Le risate dell'indigena invisibile

silenzioNon è casuale l’incontro, avvenuto 20 anni fa in California, fra Raewyn Connell e Laura Corradi: la prima è considerata la più autorevole sociologa australiana, insegna all’Università di Sidney ed è nota al pubblico italiano per i suoi Maschilità (1996) e Questioni di genere (2011); Corradi, ricercatrice ed ex operaia, insegna studi di genere e metodo intersezionale all’Università della Calabria.

Sono entrambe attiviste femministe, impegnate in battaglie per la giustizia sociale e per l’ambiente ed entrambe criticano le scienze sociali convenzionali come unico modo per capire il mondo. Di recente è stato pubblicato un loro testo pensato a quattro mani che nasce proprio dalla consapevolezza dell’importanza di “imparare da culture antichissime, popoli che hanno sopravvissuto secoli di colonialismo, i suoi orrori, i nostri misfatti. Pensiamo che un’autoriflessione nelle scienze sociali sia necessaria e urgente per cambiare prospettiva e mettere al centro della nostra attenzione gli studi che provengono dalla ‘maggioranza del mondo’ e che mettono in discussione l’eurocentrismo di teoria, ricerca e metodologia. Come autrici vogliamo collocarci nel dibattito attuale, consapevoli che niente e nessuno è neutrale”.

Da questa premessa, metodologica e politica insieme, nasce Il silenzio della terra. Sociologia postcoloniale, realtà aborigene e l’importanza del luogo , titolo mutuato dal saggio di Connell introdotto e tradotto da Corradi che così ne spiega i vari significati: “ il primo riguarda la silenziosa presenza della terra in tutte le esperienze sociali anche se, come Connell sostiene, essa non cessa di essere importante, che noi lo riconosciamo o meno; il secondo riguarda il fatto che la teoria sociale non ne parla, così la terra sembra ‘silenziosa in teoria’; una terza interpretazione ci invita a pensare che la terra è muta perché ha subito processi violenti di silenziamento, richiamando alla memoria come la conquista della terra nel colonialismo abbia avuto aspetti raccapriccianti – di cui tendiamo a non parlare. Ma c’è anche un quarto significato: quello di un silenzio che non è assenza, un silenzio da ascoltare, denso di suggerimenti”.

Ed è proprio a partire da questi silenzi da riconoscere e ascoltare che Corradi ripercorre, nel suo denso saggio introduttivo, tutte quelle ipotesi interpretative – dagli studi postcoloniali alle teorie delle femministe nere, dalle riflessioni anticoloniali a quelle intersezionali, dalle discipline considerate seconde alle prospettive dal basso – che vengono messe ai margini dall’Accademia, perché ritenute marginali, minoritarie, o semplicemente non comprensibili: da qui anche lo sforzo di connettere la tradizione di studi subalterni e contro-egemonici con studi che provengono da altre modalità di pensiero indigene e che leggono in maniera diversa lo spazio e il tempo che abitiamo. È necessario, sostiene Corradi, “provincializzare i saperi dominanti, sottoporli a giudizio critico, guardarli con occhi diversi, cambiando prospettiva ed assumendo quella subalterna” e a riguardo racconta un aneddoto, a partire da sé: “durante i miei primi anni di docenza, per poter meglio introdurre nelle lezioni elementi di critica postcoloniale avevo inventato una figura retorica, la ‘presenza scomoda’.

Si trattava di una donna indigena che si aggirava nell’aula in forma non visibile e che mi sussurrava all’orecchio i suoi commenti, a volte sarcastici, su quanto insegnavo. Tale artifizio suscitava l’interesse e l’ilarità delle/degli studenti – pare che il riso aiuti i processi di apprendimento – e mi permetteva di sintetizzare in brevi battute le conoscenze apprese negli anni di studio e ricerca in California, le esperienze vissute presso diverse popolazioni del Messico (Chiapas e Oaxaca) e dell’India (Himachal Pradesh, Karnataka, Tamil Nadu) difficilmente traducibili nell’ambiente accademico nostrano. […]

Così l’indigena invisibile mi forniva l’opportunità di trasformare ricordi, concetti, critiche, ricerche, dibattiti teorici e metodologici in narrazioni inedite che appassionavano le/gli studenti e trasformavano la classe in un piccolo laboratorio di idee. I testi che usavo per spiegare i ‘padri della sociologia’ mi servivano come base, da ‘farcire’ con le incursioni teoriche della mia indigena invisibile, con i suoi racconti, convinzioni, giudizi, invettive, domande. Si tratta delle stesse questioni che a livello macro e in forma più elaborata oggi interrogano la sociologia globale: le sociologie del sud del mondo all’interno della sociologia dominante oggi rappresentano la ‘presenza scomoda’, la voce fuoricampo, l’imprevisto che irrompe negli schemi della Storia”.

L’eco dei femminismi è forte e attraversa tutto il testo, che a ragione è stato indicato come “un utile strumento per studenti, attivisti, per chi fa riferimento ai movimenti sociali di critica alla globalizzazione, dagli indignados ad Occupy Wall Street, per riuscire a capire quali percorsi intraprendere per decolonizzare il nostro modo di pensare, il nostro ruolo nella resistenza globale”.

Raewyn Connell, Laura Corradi, Il silenzio della terra. Sociologia postcoloniale, realtà aborigene e l’importanza del luogoMimesis Sesto San Giovanni 2014, 138 pagine, 14 euro

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