Cinema 2/ Suite Francese. Il romanzo e il melò

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140813SH_353.nefSappiamo bene che è sbagliato andare a vedere un film tratto da un’opera letteraria aspettandoci di ritrovare le emozioni provate leggendo. Lo sappiamo che si tratta di emozioni diverse, anche se non è facile sottrarsi alla tentazione di cercare la stessa risonanza, soprattutto se il libro è uno di quelli che abbiamo amato molto. Così sono andata a vedere Suite Francese armata delle migliori intenzioni. A suo tempo ero rimasta folgorata dal romanzo di Irene Némirovsky, tanto che in poco tempo avevo letto tutto quello che Adelphi via via pubblicava di lei dopo quello straordinario e inatteso successo mondiale. Per buona parte del film sono riuscita a dimenticare il romanzo, poi il gioco non ha più retto.

E’ utile a questo punto ricordare che Irene Némirovsky scrisse la sua ultima opera tra il 1941 e l’estate del ’42, fino a pochi giorni prima di essere arrestata, in base alla legge francese sui cittadini stranieri di razza ebraica. Inviata a Birkenau, venne uccisa dopo pochi giorni. Il marito, il banchiere Michel Epstein, cercò disperatamente di salvarla, utilizzando le molte e importanti relazioni di entrambi. Anche lui venne arrestato e deportato in Polonia dove morì poche settimane dopo la moglie.

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La stessa sorte sarebbe dovuta capitare anche alle due figlie, una di dodici e una di cinque anni, ma il caso o il buon cuore dell’ufficiale che eseguì l’arresto del padre diede qualche ora di scampo alla governante per metterle in salvo. E qui comincia il romanzo del romanzo, perché Epstein aveva affidato alla figlia più grande, Denise, una valigia che conteneva le carte della madre, incluso il grande quaderno su cui stava scrivendo fino al giorno del suo arresto. Con quella valigia le due bambine scapparono per tutta la Francia.

Solo sessant’anni dopo Denise trovò il coraggio di leggere il quaderno, che credeva fosse il diario della madre, scoprendo invece le prime due parti di quella che la scrittrice aveva concepito come una grande sinfonia in cinque movimenti. Sul quaderno infatti erano annotati gli appunti molto meticolosi su come la storia si sarebbe dovuta sviluppare, i dubbi di scrittura e le soluzioni escogitate. Suite Francese è ambientato in un piccolo paese della campagna francese, simile a quello dove la famiglia Epstein aveva trovato rifugio; la prima parte, Temporale di giugno, racconta l’invasione nazista della Francia e la fuga dei parigini in cerca di salvezza lontano dalla città; nella seconda, intitolata Dolce, i tedeschi dopo l’armistizio si insediano in paese con tutte le inevitabili conseguenze, inclusa una fugace e mai consumata del tutto attrazione tra la giovane Lucile e un ufficiale tedesco.

La grandezza del romanzo sta proprio nella straordinaria capacità di dipingere le Unknown-5ambiguità e i chiaroscuri, il confine labile tra buoni e cattivi, tra eroismi e vigliaccherie, scivolando con armonia da una scena all’altra. E nei suoi appunti scopriamo che la scrittrice ponendosi il problema del ritmo che avrebbe dovuto avere la storia parlava proprio di ritmo cinematografico: “Nel cinema un film deve avere una unità, un tono, uno stile…pur nella varietà delle diverse parti”.

Io penso che a Irene questo film non sarebbe piaciuto, con il suo schematismo nel dipingere i buoni e i cattivi, gli stereotipi forzati, gli sguardi sempre troppo languidi e le labbra sempre troppo lucide, come i vestitini della protagonista; l’attrazione tra il tedesco e la francese che non riesce mai a sfociare in un vero amplesso carnale, e questo pare alla fine essere il dramma, e il forzare le situazioni per renderle ancora più tragiche. Niente di quel conflitto a cui allude la scrittrice, “che deve risolversi nella lotta tra il destino individuale e il destino collettivo. Senza doversi schierare (1 luglio ’42)”. E così non si può non pensare quale grande rappresentazione del dramma umano è stata sacrificata per dare spazio al melò della storia d’amore impossibile con finale rocambolesco/ militare aggiunto “abusivamente” dal regista (autore anche del film La Duchessa, Saul Dibb). Bella l’interpretazione di Kristine Scott Thomas nella parte della suocera arcigna di Lucile, che da cattiva diventa ben presto buona.

Insomma, non sono riuscita a dimenticare il romanzo guardando il film, quella “commedia, che è specchio della realtà di tutti i giorni”, come scriveva negli appunti; e meno che mai dopo gli ultimi fotogrammi quando appaiono le didascalie che raccontano la storia del romanzo, della madre e della figlia che ce l’ha restituita, e mostrano il quaderno, insieme alla foto di Irene Némirovsky, che ci guarda sorridendo un po’ tristemente dallo schermo. Perché lo sapeva, come sarebbe andata a finire: “Decisamente disperata. Ma che almeno tutto finisca, bene o male”. E asciugandomi una lacrima ho capito che piangevo per lei, e non per la storia dell’amore impossibile tra Lucile e Bruno.

E così ho pensato che un film su Irene Nemirovsky sarebbe una storia magnifica. Possiamo suggerirlo a Jane Campion.

Suite francese. Un film di Saul Dibb. Con Michelle Williams, Kristin Scott Thomas, Matthias Schoenaerts, Sam Riley, Ruth Wilson. Titolo originale Suite Française, durata 107 min. – Gran Bretagna, Francia, Canada  2015. – Videa – CDE

Il trailer

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