Elsa Morante nel Dizionario Biografico degli Italiani

In occasione dell’evento Morante a Roma, pubblichiamo la voce “Elsa Morante” dal Dizionario Biografico degli Italiani (Volume 76, 2012), a cura di Nadia Setti.

MORANTE, Elsa. – Nacque a Roma il 18 agosto 1912 da Irma Poggibonsi, maestra, ebrea modenese, e da Francesco Lo Monaco, siciliano, morto suicida nel 1943; padre anagrafico, marito di Irma, fu Augusto Morante, istitutore al Riformatorio per minorenni. A Elsa, secondogenita – il primogenito, Mario, morì a pochi mesi – seguirono i fratelli Aldo e Marcello e la sorella Maria.

Per motivi di salute non frequentò le elementari ma studiò privatamente, trascorrendo parte dell’infanzia presso la madrina, Maria Guerrieri Gonzaga, in una villa sulla via Nomentana. Giovanissima scrisse poesie, fiabe e racconti, molti fra i quali pubblicati ne Il Corriere dei piccoli, e I diritti della scuola. Dopo il ginnasio e il liceo svolti presso celebri istituti romani (Ennio Quirino Visconti e Terenzio Mamiani), si iscrisse all’Università che presto però interruppe «per conoscere la vita»: a 18 anni, infatti, lasciata la famiglia andò a vivere da sola dando lezioni private, scrivendo tesi di laurea e pubblicando regolarmente racconti in riviste e rotocalchi. Giacomo Debenedetti, che ebbe modo di conoscerla in quegli anni, apprezzò i suoi racconti e li fece pubblicare nella rivista Meridiano di Roma.

Quando nel 1948 apparve Menzogna e sortilegio, il primo grande romanzo di Morante, molti si stupirono dell’apparizione di una scrittrice senza precedenti; tuttavia la stesura delle opere maggiori fu di fatto preceduta e accompagnata da una fitta produzione di racconti in cui compaiono personaggi e motivi talvolta ripresi e amplificati nelle opere maggiori.

Pubblicato postumo per Einaudi, il volume dei Racconti dimenticati (Torino 2002) riunisce testi esclusi dalle raccolte precedenti e in particolare – nella sezione Aneddoti infantili – quelli più chiaramente autobiografici. Nella prefazione Cesare Garboli precisa: «Morante sviluppò negli anni Trenta (1933-1941) un’attività pubblicistica, col proprio nome o sotto pseudonimo, che comprende più o meno 125 collaborazioni tra racconti, fiabe, fantasie, articoli di costume, racconti storici, aneddoti infantili, con una media […] di un racconto ogni venticinque giorni per nove anni filati […]» (p. VI). Quello che si può considerare come l’apprendistato della narrativa morantiana ha i tratti e lo stile del romanzo d’appendice, del feuilleton, della fiaba. Le «stralunate creature» di questo feuilleton giovanile compongono, pertanto, un «deforme campionario di personaggi veristi, commercianti, impiegati, bottegai, stallieri, cocchieri, corrieri, nobildonne fittizie e immaginarie, baroni ossessi e infermiere assassine, folla indiscriminata di esseri dall’apparenza normale quanto intimamente malati e tarati» (ibid., p.VII).

Nel 1936 Elsa Morante incontrò Alberto Moravia, già assurto alla notorietà col romanzo d’esordio, Gli indifferenti (1929): in questi primi anni di una relazione alquanto tormentata, segnata da separazioni e riavvicinamenti, Morante tenne un diario (pubblicato postumo e, così come altre pagine diaristiche degli anni Cinquanta, parzialmente riprodotto nella Cronologia delle Opere per la collezione mondadoriana «I Meridiani»).

Diario 38 (ma il titolo originale è Lettere ad Antonio, a cura di Alba Andreini, Torino 1989) contiene – come indicano in modo eloquente le epigrafi: «Libro dei sogni», «La vida es sueño» nonché una citazione tratta dalla Commedia – la trascrizione dei sogni della giovane autrice ventiseienne, oltre a pensieri, ricordi e immagini da questi suscitati. Vi compaiono a più riprese allusioni a una figura maschile A. (Moravia) e ad altre persone della famiglia: la madre, il padre, la sorella, i fratelli, alcuni amici. Tuttavia soggetto principale dell’introspezione è lei stessa, la giovane Elsa, con i propri desideri, la relazione col proprio corpo, i fantasmi sessuali. Da tale esplorazione dell’inconscio affiorano interrogativi talvolta angosciosi, relativi all’infanzia, alla maternità, alla sensualità femminile, all’erotismo e alla vita sessuale, ma vi convergono ugualmente riflessioni su poeti e narratori che costituiscono preziose indicazioni sulla sua ricerca di scrittura (Dante, Kafka, Proust, Rimbaud, Freud, Manzoni, Verga).

