"Scappo dalla parola identità".

 Gabriella Kuruvilla è nata a Milano da padre indiano e madre italiana, laureata in architettura, ha collaborato con diversi quotidiani e riviste prima di dedicarsi alle sue passioni: la pittura e la scrittura. I suoi quadri sono stati esposti in molte mostre, in Italia e all’estero. Ha attraversato spesso l’attività del Giardino dei Ciliegi di Firenze calamitando l’attenzione con i colori dei quadri e la forza delle parole: quest’anno alla Scuola estiva di Livorno ci ha coinvolto nelle sue storie di precarietà urbana.

Nella  narrativa sottolinei  l’incertezza dei confini legati alla pelle, il non sentirti a casa né nella terra d’origine del padre, l’India, né in Italia dove sei nata e vivi: se l’identità è una parola ‘avvelenata’ (Remotti) perché il veleno è nelle idee che può contenere  veicolando la dicotomia ‘noi/gli altri’, cosa rappresenta per te? Si possono ricomporre spaesamenti, dislocazioni e ricollocazioni per vivere la doppia radice come ricchezza?

«Scappo dalla parola “identità” come da altre, che mi hanno in qualche modo coinvolta, seconde generazioni” o “letteratura migrante”, per esempio. Definizioni che, spesso, servono per poterti collocare, come merce al supermercato, dentro uno scompartimento. Mentre la vita, come l’individuo, è continuo mutamento, non ingabbiabile. E, in realtà, l’unica etichetta che mi piacerebbe mettermi è quella su cui campeggia la scritta “prova a prendermi”. O, ovviamente, prova a catalogarmi. Non per voler fare, a tutti i costi, la ribelle. O forse, un po’, anche per questo. Essere figlia di padre indiano e madre italiana, vuol comunque e inevitabilmente dire essere risultato di due mondi, due culture e anche due colori diversi, che, sommati, non danno mai un risultato scontato. Non c’è, quindi, un 1+1=2 ma, al massimo, un 1+1=3: qualcosa di diverso, e d’inaspettato. Nel mio caso, questa condizione mi ha sempre portata, fin da piccola, a non sentirmi completamente parte, o aderente, a nulla. Ma a essere sempre sospesa, tra due diversità. Ci si trova dunque a camminare su un ponte, talvolta pieno di buche e di ostacoli, che può però rappresentare un’opportunità, e una ricchezza. Indagabile e raccontabile, anche, attraverso varie forme d’arte, che nel mio caso sono state, e sono, la scrittura e la pittura»

Il tuo esordio di scrittrice è del 2001 con “Madre chiara e noccioline”, sotto lo pseudonimo di Viola Chandra: vuoi raccontarci la storia di questa esperienza?

«Il romanzo, di matrice autobiografica, scritto alla fine degli anni ’90, racconta la mia storia, in maniera non lineare, come se fosse una lunga seduta di psicanalisi. Una parola tira l’altra, spesso giocando sulle similitudini e sui contrasti, passando da toni seri a quelli più ironici, ruotando intorno a un tema centrale, ovvero il rapporto conflittuale con sé stessi, i genitori e gli altri, che si esprime attraverso un sintomo, che nel mio caso è stato la bulimia»

Non desideri essere definita scrittrice ‘migrante’, per timore, credo, di essere ghettizzata, ma l’aggettivo, almeno per me, indica un’esperienza nomadica che attraversa il linguaggio, l’immaginario, aree semantiche e affettive, perturbando e interrogando chi legge. Ed il linguaggio che usi in Milano fin qui tutto bene, intercalando arabo, dialetto milanese, patois misto al napoletano, mostra infatti una lingua meticciata ed in evoluzione, come lo spazio metropolitano. Cosa ne pensi?

«Come dicevo, scappo da qualsiasi etichetta: “scrittrice migrante”, per me, è una di queste. Mi considero una scrittrice, o almeno spero di esserlo. E come tale mi interessa raccontare la società contemporanea, così come mi appare, nelle sue contraddizioni, complessità e varietà. I diversi linguaggi, intesi come idiomi, slang ma anche modi di dire, che possiamo ascoltare scendendo in strada, incrociando altre persone, ricadono nel mio romanzo, come voci reali, e credibili, dei protagonisti, che sono personaggi assolutamente inventati. Il loro modo di parlare diventa un tratto distintivo del loro carattere, e quindi del loro modo di esprimere pensieri ed emozioni. Che non potevano essere puliti, o omologati, scegliendo una lingua unica»

In questo libro in particolare, la città, abitata dall’ingiustizia e attraversata da divieti e conflitti, tuttavia costituisce una “parte preziosa, inalienabile della realizzazione umana” (Rykwert): i quartieri di cui parli sono al tempo stesso ghetti e zone di frontiera, ed i corpi che li attraversano, migranti e precari, sanno del divenire e delle emozioni, alludendo ad una convivenza da  inventare, dove donne e uomini cercano di ritagliarsi punti dì incontro, abitabili: a partire da quando, si chiede Perec, un luogo diventa veramente nostro? credi che alla città-fortezza si possono opporre i processi di appropriazione materiale e simbolica della città attraverso pratiche di ridefinizione dei luoghi ad opera dei migranti?

