Le parole guariscono

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Per Angela Lanza la parola ha un innegabile potere terapeutico, può ricostruire brandelli di vite che sembrano annientate dal dolore e dal degrado. Può ridare persino la speranza di ricominciare, purché qualcuno ti ascolti e mostri interesse alla tua storia. Come fa la psichiatra Enza Malatino che da oltre 15 anni, da Palermo va a Lampedusa e ascolta chi è appena sbarcato, terrorizzato e sconvolto dall’orrore dopo aver visto i compagni di viaggio morire di stenti o affogare. Ha creato lei stessa un metodo, perché è sola e loro sono in molti: così li mette in gruppo e tenta una terapia tramite interpreti e mediatori culturali. E ascolta. E riceve poi, da soli e da sole, coloro che sono talmente traumatizzati da non poter parlare davanti agli altri. Le donne, in particolare, stuprate o fatte prostituire dai trafficanti di carne umana, prima di poter salire su un barcone che dall’Africa le condurrà in Europa. Arrivano dal Gambia, dall’Eritrea, dall’Egitto, dalla Siria… adulti, ragazzi e bambini. Segnati dalle guerre e dalla fame, sfruttati dai trafficanti che li costringono a lavorare come schiavi anche due anni prima di buttarli come carne da macello sulle carrette del mare.

Il nuovo libro della siciliana Angela Lanza, “La storia di uno è la storia di tutti”, parte dal 2003 per arrivare alla strage del 3 ottobre del 2013, così come è stata vissuta dagli isolani, guidati dall’indomita sindaca Giusi Nicolini che è arrivata a rivendicare quei morti per sé e i suoi concittadini. Quasi 400 affogati vicino all’isola sotto gli occhi degli italiani increduli, con i pescatori che lottano tra le onde per salvarne uno mentre ne perdono un altro tra i flutti. E poi eccoli ricomposti nelle bare, decine di bare allineate sulla spiaggia dell’isola. E un pescatore dice: non voglio mai più andare in mare.

Angela Lanza ricomincia dalle riflessioni probabilmente uniche di Enza Malatino per illuminare i nostri lati oscuri. Come non guardare all’altro, migrante e spesso profugo, come a un invasore da espellere? Dopo la psichiatra, anche Angela cerca di incontrare egiziani, palestinesi, nigeriani, diversi tra loro ma accomunati dallo stesso dolore. Una storia per tutte: un ragazzo non ha salutato la madre prima di partire, perché altrimenti non sarebbe mai riuscito a staccarsi e ha porta con sé quel rimorso per i lunghi sei mesi di viaggio e poi una volta sbarcato in Italia.

Un capitolo particolare è dedicato alle migranti, quasi impossibili da intervistare: eppure Angela ha rapporti con donne del Nord Africa fin dagli anni Ottanta, quando con altre siciliane digiunava contro la mafia sulle piazze. Ma oggi non può che piegarsi all’indicibile e rispettare il silenzio di chi è chiuso nel proprio strazio: i figli che vediamo loro tra le braccia sono spesso frutto di stupri subiti anche davanti ai propri familiari.

Chi parla con lei sono soltanto una etiope, Yodith e una nigeriana, Isoke, entrambe da anni in Italia, e con una riflessione politica alle spalle, una consuetudine a socializzare con gli italiani. Isoke e Yodith insistono molto sulla loro infanzia, il rapporto con i nonni, la vita nella natura, la commistione di più religioni nei Paesi di origine. Spiega Angela di aver sentito “che bisognava recuperare le somiglianze come donne attraverso i sentimenti e gli intrecci familiari. E so che la mia vicenda, come quelle della maggior parte delle donne in Europa, è stata ed è quella di una colonizzata che si muove ancora in gran parte dentro il potere del colonizzatore. Questa angolazione è molto importante e non bisogna dimenticarla. O per lo meno credo di non averla dimenticata”.

Angela sa bene che le parole sono pietre e sa che ogni etichetta – immigrati, extracomunitari, clandestini, irregolari – esclude il migrante e ne fa, come dice Alessandro Dal Lago nel suo Non-persone (Feltrinelli 2008), un “miserabile, minaccioso”, pronto a delinquere. Ecco perché la Carta di Lampedusa, scritta il 1° febbraio del 2014 dopo tre giorni di lavori, è tanto attenta alle definizioni. Nata dopo i naufragi traumatici del 3 e dell’11 ottobre 2013 in cui sono affogate più di 600 persone, la Carta cresce dal basso, da decine di persone che vanno sull’isola e con i lampedusani scrivono non una proposta di legge, ma una sorta di carta dei diritti che presuppone che la terra è di tutti, che tutte e tutti devono avere libertà di movimento e che possono scegliere dove abitare. Naturalmente si sancisce anche il diritto di restare nel proprio Paese, se lo si desidera. Come quello dei lampedusani di vedersi restituire il proprio destino dopo aver vissuto l’emergenza crudele di essere per migliaia di persone una frontiera: l’ultima per molti, l’inizio della vita per altri.

Angela Lanza, La storia di uno è la storia di tutti, Iacobelli Roma 2014, pagine 166, 14 euro

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