Morante e Moravia si sposarono il lunedì dell’Angelo del 1941 in una cappella della chiesa del Gesù, a Roma; il rito fu celebrato da padre Pietro Tacchi Venturi, confessore e guida spirituale di Elsa.

Nello stesso anno venne pubblicato Il gioco segreto (Milano 1941), una prima raccolta di 20 racconti fra quelli ch’erano apparsi a stampa tra il 1937 e il 1941; fra questi alcuni furono poi selezionati dall’autrice per un secondo volume, Lo scialle andaluso (Torino 1963). L’anno seguente apparve un racconto scritto alcuni anni prima, illustrato dall’autrice: Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (ibid. 1942).

I personaggi di questi racconti si delineano come cifre dell’ambiguità: i toni spesso cupi e inquietanti, la morte come personaggio o come presentimento (La nonna), il diffuso sentimento di colpa (Il ladro dei lumi), l’incertezza e l’oscillazione tra delirio e lucidità, conscio e inconscio, angelico e demoniaco (Via dell’Angelo), e più in generale le atmosfere e la nota di fondo che vi sottostanno sono propri della letteratura fantastica, in cui si moltiplicano gli effetti del «perturbante» secondo la definizione freudiana (Umheimlich); vi si ritrovano ugualmente notevoli somiglianze con il mondo onirico e metafisico dell’immaginario di Kafka e di Poe. I protagonisti, spesso bambini e adolescenti, inseguono i miraggi dell’immaginazione e del sogno, fin quando la visione è bruscamente infranta e precipitano in una vita priva di desideri, avvolta nell’inconsolabile melanconia del paradiso perduto. La madre e il padre sono raffigurati come oggetto di passioni, veri e propri miti dell’infanzia e della giovinezza, ma destinati a essere rigettati o demoliti nell’età adulta. Ne Il gioco segreto, che dà il titolo alla raccolta, il teatro è metafora della fuga verso un tempo mitico: un’epopea notturna nella quale Antonietta e i fratelli inventano e inscenano storie di donne e cavalieri d’altri tempi, fin quando, scoperti dalla madre, puniti e ricondotti alla realtà, sono ormai dolorosamente esiliati dal mondo onirico. Lo scialle andaluso, uno dei racconti più amati dall’autrice e fra i più significativi, è invece incentrato sul legame geloso e intenso di Andrea per la madre Giuditta che, dopo una carriera fallita di ballerina, rinuncia al suo grande amore per il teatro per ritornare a vivere con il figlio.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’intensificarsi della persecuzione antisemita e della repressione tedesca, Moravia venne avvisato del pericolo di un arresto in quanto ebreo, e con Morante – anch’essa ebrea per parte di madre – decisero di lasciare precipitosamente Roma. Giunto a Fondi, il treno non poté proseguire a causa della linea ferroviaria interrotta: costretti a scendere dal treno, arrivarono a piedi nel paesino di Sant’Agata dove si rifugiarono fino alla fine della guerra. Per nove mesi la coppia condivise le condizioni di vita disagiate e precarie dei residenti, con soltanto due libri (la Bibbia e i Fratelli Karamazov), cibo frugale e un’unica stanza con un pagliericcio per dormire. All’inizio dell’inverno Morante decise di ritornare a Roma per recuperare il manoscritto di Menzogna e sortilegio. Nel 1944, dopo un breve periodo a Napoli, la coppia fece ritorno a Roma (dapprima in via Sgambati, poi in un attico acquistato in via dell’Oca). Morante riprese la scrittura del romanzo e lo inviò alla casa editrice Einaudi dove fu accolto favorevolmente soprattutto da Natalia Ginzburg e quindi da Italo Calvino. Pubblicato nel 1948, fu insignito nello stesso anno del premio Viareggio.

