Come ho fatto a condurre una vita buona in una cattiva

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail

Succede che dei testi, come un sasso nello stagno, riaccendano il dialogo, a volte il conflitto, anzitutto con se stessi. Sono strumenti, nelle nostre mani, pronti ad essere “utilizzati” nella quotidianità della propria esistenza. In genere si tratta di pamphlet, agevoli e leggeri, da tenere in tasca. “Un libro che non è solo un libro”, come annota l’edizione Rosenberg & Sellier nella collana Gemme, lasciando non a caso alla fine del testo pagine bianche, “ancora da scrivere”.

A me è successo leggendo Dio è violent collana “gransasso” di Nottetempo (2012); Autorità, nella citata collana di Rosenberg e Sellier (2013), entrambi di Luisa Muraro; La persona e il sacro di Simone Weil, nella collana “Biblioteca minima” di Adelphi (2012).

Nei tre i testi si parla, per citarne alcuni, di giustizia e verità; del bene e della necessità contrapposti al male; di corpi e di diritti; di bisogni materiali e bisogni dell’anima; di democrazia e capacità di ascolto; di bellezza e di amore. Temi vitali quanto il respiro. Tutti e tre, in modo diverso affrontano il tema della “forza necessaria” per opporsi e resistere “senza distruggere e senza farsi distruggere”, “potente senza i mezzi del potere” (Muraro); una “forza soprannaturale” che “opera sotto l’apparenza dell’infinitamente piccolo” (Weil). Un tipo di forza di cui si ha un gran bisogno in tempi come questi.

Mi è successo, più di recente, di riflettermi nelle acque agitate di uno stagno, leggendo A chi spetta una buona vita, il discorso di Judith Butler in occa­sione dell’attribuzione del Pre­mio Adorno 2012, edito da Nottetempo nella collana “sassi nello stagno” (2013). Appunto.

Il tema è la vulnerabilità delle vite da un lato, e dall’altro indagare una “microfisica della resistenza” dentro un ordinamento violento come quello biopolitico, nel quale viviamo, che valuta in modo differenziale le vite. “Come condurre una vita buona in una cattiva” è la domanda sollevata – dove per “buona vita” Butler intende quella che ha forme di riconoscimento sociale, a partire dal nome proprio, non implica diseguaglianze, ed è degna di supporto e protezione da parte della comunità. Soprattutto come condurla, si domanda, quando “non tutti i processi che costituiscono la vita possono essere controllati”. Come succede agli “sventurati” (la definizione è di S.Weil), di cui spesso non si trova nemmeno il corpo per compiangerlo. Sono coloro che conducono una vita “indegna di lutto”, come chi vive in prigione e in zone di guerra, gli emigrati, i profughi, chi vive alla giornata, chi lavora in mezzo ai veleni, e chi nasce e vive in una terra avvelenata. Vite precarie che, scrive Butler, spesso si organizzano “in forme di insorgenza pubblica in cui piangere i propri lutti, ragion per cui in tanti paesi risulta difficile distinguere un funerale da una dimostrazione”.

Più che una recensione del testo in questione – che donne ben più autorevoli di me hanno già pubblicato in riviste, blog e siti, tra cui il nostro Letterate Magazine – quello che proverò a fare, dunque, “dato che anche la mia vita è in gioco in questa ricerca”, è pormi la domanda “come ho fatto a condurre una vita buona in una cattiva”. Vorrei però evidenziare, perché utili alla riflessione, altri due elementi sollevati da Butler (scusandomi per la semplificazione). L’importanza della capacità performativa del corpo, capace di “aprirsi al corpo dell’altro” pur nella sua vulnerabilità e dipendenza; la com­pli­cità che il sog­getto indegno intrat­terrebbe con il potere, e l’attac­ca­mento appas­sio­nato nei con­fronti della pro­pria sot­to­mis­sione.

Parto dunque da me, dalla mia esperienza, e da quella di altre donne nate e vissute (per quanto riguarda me solo fino all’adolescenza) in un borgo alla periferia nord di Palermo (parlo del decennio 50-60 ma trattandosi di comunità chiusa la situazione non è molto cambiata), dove erano agiti molti dei dispositivi esercitati oggi dall’amministrazione del biopotere. Si tratta infatti di un luogo ad alta densità mafiosa dove fortissimo era il controllo sui corpi, soprattutto delle bambine; dove “la vivibilità distribuita in maniera diseguale” tra chi “valeva” ed era degno di rispetto, e chi non valeva niente (i quaquaraquà), neanche di essere compianto (in quanto vittima di lupara bianca, il corpo di molti non fu mai ritrovato), era ben visibile agli occhi di tutti. Così com’erano visibili le forme di complicità tra gli “indegni di lutto” con il potere mafioso per la sopravvivenza materiale. Si trattava di gente (jurnateri) che viveva alla giornata, alla mercé del gabelloto di turno, a sua volta alla mercé del mafioso di borgata. Merce dunque. Deperibile più che vulnerabile. Gente che non fa registrare nessuna “forma di insorgenza pubblica”, ma piuttosto “attaccamento alla propria sottomissione”.

