Uomini, amorevoli macchine dell'orrore

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Non è perfetto. Ma quanti romanzi lo sono? Ma quest’opera prima della scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen è semplicemente irresistibile: non si riesce a smettere di leggere e si resta col rammarico di abbandonare la storia e i personaggi. Soprattutto il protagonista, l’insignificante contadino Yaakov Markovitch, cittadino di Israele della prima ora e poi, nolente, sia inviato in Europa in una spedizione per “importare” donne, sia combattente in una delle tante guerre contro gli arabi.

Markovitch è un uomo solo, con un solo amico, il gigante Zeev Feinberg, seduttore impenitente dai baffi a spazzola e gli occhi azzurri. Che a sua volta, in fondo, ha un solo amore: Sonia. E un solo punto fermo, il suo ex commilitone, con cui è sbarcato dall’Europa: il vice-capo dell’Irgun, Efraim.

Detta così, quella della giovane psicologa, giornalista e attivista per i diritti civili Ayelet (è nata nel 1982) sembra una storia tutta di uomini. E invece le protagoniste donne sono indimenticabili, da Bella Seigerman, che ha scelto di vivere in Israele perché sogna di amare un poeta di cui ha letto un verso su un giornale, a Rachel Mandelbaum, che dall’Europa è fuggita per orrore e poetessa lo è davvero. Fino a Sonia, che da pessima casalinga si rivela straordinaria leader.

Una notte soltanto, Markovitch è un romanzo torrenziale, pieno di colpi di scena e soprattutto di ironia. Non manca di momenti tragici e di svolte grottesche, qualche volta cade nel bozzetto, a volte indugia un po’ nella retorica, e quando parla di Europa ne dà un’idea decisamente bislacca. Ma nell’insieme rivela una scrittrice di grande talento, che non si perde per strada, che sa guardare ai suoi personaggi senza innamorarsene troppo ma con profonda partecipazione.

La vicenda di Markovitch, che sembra un uomo senza volontà e senza parole, ma si rivela il più solido della sua cerchia e del suo villaggio, non si dimentica facilmente. La storia con la S maiuscola, per quanto pesante, resta sullo sfondo: certo, molti personaggi sono sopravvissuti all’Olocausto. L’attualità li getta in una guerra assurda contro gli arabi (sul tema la Gundar-Goshen non esprime alcun giudizio: gli “arabi” del libro sono ombre o vittime e non hanno nome). Perfino il feroce terrorismo di Stato a cui Israele si è dedicato nel tempo, dando la caccia sia agli ex nazisti sia agli arabi che si opponevano al suo governo, resta quasi un pretesto (magari in questo la scrittrice è un po’ frettolosa).

I protagonisti del romanzo uccidono i “nemici” con la stessa facilità con cui si commuovono davanti ai piccioni, alle fragole, ai bambini o alle gambe delle donne. In questo, un po’ paradossalmente, potrebbero essere i protagonisti di un analogo romanzo ambientato, per esempio, in un villaggio austriaco nella Seconda guerra mondiale. Chissà se questa, sotto sotto, era l’intenzione di Gundar-Goshen: ovunque, nel mondo, gli uomini partono per la guerra pensando alle mogli, ai figli, alle mucche lasciate in stalla e il grano da falciare. Ovunque ciò non impedisce loro di trasformarsi in macchine dell’orrore, salvo poi tornare ai figli, agli amori e ai vitelli da far nascere. Ovunque sono meschini ogni giorno e grandi (alcuni) nell’emergenza. Questo vale per uomini e donne.

A Gundar-Goshen restano simpatici anche così. A noi rimane un rammarico che in fondo è un pregiudizio: ci sarebbe piaciuto che le “vittime” della Storia (ebrei o donne) rompessero questa catena. Ma la grandezza degli scrittori sta nel ritrarli come sono. E in questo, in alcuni momenti, Ayelet Gundar-Goshen richiama la lucida e straordinaria imparzialità di Irene Nemirovsky.

Ayelet Gundar-Goshen, Una notte soltanto , Markovitch, Giuntina, pagg. 326, 16,50 euro

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