Il primo romanzo morantiano è una storia di famiglia che si svolge tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in un Sud imprecisato (presumibilmente Palermo e dintorni): Elisa, ormai orfana, reclusa e quasi «sepolta viva» nella cameretta insieme al fedele gatto Alvaro, rimemora e racconta le vite dei cari fantasmi che continuano ad affascinarla e a tormentarla con i loro enigmi: la nonna Cesira e il nonno Teodoro, la loro figlia e madre di Elisa, Anna, il padre Francesco, la seconda madre e amante del padre Rosaria, il misterioso cugino Edoardo. La narrazione assume i toni della saga, dell’epopea che registra il rapido declinare delle illusioni e dell’agiatezza verso la decadenza, la miseria sociale e il turbamento psichico: al centro la figura della madre della narratrice, Anna, che, innamorata di Edoardo, accetta di sposarne l’amico Francesco De Salvi, quando costui, gravemente malato di tisi, lascia improvvisamente la città, e muore poco dopo. Francesco è figlio naturale di una relazione fugace tra Alessandra, contadina analfabeta, e l’amministratore delle terre dei Cerentano, Nicola Monaco, ma crede a lungo di essere il figlio del marito, Damiano. Morto Edoardo, Anna inventa un epistolario tra lei e il cugino, nell’intento di consolarne la madre Concetta. Questa menzogna ed estrema finzione, la conduce rapidamente alla follia e alla morte.

Temi, personaggi e stile della narrazione riprendono, trasformandoli, quelli del grande romanzo ottocentesco, proprio quando nella letteratura e nel cinema si imponevano la poetica e le forme del neorealismo: la scrittura morantiana sembra percorrere una strada originale, eccentrica rispetto alle correnti dominanti e ai canoni prevalenti del periodo. Fin da questo primo grande libro, Morante persegue una poetica della realtà di cui la formulazione forse più completa e stringente si situa a livello teorico nel saggio Sul romanzo (1959), in cui viene definito come «ogni opera poetica, nella quale l’autore […] dà intera una propria immagine dell’universo reale (e cioè dell’uomo, nella sua realtà)» (cfr. Sul romanzo, in Pro o contro la bomba atomica e altri saggi, p. 44). Nell’ampiezza e nel vigore narrativo si ritrova quella cattedrale sognata di cui l’autrice annotava in Diario 38: «[…] discorrendo dell’arte nel romanzo e nell’intreccio con V. ricordo di avere di sfuggita paragonato la costruzione del racconto a un’archittettura, a una cattedrale, le scene isolate alle vetrate» (p. 20). All’uscita del romanzo la maggior parte della critica rimase sorpresa dalla novità dell’autore Morante. Molti furono i tentativi per delineare accostamenti e influenze letterarie: il Settecento francese di Marivaux, o l’Ottocento del romanzo inglese (Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen), per altri il riferimento era più vicino all’ambientazione siciliana verista (Verga, De Robertis). Tuttavia, fu soprattutto l’apprezzamento di György Lukács che, decretando Menzogna e sortilegio come «il più grande romanzo italiano moderno», inaugurò una nuova fase critica. Studi successivi hanno mostrato l’importanza della scrittura pubblicistica e narrativa precedente e gli accostamenti ai pensatori fondamentali del XX secolo: Sigmund Freud, Otto Rank e Carl Jung, Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Arthur Schopenhauer, Simone Weil (si vedano, in particolare: Per Elisa, 1990; nonché Bardini, 1999). D’altro canto si è cercato di inserire l’opera nel panorama letterario novecentesco con un ampio ventaglio di possibili accostamenti (Marguerite Yourcenar, Virginia Woolf, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini), ma anche, in filigrana, con quegli autori che ne hanno ripreso i modi o il programma poetico e etico (cfr. Under Arturo’s star …, 2006).

Dal 1949 Morante curò per la RAI-Radio Televisione italiana la rubrica «Cronache del cinema»; tuttavia si dimise due anni dopo rifiutando di cedere alle pressioni della direzione, volte ad «attenuare le punte critiche » (cfr. Opere, I, Cronologia, p. LVIII). Pubblicò vari racconti tra cui Amalia (1950) e Lo Scialle andaluso (1953). In quegli anni conobbe la filosofa spagnola María Zambrano e sua sorella Aracoeli, con la quale strinse un’intensa amicizia.

Nel 1957 uscì il secondo romanzo, L’isola di Arturo, che ricevette nello stesso anno il premio Strega.