«Penso che qualsiasi luogo possa essere considerato tale quando diviene contenitore di vita: oggi, mentre molti italiani si chiudono nei loro appartamenti o nei loro locali, ghettizzando e impoverendo la socialità, sono soprattutto i migranti a vivere gli spazi pubblici, ovvero la strada, le piazze e i parchi, intendendoli non più come meri luoghi di attraversamento, quindi unicamente utili per andare da un posto all’altro, ma come spazi di sosta, dove la relazione con l’altro è ancora possibile e, spesso, imprevedibile, legata non solo alla scelta ma anche alla casualità. Così facendo, restituiscono a questi luoghi  un’anima che altrimenti c’è il rischio che vada perduta, e li rendono più “praticabili”: è infatti ovvio che una strada priva di persone, e di negozi, sia meno accogliente e più pericolosa di una che brulica di gente e di attività. A Milano, per esempio, sono stati proprio i migranti, rilevando molti locali commerciali che venivano chiusi e passando gran parte del loro tempo libero sulla strada, a ridare vitalità, ma anche varietà di colori, suoni, forme e odori, a una zona che stava lentamente, ma inesorabilmente, per morire: abbandonata sia dagli abitanti che dai commercianti»

Hai detto che è la letteratura a svelare le finzioni della maschera unica dell’immigrato, inducendo chi legge ad una posizione di ascolto, non di mera difesa o rifiuto. La letteratura odierna riesce ad assolvere a questa funzione?

«Ci spero. E, nel frattempo, ci provo. Per quanto riguarda la letteratura italiana, i libri che mi sono trovata a leggere in questo periodo parlavano, prevalentemente, d’amore. Erano opere che, si sarebbe detto un tempo, indagavano più il privato del politico. Come se bisognasse ripartire dal rapporto a due, prima di poter affrontare quello con gli altri, in generale. Al contrario, i romanzi stranieri che ho letto, tra cui Limonov di Carrère e La ferocia del cuore di Nair, pur non tralasciando  tutto il mondo legato ai sentimenti, d’amore e d’amicizia, raccontano, ampiamente, la società, e quindi anche la politica, del Paese in cui si svolgono le storie: in questo caso, la Russia e l’India. L’ultimo libro, in particolare, mi ha molto colpito proprio perché riesce a fare dell’India un ritratto spietato e sincero, ben distante dalla versione ‘spiritualmente esotica’ (spesso molto  falsa) che ci viene normalmente offerta. Strappa dunque una maschera, mostrando pezzi di realtà che non si vedono o non si vogliono vedere: permettendoti così di avere un rapporto più onesto e veritiero con l’altro, in generale».

Amo i tuoi quadri,  e sono contenta della compagnia del tuo “ IndianOil” mentre leggo e scrivo, anche per questo vorrei che tu approfondissi  il parallelo, che a volte citi, fra costruzione architettonica dei quadri e struttura del romanzo.

«Scrivere e dipingere per me sono due modi di esprimere pensieri ed emozioni. Diventano quindi, entrambi, delle storie: raccontate con le parole o con le immagini. Seguendo strutture precise, spesso simmetriche nei dipinti e circolari nei quadri, probabilmente dovute alla mia formazione. Tutte i miei lavori, di pittura o di scrittura, partono da bozzetti per poi diventare definitivi, e attraversano lunghe fasi in cui modifico e ripulisco, le linee come le parole, per arrivare a un segno (pittorico o letterario) che sia il più possibile semplice, incisivo, intenso e pulito»

I tuoi testi  svelano conflitti interni ed esterni in una società consumistica ed al contempo escludente che dilata la precarietà accrescendo lo sgretolarsi dei tessuti relazionali, un universo di rabbia, poesia e ironia: come interagiscono questi registri nella narrazione?

«Come nella vita: essendo immersa, in questo mondo, cerco di raccontarlo, con gli strumenti che ho: le parole e il disegno»

 

Gabriella Kuruvilla: Media chiara noccioline, Derive Approdi 2001 (pseud. Viola Chandra);

Partecipa al volume collettaneo Pecore nere, Laterza 2005 con “India” e “Ruben”; È la vita dolcezza, Baldini Castoldi Dalai 2008; Questa non è una baby-sitter, Terre di mezzo 2010 (per bambini/e); Milano, fin qui tutto bene, Laterza 2012.

 

Rykwert, Joseph, La seduzione del luogo, Einaudi 2003.

Perec, Georges, Specie di spazi, Bollati Boringhieri 2004

Remotti, Francesco, Contro l’identità, Laterza 2001

Nair, Anita, La ferocia del cuore, Guanda 2012

Carrère, Emmanuel, Limonov, Adelphi 2012

 

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestFacebooktwitterpinterest GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.
La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
Categorie