Mia madre e i suoi amanti

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Lettere d’amore al marito Heinrich e agli amanti, uno in particolare, Andreas, per il quale nutre una passione capace di superare bombardamenti, mucchi di cadaveri spostati con le ruspe, città devastate, treni presi d’assalto dai profughi.

La scena è la Germania, 1943-44. La protagonista è una giovane donna, in fuga dal fronte tedesco di Nord Est su cui preme l’Armata rossa, verso il Sud, con quattro figli, di cui il piccolo, Paul, in braccio. Hanno fame, spesso lei non riesce a salire sul treno data la pressione dei prigionieri russi e ucraini in fuga, dei soldati tedeschi feriti e dei milioni civili tedeschi delle zone liberate dai russi o dagli alleati. Poi ci sono gli sfollati dalle città come lei. A volte il treno è mitragliato e allora si scende di corsa per cercare rifugio nel bosco e il piccolo Peter impara a buttarsi a terra con le mani sopra la testa, se non scappa abbastanza veloce e l’aereo nemico lo raggiunge.

Peter Schneider, l’autore di Gli amori di mia madre, un libro meraviglioso appena tradotto da Paolo Scotini, allora aveva sei anni. Solo da adulto, quando i suoi figli se ne vanno da casa, trova la voglia e il coraggio di leggere le lettere che sua madre, morta a 41 anni nell’immediato dopo guerra, ha scritto a familiari, amici e amanti. Sono chiuse in una scatola di scarpe, vergate a penna o a matita e lui se l’è portate dietro in ogni trasloco. La scrittura cifrata adottata è il Sutterline che Schneider decifra appena. Finalmente comincia a riordinarle per data partendo dai timbri postali e, con l’aiuto determinante dell’amica Gisela Deus, che lo spinge a non fermarsi di fronte al proprio imbarazzato dolore, inizia a tradurle.

Dalle lettere parlava una giovane donna che non conoscevo. Una madre che si faceva in quattro per i figli, e che grazie alla sua audacia e alla sua intelligenza pratica, li aveva condotti sani e salvi, in una lunga fuga dall’estremo Nordest della Germania fino alla punta più meridionale della Baviera. Una moglie che, tra mille notizie sulle faccende quotidiane e sulla salute dei figli, inviava al marito teneri o a volte anche capricciosi segni del proprio amore. E una sognatrice, consumata dalla passione per Andreas, un amico e collega del marito”.

Eccolo lo stupore del figlio, il turbamento per tanta passione, l’ammirazione per la scrittura lucida e precisa di sua madre e il suo coraggio. La sognatrice idealizza l’amore al punto di non curarsi né dei rifiuti di Andreas né delle sue lettere sciatte. E talmente sublima quel sentimento che ritiene superiore ad ogni cosa, da camminare indomita in una Dresda rasa al suolo dagli alleati nel febbraio ’44, quando non riconosce neppure più le strade e persino il marito, direttore d’orchestra, e l’amante Andreas, regista di opera lirica, sono stati richiamati in guerra e l’opera – che Goebbels ha voluto aperta quando già si udivano i cannoni russi da Oriente – ha chiuso.

I due colleghi sono anche amici, ma Heinrich, il padre, è già morto quando Schneider trova la forza di leggere le missive materne. Cosa avrà pensato mio padre? Come poteva sopportare che la moglie lo tenesse aggiornato sui propri incontri con Andreas? Lo scrittore tedesco via via che il libro gli scorre impetuoso tra le dita contempla questa donna affascinante e curata fino alla fine che è stata sua madre (per cui parteggia sempre più mentre detesta l’amante). Una irriducibile romantica, fino all’ultimo innamorata dell’amore, ma anche del marito in carne e ossa, che tradirà di nuovo prima di morire e dopo aver lasciato perdere Andreas, già immediatamente rilanciato nel mondo musicale, capace di far dimenticare i propri rapporti col nazismo.

Lei invece vorrebbe il marito disperso chissà dove, accanto a sé nella grande casa paterna bavarese dove si è rifugiata e dove è costretta a ospitare diversi profughi tedeschi che come lei scappano dall’avanzata russa ma anche da Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e altri Paesi dove vivevano da generazioni, ma dove il nazismo aveva fatto stragi e dove dunque viene odiato chiunque parli tedesco.

Guido Crainz, che al tema ha dedicato vari libri, calcola che circa 11 milioni di profughi tedeschi ritornarono in una Germania rasa al suolo tra la fine del ’44 e il 45 e un milione morirono di gelo, di stenti, uccisi e lasciati ai bordi delle strade. Nessuna pietà fu loro rivolta da nessuno dei vincitori, se non dai tedeschi delle due Germanie già divise tra i blocchi che pure li accolsero tra le macerie e la fame. La madre di Schneider combatte ogni giorno per trovare cibo ai suoi bambini ed è già molto malata. Ciononostante, in fondo, impara a convivere con i profughi tedeschi che sono stati alloggiati a casa sua.

Tutto questo e tanto altro ancora ci racconta lo scrittore con una emozione che diventa nostra ogni pagina in più. E mentre Schneider fa ancora una volta i conti con il nazismo, noi pensiamo a come la Germania Ovest nell’’89 ha saputo accogliere i milioni di fratelli dell’Est. E forse capiamo meglio anche i tedeschi che qualche giorno fa sono andati spontaneamente incontro ai migranti siriani con acqua, cibo e giochi per i più piccoli. E decifriamo meglio il gesto generoso di accoglienza di Angela Merkel, una tedesca dell’Est, migrante forse lei stessa all’interno del suo Paese.

Peter Schneider, Gli amori di mia madre, L’Orma editore, Roma 2015, euro 16, pagine 304

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