L'architetto di Instanbul

3355073-9788817082396Sembra ormai scontato: per capire la storia occorre osservarla da diverse prospettive. Eppure, l’aggravarsi del fenomeno dell’integralismo islamico, ha aggravato anche la nostra parzialità. Per questo fa benissimo leggere o rileggere La città ai confini del cielo, il bel romanzo di Elif Shafak, scrittrice turca nata a Strasburgo. Sono oltre 500 pagine che ricostruiscono, in modo romanzesco ma storicamente attendibile, la vita del grande architetto imperiale ottomano Sinan, contemporaneo di Michelangelo e Palladio, artista della stessa levatura, incredibilmente poco conosciuto da noi. Sinan, che era di origine cristiano-ortodossa, divenne prima giannizzero, cioè militare di carriera, secondo il costume imperiale di allevare a corte i giovani più promettenti e affidare loro gli incarichi più importanti a prescindere dalle loro origini. Poi, nel 1536, fu nominato da Solimano il Magnifico Mimarbaşı, ossia architetto capo dell’Impero turco. Continuò a lavorare sotto Selim II e Murad III e fu l’artefice di oltre 300 progetti (non solo moschee ed edifici ma anche ponti e acquedotti).

Shafak ne ricostruisce la storia scegliendo come protagonista un suo immaginario apprendista, Jahan, che per una serie di coincidenze è anche il guardiano di un magnifico elefante bianco, custodito nel serraglio di corte assieme a molti altri animali. Nel narrare la loro storia, Shafak traccia un affresco a tutto tondo dell’impero ottomano nel Cinquecento, ossia nel periodo del suo massimo fulgore: nessuna potenza occidentale, nemmeno il regno di Carlo V, che si estendeva a macchie dalla penisola iberica all’Austria, era così potente. L’esistenza codificata dell’harem (anche i sovrani occidentali avevano molte donne, a parte la moglie ufficiale, e molti figli, spesso riconosciuti a cui affidavano incarichi importanti) e l’assenza di regole chiare per la successione, faceva dell’avvento di un nuovo sultano una vicenda sanguinosa e fratricida. Ma non che nella Francia dei Valois le cose andassero molto diversamente.

E se è vero che Caterina de’ Medici ebbe un potere enorme e, soprattutto, le nobili occidentali avevano una certa libertà di movimento, è altrettanto vero che, pur chiuse nell’harem, le madri, spose, figlie, concubine e perfino nonne dei sultani furono spesso le vere arbitri dell’Impero, che furono grandi mecenati e spesso raffinate intellettuali. Ciò non toglie che la loro fosse una vita da recluse e la Shafak, molto attenta ai temi femminili, descrive bene la loro condizione. Così come era un inferno, a Istanbul e al tempo stesso a Venezia, Roma e Parigi, la vita delle prostitute. Come era precaria la vita di zingari ed ebrei (ma nell’Impero ottomano vivevano ben più tranquilli che in Occidente). Com’era pesante la cappa della religione e dei suoi rappresentanti. Con la differenza che, nel corso del Cinquecento, cattolici e protestanti si scannarono senza pietà in Europa occidentale. Proprio come oggi fanno sciiti e sunniti in Medio Oriente. Il mondo affrescato da Elif Shafak è dunque perfettamente speculare, per l’epoca, a quello occidentale (non a caso la scrittrice fa arrivare i suoi architetti a Roma per conoscere Michelangelo). È un mix di splendore (artistico e letterario) e orrore (nelle lotte di potere, nell’integralismo religioso, nella superstizione e nella discriminazione delle donne), di ingiustizia (l’arroganza dei potenti) e di superstizione (il cui peso, nella vita quotidiana, era maggiore di quello della religione), di dolore (si moriva per nulla) e straordinarie intuizioni (Shafak racconta anche la storia del grande astronomo Takiyuddin, contemporaneo di Copernico e Tycho Brahe).

Il romanzo di Elif Shafak è anche un ritratto di una città, Istanbul, che è ancora oggi tra le più straordinarie e interessanti al mondo. Ed è un interessante riepilogo della condizione femminile: le donne sono tante, importanti, se pure non del tutto protagoniste. Hürrem, conosciuta in Occidente come Roxelana, la moglie amatissima di Solimano il Magnifico, forse non emerge in tutta la sua statura. Jahan, il personaggio romanzesco principale, è innamorato di Mihrimah, la potentissima figlia di Hürrem e Solimano. E forse anche di lei, e del suo potere, si sarebbe potuto raccontare di più. Ma in fondo la vera protagonista del romanzo è l’architettura: vera misura dell’essere umano, nel Cinquecento, su entrambe le sponde del Mediterraneo.

Elif Shafak, La città ai confini del cielo, Milano Rizzoli 2015, 20,00 euro, 558 pagine

 

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