Il canto del conflitto

L’uscita nelle edizioni tascabili, con il titolo originale, del libro di Maya Angelou Io so perché canta l’uccello in gabbia – già apparso in italiano nel 1996 come Il canto del silenzio, seguito alla raccolta di saggi Il semplice viaggio del cuore del 1994 – ci offre l’occasione di riflettere dopo i volumi di Audre Lorde, anche se si tratta di percorsi, contesti e storie differenti, sulla linea del colore in America e sugli sbocchi ancora violenti dell’oggi come testimonia la cronaca. Marguerite Ann Johnson (1928-2014) diventerà Maya Angelou prendendo spunto dal nome del primo marito, un marinaio greco, e, attraversando svariate esperienze, si afferma come scrittrice e poeta. Dopo l’Egitto e il Ghana, al suo rientro negli Usa l’amico scrittore James Baldwin la spingerà a scrivere le sue memorie: questo è il primo libro della sua articolata autobiografia e riguarda l’infanzia e l’adolescenza fino ai diciassette anni. Quando uscì nel 1969, anno cruciale per le rivendicazioni sociali, diventò il primo bestseller scritto da una donna di origini africane. Ragazza madre, ha svolto i lavori più disparati: cuoca, autista di bus (è la prima donna di colore a condurre un mezzo pubblico a San Francisco), spogliarellista fino a diventare autrice di drammi teatrali e programmi televisivi. Impegnata nel movimento per i diritti civili, ha lavorato con Malcom X, e, dopo il suo assassinio, con Martin Luther King. Sarà nota a tutti dopo che Bill Clinton – considerato dalla comunità afroamericana come “il primo presidente nero” – la chiamerà a leggere dei suoi versi all’inaugurazione del primo mandato nel 1993.

Angelou esplora eventi ricordati e ricreati, conflitti e fratture, attraversando affetti familiari, razzismo, sessismo, identità. Con la separazione dei genitori, a tre anni insieme al fratellino Bailey, viene mandata da St. Louis nel Sud, a Stamps, da Momma, la nonna che gestiva l’unico emporio di neri, stupita che ci si potesse rivolgere ai bianchi senza rischiare la vita, comunque, per realismo, sosteneva che non si poteva mai essere insolenti: tra “la comunità nera e tutto ciò che era bianco era stata tirata una tenda”, una vera segregazione, per cui un dentista poteva dire-“Preferirei mettere le mani in bocca a un cane che a una bambina negra”. Capisce presto che negli anni trenta “I bambini bianchi avevano la possibilità di diventare dei Galileo, delle Madame Curie, degli Edison e dei Gauguin, mentre i ragazzi neri (delle ragazze non se ne parlava nemmeno) avrebbero cercato di essere dei Jess Owen o dei Joe Luis”. Ma passa una infanzia felice nel retro dell’emporio, nonostante la paura del Ku Klux Klan che faceva nascondere i neri fra gli escrementi delle galline

Ritornando a St. Louis si sente in “terra straniera” a 7 anni viene violentata dal compagno della madre e lo racconta: dopo il processo quando apprende che l’imputato, anche se condannato “a un anno e un giorno”, era stato rilasciato e trovato ucciso (forse per vendetta dai suoi zii), pensa che qualunque persona, anche amata, con cui avesse parlato sarebbe morta ugualmente: convinta così di aver ucciso con le parole il suo stupratore, decide di “smettere di parlare”. Affondando nella conflittualità dei sé scopre così che “per giungere a un silenzio perfetto” doveva ascoltare i rumori, poi relegarli in fondo alle orecchie ed allora “il mondo intorno sarebbe diventato silenzioso”.

I bambini vengono rimandati a Stamps, dove il rifiuto di Maya a parlare viene accettato. Ma Momma si preoccupa e la fa andare da Mrs Bertha Flowers, “l’aristocratica del quartiere nero”, che, sapendo il suo amore per i libri, le dice che non basta la lettura silenziosa: “Le parole vogliono dire più di quanto è scritto sulla carta. È necessaria la voce umana per infondervi le sfumature di un significato più profondo”. E quando legge a voce alta Le due città di Dickens, Maya, riscaldata dall’affettuosa accoglienza, sente “la poesia” e dopo tanto tempo riprende a parlare, momento epifanico intenso della narrazione.

Nei suoi vari spostamenti si trova durante la guerra a San Francisco dove nota, riflettendo sulle varie forme di razzismo, la scomparsa dei giapponesi nell’indifferenza di tutti: via via che sparivano senza protestare, arrivavano i neri – sollevati per essersi “liberati dalle catene del Sud” e abbagliati dalla possibilità di nuova vita – a lavorare per i cantieri navali e le fabbriche di manutenzione, ma non mostravano alcuna solidarietà con gli asiatici, una razza sconosciuta, pensando, a livello inconscio, che non erano bianchi perciò non era importante considerarli. “Nel giro di pochi mesi il quartiere giapponese divenne la Harlem di San Francisco”: si riferisce così all’internamento dei giapponesi considerati, all’indomani dell’attacco di Pearl Harbor, improvvisamente sospetti, tema drammatico poco conosciuto se non i per romanzi di Julie Otsuka.

Maya, che da piccola immaginava di essere bianca e trasformata da una matrigna crudele, invidiosa della sua bellezza, “in una bambina nera troppo alta, con i capelli neri e crespi”, cresce attraversando i vari eventi della Storia con curiosità e determinazione arrivando ad una consapevolezza di sé: “So perché canta l’uccello chiuso in gabbia/ un uccello libero salta sulla schiena/ del vento e fluttua fino a valle […] un uccello in gabbia canta la libertà”. I possibili modelli femminili influenzano ma non guidano il percorso dell’autrice che comincia a formarsi da sola con fatica una propria soggettività, in relazione anche ai discorsi dominanti del potere in cui s’inscrive e a cui resiste nella ricerca di una crescita e di un cambiamento. Per bell hoks la pulsione a raccontare la propria storia rappresenta il desiderio di recuperare il passato in modo da sentirsene liberata senza dimenticarlo: mi sembra che anche per Angelou scrivere la propria autobiografia significhi rinascere, uscendo dalla prigione del privato per conquistare – nel ribaltamento della frontiera tra vissuto e invenzione – una storia in un mondo rivisitato.

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Maya Angelou, Io so perché canta l’uccello in gabbia, Superbeat 2015, pp. 237, euro 13,90

Maya Angelou, Il semplice canto del cuore, Guanda 1994

Maya Angelou, Il canto del silenzio, Frassinelli 1996

Maya Angelou, Unitevi nel mio nome, Frassinelli 1999

bell hooks, “Scrivere autobiografia”, Tuttestorie” 1 (1999).

Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, Bollati Boringhieri 2012.

Julie Otsuka, Quando l’imperatore era un dio, Bollati Boringhieri 2013.

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