Arturo, adolescente orfano di madre, vive in compagnia del balio Silvestro e della cagna Immacolatella, nella Casa dei guaglioni, sulle alture dell’isola di Procida. Il padre, Wilhelm Gerace, è quasi sempre assente e, nell’immaginazione febbrile ed esaltata del figlio, che lo dipinge come idolo ed eroe, parte per viaggi misteriosi e avventurosi nel grande mondo, al pari dei personaggi dei suoi libri. L’arrivo di Nunziata, nuova sposa del padre, poco più grande di lui, turba profondamente il ragazzo suscitando rivalità e gelosia. La maternità di costei e, nello stesso tempo, la rivelazione degli amori omosessuali del padre che sono alla base dei suoi misteriosi viaggi, sanciscono per il protagonista l’uscita dal mondo circoscritto e felice dell’infanzia, nonché l’accesso all’universo adulto e della guerra imminente.

Romanzo di formazione, ma innervato da un’immaginazione favolistica che affonda nel sottofondo del mito, L’isola di Arturo ottenne consenso unanime coniugando felicemente i suggerimenti della realtà con la capacità evocativa e le illuminazioni liriche.

Nel maggio del 1958 fu data alle stampe una prima raccolta di poesie (Alibi, Milano) di cui alcune erano già apparse come epigrafi dei romanzi. In quegli anni Morante effettuò numerosi viaggi all’estero: in Grecia, in Unione Sovietica e in Cina con Giacomo Debenedetti, insieme con Moravia in Brasile, con Pier Paolo Pasolini e Moravia in India. Nel settembre 1959, incontrò a New York Bill Morrow, un pittore ventitreenne con cui strinse un’intensa relazione e che aiutò insieme a Moravia nell’organizzazione di diverse mostre in Italia, in Francia e negli Stati Uniti.

Nell’aprile del 1962, poco dopo il suo rientro negli Stati Uniti, Morrow morì tragicamente cadendo dalla finestra di un grattacielo, non si sa se accidentalmente o volontariamente. Morante sprofondò nella desolazione e nel lutto e abbandonò tutti i progetti di scrittura in corso, tra cui il romanzo Senza i conforti della religione.

Il ritorno alla pagina scritta avvenne gradatamente, e soprattutto attraverso la poesia. Con Pasolini, cui era unita dalla consuetudine di una profonda amicizia, curò la scelta delle musiche de Il vangelo secondo Matteo (1964) e più tardi di Medea (1970).

Nel 1965 pronunciò la conferenza Pro o contro la bomba atomica al teatro Carignano di Torino, che costituì poi la parte centrale del volume Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (Milano 1987) in cui sono esplicitati la concezione dell’arte del romanzo, le idee sulla letteratura, sui personaggi e sul rapporto tra vita, scrittura e realtà.

Oltre a testi brevi, come Navona mia sull’amata piazza Navona o la serie Rosso e Bianco, vi figura l’articolo I personaggi (1950) in cui Morante individua tre tipologie di personaggio la cui combinazione informa la maggior parte delle opere narrative: Achille, il greco dell’età felice, Don Chisciotte che, insoddisfatto della realtà, cerca salvezza nella finzione, e infine Amleto, che rifiuta la realtà e la finzione, e sceglie di non essere.

In Sul romanzo – nato in risposta a un’inchiesta promossa dalla rivista Nuovi Argomenti nel 1959 – Morante travalica la distinzione tra prosa e poesia, considerando nel novero di «romanzo » anche i sonetti di Shakespeare, il Canzoniere di Saba, i poemi epico-cavallereschi o il teatro; ciò che le interessa non è tanto il genere letterario quanto il fare poetico, l’essenza dell’opera che giunge attraverso la «realtà degli oggetti » a una forma di «verità». La preferenza di Morante va alle opere in cui l’autore si cela dietro la «pura rappresentazione»: prendendo le distanze sia dal realismo socialista sia dal neorealismo, approda a una propria definizione di realismo il cui fondamento è la molteplicità della realtà trasformata in verità poetica, così come l’esperienza dell’artista deve diventare universale, «valore per il mondo».

Nel saggio Pro o contro la bomba atomica la fiducia nella trasformazione poetica della realtà viene controbilanciata dalla necessità di una lotta contro l’irrealtà, configurata come i mostri che il poeta deve combattere. La bomba atomica è metafora e segno minaccioso dell’epoca della guerra fredda e della corsa all’armamento nucleare tra le potenze mondiali che rischia di annientare la Terra e l’umanità intera. Tale minaccia di disintegrazione riguarda in primo luogo l’interezza dell’universo reale che l’opera invece deve ricercare: «l’arte è il contrario della disintegrazione. […] la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola la realtà […]. La realtà è perennemente viva, accesa, attuale […] è una, sempre una» (cfr. Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, pp. 101 s.). Lo scrittore-poeta non può che resistere alla disintegrazione e all’alienazione della cultura piccolo-borghese delle classi dominanti, anche se si rifugia nel deserto o in paesi lontani (Rimbaud).