In questo contesto cattivo, circoscritto al mio luogo di nascita, quali forme di micro resistenza hanno messo in atto le donne, madri, mogli o figlie degli indegni di lutto, protagoniste assolute della ricerca quotidiana di sopravvivenza, ma anche di un attimo di felicità per sé e per i figli, per “condurre una buona vita”, trascinando con sé, per quanto possibile, nella ricerca i loro uomini? Ma potrei inserire nel contesto anche altre vite indegne di lutto, donne senza tetto e senza terra, “senza discorso verbale”, che vivono ai margini di città e campagna, e che mi è capitato negli anni di incontrare e frequentare.

Ne ho individuati alcune, le più persistenti:

L’attaccamento, quasi un’ossessione, ai riti collettivi legati alla vita: nascita, battesimo, matrimonio; e alla natura: il passaggio delle stagioni; il culto dei morti esteso anche a persone poco conosciute (da piccola mi è capitato di essere condotta a funerali di gente che non conoscevo) con la conseguente spettacolarizzazione e condivisione della gioia e del dolore; la convivialità messa in atto per qualunque evento usato come pretesto, e che scaturiva dal piacere di fare festa. Esigenza di cui solo i poveri hanno il gusto, scrive Chiara Zamboni, perché avvertono “che qualcosa di essenziale manca” e si sente l’esigenza di “portare qualcosa di vivo qui e ora per inventare cammini alternativi” 1. E ancora: la commiserazione, intesa come capacità di “aprirsi al corpo dell’altro” generata da un forte carattere empatico (nessuno veniva lasciato a morire di fame malgrado la povertà dilagante). Sentimento che sostituiva la solidarietà (concetto più politico che prevede uno spirito di classe completamente assente nel contesto sottoproletario e contadino, tendenzialmente anarchico). La totale assenza di confine tra pubblico e privato, tra interno ed esterno, tra dentro e fuori, scegliendo le donne, non a caso, come spazio privilegiato del vivere, le soglie delle case; la mobilità di confine tra animato e inanimato (per cui ogni cosa risultava avere un’anima); tra realtà e finzione, tra magico e terreno, tra sacro e profano, che facilitava la predisposizione a credere nei miracoli come elemento equilibratore nel sopportare la fatica del vivere. La capacità di narrazione derivante dalla millenaria tradizione del cuntu, facilitato dal possesso e dall’uso di una lingua “per figure” ricchissima di colori, suoni e modi di dire. L’abitudine a “riconoscere” le persone più che dal nome, attraverso l’attribuzione del “soprannome” che “condensava” e ricomponeva in un solo aggettivo o una sola frase la vita di ciascun essere, differente dall’altro. Denominatore comune a queste forme di micro resistenza era l’uso del corpo e dei cinque sensi che sostituiva in ogni manifestazione “il discorso verbale”.

Potrei fermarmi qui.

Ad analizzarle, seppure così in breve, si nota l’analogia a forme corporee di micro resistenza cui fa riferimento Butler, parlando di quei movimenti sociali che considerano l’interdipendenza e la vulnerabilità come condizioni di vivibilità ammettendo il bisogno che l’uno ha dell’altro, l’apertura di un corpo all’altro. Un modo di esserci “in presenza” qui e ora, molto simile a quello delle donne da me indicate, che agivano nel pubblico – nella piazza o nel feudo occupato – con modalità mutuate dal privato domestico, orientate solo dalla propria esperienza, dal proprio corpo. Modalità non paragonabili e lontane da forme “democratiche” di manifestazione di un diritto, di cui non si conosceva nemmeno l’esistenza, e sostituito in alcuni casi dall’appello al senso di giustizia.

Non so che fine abbiano fatto le mie coetanee di borgata, se siano riuscite, da grandi, a condurre una vita degna di questo nome. Per quanto mi riguarda, sono certa che queste forme di resistenza a cui ho assistito e partecipato pur senza consapevolezza alcuna, le ho incorporate e hanno dimorato per anni dentro di me, silenziose. Fino a quando si sono risvegliate, “riconoscendole” come familiari, a contatto con le prime pratiche femministe, ed oggi con quelle agite da alcuni movimenti misti per la salvaguardia dei beni comuni, a cui mi è capitato di partecipare.

_____________________________________

1 cfr. il saggio di Chiara Zamboni Nel cuore del presente in La festa è qui, Diotima, Liguori, 2012 (pag 140-141).

PUOI SEGUIRE LA SIL SU: FacebooktwitteryoutubeFacebooktwitteryoutube
PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail
Categorie