Scarpe in attesa al check-point

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail

Quando si nasce in Palestina, la vita sembra normale perché non hai altre esperienze, ha spiegato Adania Shibli in un’intervista, ma, appena esci, si sente la differenza soprattutto fisicamente, per la “diversa pesantezza nel corpo”. Crescere in Palestina vuol dire infatti essere sottopost* al tentativo di Israele di fare scomparire i palestinesi, da qui la ricerca di tracce della memoria sulla scia del poeta Mahmoud Darwish. In una terra occupata da quarant’anni e devastata dalla guerra e da varie forme di oppressione, sono così alcuni oggetti in relazione di contiguità con il contesto a s/oggetti eccedenti e obliqui attraversati dagli affetti e dal socio-politico, a parlarci. Se il nostro corpo è il prodotto della nostra esperienza immediata, in continuo scambio con le cose, la scrittura di Adania Shibli ci offre – proprio attraverso gli oggetti che a contatto col suo corpo condividono il quotidiano – transazioni fra l’io e il mondo, guardando alle ingiustizie della Storia, e parlando di resistenze femminili tra opacità e passione politica.

I modi per parlare della/dalla Palestina, resa una prigione all’aria aperta dallo Stato di Israele, possono essere diversi, dalla denuncia (Amara Hass) all’ironia (Suad Amiry), ma Shibli sceglie dettagli, momenti, sentimenti, oggetti. Se nel precedente libro (Sensi), tradotto sempre da Monica Ruocco, la protagonista è una adolescente che racconta il dramma del quotidiano sotto l’occupazione in una vita come sospesa, in questa raccolta di racconti l’io si narra attraverso ad esempio le scarpe che denotano la tragedia in atto perché ai numerosi check-point, non resta che attendere (“aspettare è diventato uno stile di vita”) e guardare: del resto “sei libero di guardare in tutte le direzioni”. È caldo e nessuno indossa scarpe estive: il tacco alto ed i sandali non si adattano “alla moda in voga nei check-point”, perciò ”la maggior parte delle persone preferisce scarpe sportive, così il piede affonda in uno strato di polvere tale che sembra di calpestare l’ovatta”. Ognuna di quelle scarpe in attesa al check-point è come una firma sulla polvere, offre frammenti di storie non archiviabili di una realtà sociale che s’illumina ad uno sguardo problematico di chi legge.

La polvere, che in certi punti ai check-point raggiunge i dieci centimetri, è un’altra presenza, ossessiva e inquietante: le particelle di polvere non danno tregua ed “entrano nella mia bocca e mi avvolgono … I capelli, il volto, le mani, i vestiti sono completamente coperti di polvere e di disperazione”. Nonostante tutto, l’io narrante ha deciso di ribellarsi ai check-point impegnandosi a visitare degli amici una volta alla settimana, anche se il tempo per stare insieme è minimo dato le attese. Le visite “rientrano in un quadro di ribellione necessaria e di sfida ai check-point”, dopo però vuole solo tornare a casa per pulire le scarpe e liberare se stessa dalla polvere.

Anche l’oggetto-orologio sembra animarsi e vivere di vita propria, permettendo di indagare sentimenti e problemi: in “Fuori dal tempo” il protagonista è un piccolo orologio a polso che fa sparire il tempo della violenza che la protagonista subisce, come metafora dell’invisibilità di chi vive in Palestina: “il mio orologio ha deciso di trasformarsi in essere umano”, dice l’autrice ed in Palestina smette di camminare, “entra in una specie di coma e non riesce più a segnare l’ora”. All’aeroporto di Lidda viene perquisita, scarpe e cintura passate ai raggi x, poi le guardie si sono messe a guardare l’orologio che si era fermato: c’è voluto del tempo prima che cadessero i sospetti. Appena fuori dalla Palestina però l’orologio riprende a funzionare: forse “si rifiuta di contare il tempo rubato della mia vita “.

Il racconto della memoria del dentro non esclude la Storia ma ne sottolinea la violenza, richiedendo a chi legge una partecipazione emotiva, sensoriale e politica, lasciandosi investire dagli oggetti (Merleau-Ponty). La realtà in Palestina è talmente assurda nella sua ingiustizia che può sembrare opaca, ma la scrittura non si ammutolisce e riesce ad esprimere l’ indicibile di quel quotidiano.

In A sangue freddo l’io spiega di leggere solo i titoli dei giornali, così il numero dei morti scivola via, ma una notizia lo rende vulnerabile perché parla di una sola vittima, un quindicenne senza nome ucciso mentre cercava di entrare in Israele, per cercare lavoro: “Non c’è il lavoro a Gaza, soltanto pallottole.. Ma non c’è lavoro a Gaza… Non c’è lavoro a Gaza, solo morte”. Il periodare appare spezzato e ansimante, come quando le parole si affollano e fanno male, per cercare di restituire le emozioni, in una simultaneità di immagini a livello di percezione. Una prosa asciutta, apparentemente distaccata, in realtà inquietante, un intimismo che parla del globale, con una scansione narrativa data dalla ripetitività che insegue la tragedia quotidiana quasi a normalizzare ciò che normale non è, a dire un dolore trattenuto ma intenso per l’ingiustizia subita da un popolo, in un testo che diventa sguardo di sé su di un mondo conflittuale.

Adania Shibli – nata nel 1974 nell’alta Galilea ora vive fra Gerusalemme e Berlino – appartiene ad una generazione la cui vita è scandita da guerre, assenza di libertà e discriminazione, check-point in aumento. Gli scrittori e le scrittrici palestinesi della sua generazione hanno vissuto la prima e la seconda intifada, oltre al fallimento degli accordi di Oslo; hanno visto aumentare progressivamente la violenza fino alla costruzione del Muro: una condizione intollerabilmente grave in cui tutt* sono costrett* a vivere. È la stessa Shibli, a definire la sua scrittura come pervasa da una sorta di autismo (al-tawahhud, in arabo), a voler segnalare una forma direi di apparente indifferenza emotiva come risorsa per difendersi dall’orrore di un conflitto quotidiano e tuttavia esprimere – nonostante le barriere ormai interiorizzate – “il coraggio di vivere, ogni giorno, il giorno che è appena iniziato, dall’inizio alla fine”.

Adania Shibli, Pallidi segni di quiete, Argo 2014, pp. 124, euro 14,00

Adania Shibli, “il best of delle farfalle e degli elicotteri nell’anno 2000” e “Polvere”, Leggendaria 57 (2006)

Adania Shibli, Sensi, Argo 2007.

articoli dedicati

Maurice Merleau-.Ponty , Conversazioni, Se 2001.

PUOI SEGUIRE LA SIL SU: FacebooktwitteryoutubeFacebooktwitteryoutube
PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail
Categorie