Il messaggio di Pro o contro la bomba atomica è in fondo ottimistico: l’atto poetico è un’azione necessaria di fronte all’orrore, e nel contempo testimonianza e risposta. Come esempio probante della straordinaria gioia che può provocare la poesia nella sua lotta contro la morte, Morante evoca il giovane poeta ungherese Miklós Radnóti, deportato e ucciso, di cui furono recuperati i versi, scritti fin sull’orlo della fossa in cui cadde.

Sovversivi, rivoluzionari, capaci di meraviglia, di allegria, di fantasia tali sono i bambini, i giovani, i poeti come Umberto Saba cui è dedicato il saggio Il poeta di tutta la vita (pp. 33- 39), o come il Beato Angelico, il pittore che da «Beato propagandista del Paradiso», avendo veramente creduto, ha visto e dipinto le creature angeliche, tutti i corpi celesti del Paradiso, la festa invisibile dei corpi di luce.

Diversi viaggi negli Stati Uniti e in Messico, dal fratello Aldo, poi nello Yucatán, nonché la collaborazione con Pasolini permisero a Morante di elaborare il lutto per la morte del giovane pittore. Frutto dell’intensa attività poetica di quegli anni furono le poesie de Il mondo salvato dei ragazzini (Torino 1968).

La quarta di copertina chiarisce il titolo della raccolta in modo provocatorio e sorprendente: «un manifesto/ un memoriale/ un saggio filosofico/ un romanzo / un’autobiografia/ un dialogo/ una tragedia/ una commedia/ un documentario a colori/ un fumetto/ una chiave magica/ un testamento/ una poesia». Sul frontespizio, la riproduzione di un quadro di Bill Morrow richiama l’attenzione sul lungo poema Addio che ne intende evocare la figura. Rispetto alla prima raccolta Alibi, pubblicata nel 1958, Il mondo salvato dai ragazzini, dispiega una grande varietà di forme poetiche, dalla poesia in versi liberi alla canzone, dal poemetto epicodrammatico al testo teatrale, fino alle forme anarchico-futuriste della «Grande Opera», la cui esplosione riproduce visivamente e fonicamente la frammentazione e dispersione del mondo, prima di una nuova genesi. Apparso nel maggio 1968 il poema morantiano è un’eco quasi profetica dei movimenti studenteschi, giovanili e operai di quella primavera, anche se La canzone degli F.P. e degli I.M. era stata precedentemente edita in Nuovi Argomenti nel 1967: i Felici Pochi (F.P.) si distinguono dagli Infelici Molti (I.M.), per la loro persistente allegria contro tutti i tentativi di sopraffazione, intimidazione, oppressione. Sono i rappresentanti dell’utopia e dell’immaginazione poetica, portatori di una felicità incarnata soprattutto dai personaggi bambini (Arturo, Useppe, il pazzariello). I Felici Pochi portano di volta in volta nomi diversi: alcuni come Mozart e Rimbaud, sono figure fondamentali dell’ispirazione morantiana, altre come Simone Weil nutrono il pensiero etico della scrittrice. A essi si aggiungono pittori, visionari, rivoluzionari, pensatori: Edipo, il Cristo, il pazzariello impersonano la visione leggendaria e drammatica dell’umanità attratta dalla luce, dalla felicità, dalla gioia, ma spesso minacciata e travolta dalla tragedia, dalla sofferenza, dalle innumerevoli forme di tristezza e di potere.

Il mondo salvato dai ragazzini è un inno all’allegria anarchica e denuncia di tutte le forme di totalitarismo e di ideologia distruttrice e repressiva. I continui e ripetuti riferimenti al supplizio, alla tortura e all’orrore contrassegnano la riflessione di Morante sulla storia, sul Novecento come secolo delle guerre mondiali, dei genocidi, del nazismo e fascismo.

In una recensione lucida e ironica, stesa in forma di poesia, Pasolini definì l’autrice «nonna-bambina» e «madre idealizzatrice e piena di certezza» dell’anacronistico «pazzariello […] straordinariamente attuale», evocando in raffronto i vari ragazzini, gli studenti nipoti che invita a leggere la nonna Morante (cfr. Pasolini, 1971, pp. 27-43).

