Un pamphlet contro l'ingiustizia

L’India odierna gioca nel campionato dei pesi massimi della finanza. Ha la sua Silicon Valley a Bangalore… Shining India, la chiamano, l’India che fa scintille” racconta Laila Wadia con ironia, dicendo che i voli internazionali arrivano di notte così nessuno vede che la città “vestita di stelle… non possiede un pigiama”. Arundhati Roy, autrice dell’indimenticabile Il dio delle piccole cose e attivista, approfondisce questo quadro sociopolitico dell’India con documenti e dettagli. In Quando arrivano le cavallette, ci offriva l’immagine delle cavallette che sciamano quando il grano è maturo ad indicare la lotta per la terra fra diseredeti e multinazionali, mentre in questo nuovo libro ricorre all’immagine di una ricchezza insostenibile, rappresentata dalla dimora “ più costosa mai costruita” appartenente a Mukesh Ambani, il cui patrimonio ammonta a venti miliardi di dollari – con ventisette piani, tre piattaforme per elicotteri, palestre, giardini pensili, stanze dove si può cambiare clima e una muraglia d’erba, un “vertiginoso prato verticale”. Con questo simbolo della ricchezza, e riferendosi a Marx, Roy vuole sottolineare come quel capitale sia pronto a distruggere centinaia di villaggi, spesso finiti in cenere, a militarizzare vaste zone, a finanziare i partiti fondamentalisti, a limitare la libertà d’espressione. Chi detiene il potere e la ricchezza aggiunge profitti a profitti, indifferente ai diritti umani violati dalle forze di polizia.

La ricchezza è concentrata in poche mani e la corruzione dilaga, mentre vengono messe in campo le forze armate per creare “un clima favorevole agli investimenti”: così evacuano centri abitati mentre le giungle del centro del paese sono sotto assedio e gli abitanti hanno paura ad uscire, temendo l’arresto. Dopo una serie di accordi segreti per cedere vaste aree alle multinazionali estrattive e a quelle specializzate nelle infrastrutture, il governo ha cominciato infatti a inondare le foreste con forze dell’ordine. Qualunque resistenza, anche se pacifica, viene definita “maoista”, in Kashmir la dicitura è “jihadista”.

Roy focalizza poi il discorso sul Kashmir, esemplare, per illuminare la situazione, pattugliato da oltre mezzo milione di soldati, stretto tra l’influenza dell’Islam militante afghano e pakistano, gli interessi statunitensi e il nazionalismo dell’India sempre più aggressivo. Da una parte dunque la guerra ai poveri – che possono solo affollare le megalopoli fra mille stenti o finire nella guerriglia maoista – dall’altra verso la classe media è in atto “l’orientamento della percezione” con festival letterari, installazioni artistiche e film, una sorta di “filantropia aziendale” con borse di studio, sovvenzioni all’editoria. Sottolinea come questa storia sia iniziata negli USA al principio del XX secolo attraverso fondazioni “per spianare la strada al capitalismo”, vigilando sul mantenimento del sistema. Infatti con questa filantropia molte ONG, sovvenzionate da aziende e fondazioni, diventano i canali di scorrimento del flusso globale. Sono corporation e ONG ad assumere le funzioni dello stato, dalle forniture idriche ed elettriche alla sanità all’istruzione, mentre i media sono in mano alle grandi imprese.

Così molte ONG, normalizzando il dissenso, diventano “lo strumento” della finanza globale utilizza “per investire denaro nei movimenti di resistenza”, e trasformare l’idea di giustizia nell’industria dei diritti umani: “un colpo da maestro messo a segno grazie al ruolo cruciale svolto delle ONG e delle fondazioni”. L’ideologia capitalista diventa così pervasiva da non essere più percepita come tale. Roy denuncia anche il legame delle fondazioni con il movimento femminista di stampo liberale che ha subito una forte ONGizzazione e verso la fine degli anni 80 diverse ONG hanno svolto un lavoro importante sull’aids, sulla violenza domestica,sui diritti degli omosessuali. Ma in tal modo si determina una neutralizzazione e deradicalizzazione del movimento, come già è avvenuto nel caso di quello per i diritti civili dei neri nell’America degli anni sessanta e poi della lotta contro l’apartheid in Sudafrica.

L’autrice mette in luce l’intreccio tra imprese e politica, un vero sistema, in un paese in cui la divisione in caste della società continua a funzionare per la riproduzione degli assetti di potere esistenti. Ormai le élites economiche sono antagoniste a qualsiasi idea di politica sociale e intendono governare la società ai loro fini (Di Leo).

Roy è di parte, come chi crede in certe idee e s’impegna politicamente, sperando nei movimenti sociali che contrastino il tutto, nel denunciare con coraggio soprusi e discriminazioni del governo indiano. Non l’arrestano ma le autorità subappaltano il loro malcontento “alla parte peggiore della piazza”, facendola insultare da gruppi di donne del BJP, il partito della destra nazionalista indù. In un discorso appassionato e appassionante del 2011 alla People’s University – che, filiazione del movimento Occupy Wall Street, voleva l’insegnamento gratuito nei luoghi pubblici – invita a dire “stop!” a questo sistema che produce disuguaglianza e a dire “alt!” all’illimitata accumulazione di ricchezza e denaro nelle mani di singoli e grandi aziende. In questa lotta di classe globalizzata, in cui chi è pover* ed emarginat* sarà sempre più rifiuto o merce, un apartheid mondiale, non possiamo non cercare, credo, di riprenderci il futuro.

 

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Arundhati Roy, I fantasmi del capitale, Guanda 2015, pp. 172, pp. 14,00

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Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose, Guanda 2006.

Arundhati Roy, Quando arrivano le cavallette, Guanda 2009.

Laila Wadia, “Bombay blues”, in Leggendaria, 75, maggio 2009.

Rita Di Leo, Il ritorno delle élites economiche, manifesto libri 2012.

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