmiare il mio dispiacere per mio padre: l’hanno incarcerato quella stessa notte. Il gusto con cui questo mi dava quell’informazione terribile mi ha raggelata. Sono tuttora, dopo tanti anni, spiazzata dai fatti di quella notte a tal punto che per raccontarli ho voluto evocare una bertuccia che mi consolasse e mi desse una “ragione” di quei fatti. A quell’epoca, era raro, oserei dire praticamente impossibile, trovare un uomo pubblico come era mio padre che alla luce del sole, solo perché gliel’hanno chiesto i suoi figli, assumesse comportamenti non approvati dalla tradizione e dai conservatori, come tenere un cane in casa.

La Somalia, oggi, e le tue speranze.

«La Somalia è un paese che per più di venti anni ha subito una guerra civile. Una guerra che ha portato via non solo vite umane ma anche distrutto il tessuto culturale e sociale che teneva insieme la comunità. Oggi, l’ambizione di molti giovani sia della diaspora sia dell’interno (di)pende dal commercio. È tutto un business. Sappiamo tutti che è difficile che in un paese così avvilito, il commercio da solo possa ristabilire una piena cittadinanza per tutti: è anche vero, almeno spero, che il Contratto implicito nella pratica del commercio può innescare, nel lungo periodo, la necessità della Legge e quindi di istituzioni serie e credibili. I somali nel passato hanno trovato modi e pratiche per convivere fra di loro e con il resto del mondo. Visto che nel passato ci sono riusciti, io credo che anche nel futuro c’è la faranno. La mia speranza è riposta in quella capacità».

Kaha Moahamed Aden , Fra-intendimenti, Nottempo Roma 2010, 135 pagine 13 euro

Sheikh Mohamed Aden, La Somalia non è un’isola dei Caraibi,  a cura di Pietro  Petrucci, Diabasis Parma 2010, 324 pagine 19 euro

Paola Tabet, La pelle giusta, Einaudi Torino 1997, 220 pagine 15,50 euro

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One Comment
  1. itala vivan

    L’intervista a Kaha Aden è molto interessante, non solo per i temi sociopolitici e culturali che tocca, ma anche perché fa assai bene emergere l’atteggiamento di Kaha nei confronti della scrittura e l’apporto che tale scrittura deriva dalla tradizione orale e comunitaria della cultura somala. Grazie

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