Nel 1971 cominciò la stesura del suo terzo romanzo, La Storia, che uscì nel 1974. Pubblicato da Einaudi in edizione economica per volontà della stessa Morante, affinché potesse essere immediatamente accessibile a un più vasto numero di lettori, il libro ottenne grande successo di pubblico. Tuttavia restie, se non dichiaratamente ostili, furono le reazioni di parte della critica: il dibattito sviluppatosi sul Manifesto e su giornali e riviste della sinistra (Quaderni piacentini, Ombre rosse, Rinascita, l’Unità) stigmatizzò la mancanza di ideologia nel libro morantiano, e in particolare furono denunciati il pessimismo e la sfiducia sulla possibilità di cambiare la storia, senza rilevare la fondamentale «ammonizione della Morante sulla tragicità della storia» e la «radicalità senza ideologia» del suo pensiero poetico e politico (per cui si veda: M. Sinibaldi, in Vent’anni dopo «La Storia», 1994, p. 215). Pasolini, che aveva riservato un’accoglienza entuasiasta a Il mondo salvato dai ragazzini, stroncò viceversa il romanzo (cfr. Tempo illustrato, 26 luglio e 2 agosto 1974) rimproverando lo stile manieristico sia nella costruzione dei personaggi sia nelle scelte linguistiche (il dialetto romano), nonché la stessa concezione della storia e delle sue vittime. L’intervento mise fine a una lunga relazione intellettuale e affettiva: e non ci fu alcun riavvicinamento prima dell’assassinio di Pasolini avvenuto un anno dopo, il 2 novembre 1975.

È indubbio che il romanzo, come accadde per Menzogna e sortilegio, giunse di sorpresa, quasi controcorrente. Anche La Storia attiva i meccanismi della memoria, soprattutto quelli della memoria collettiva, come testimonia la «cornice» che precede ogni capitolo declinando una cronologia precisa degli avvenimenti mondiali dal 1900 al 1967 e oltre. Il pretesto della narrazione è un fatto di cronaca: il ritrovamento in un appartamento del quartiere romano di Testaccio di una madre impazzita, del figlioletto morto e di una cagna imbestialita. Si palesa così l’intento di raccontare le pur brevi esistenze di coloro che vivono nei margini della trama implacabile della storia: i senza nome, soppressi senza testimonianze che ne possano riscattare l’esistenza. Tali sono i protagonisti principali: Ida, maestra di scuola elementare, vedova, i suoi figli Antonio, detto Nino e Giuseppe, detto Useppe, i cani Blitz e Bella. Ida, d’origine ebrea per parte di madre, un giorno del gennaio 1941 viene seguita da un giovane soldato tedesco ubriaco, in partenza per l’Africa (dove poi morirà), che le usa violenza. Rimasta incinta, si reca per partorire il piccolo Useppe nel Ghetto, assistita da un’ostetrica ebrea. In seguito ai bombardamenti del quartiere San Lorenzo, la famiglia è costretta a riparare in un capannone alla periferia di Roma dove, in un unico stanzone, risiede fino alla fine della guerra. Qui, una notte, si presenta Carlo Vivaldi che, legatosi di amicizia con Nino, diventa partigiano e soltanto in seguito rivelerà la sua vera identità (si tratta dell’ebreo Davide Segre) e le sue idee anarchiche. Dopo la fine della guerra, Ida e Useppe fanno ritorno in città: il bambino, di un’intelligenza e d’una vivacità fuori del comune ma affetto da epilessia, muore a soli 6 anni. Un anno prima erano scomparsi anche Nino e Davide Segre, il primo vittima di un incidente stradale, il secondo, con ogni probabilità, in seguito a una overdose di barbiturici. Ida sopravvive ai propri figli, ma è ormai lontana dal mondo e dalla vita.

Il romanzo consegna al lettore una visione tragica e fatalistica della storia, e tuttavia vuol essere atto di testimonianza dell’avvento umano e del desiderio di felicità dei suoi protagonisti. Trovare le parole per raccontare l’orrore è il fine del progetto morantiano, che la scrittrice realizza ne La Storia con maggiore respiro forse rispetto agli altri romanzi: «l’unica felicità possibile: non essere sé, ma tutti», appunta significativamente in una nota del suo diario del 1964 ( per cui cfr. Opere, I, Cronologia, p. LXXVIII).

Nel 1976 cominciò la stesura di un nuovo romanzo, Aracoeli, per il quale Morante si recò più volte in Andalusia. Dopo il sequestro di Aldo Moro, il 20 marzo 1978 scrisse una «Lettera alla Brigate Rosse» rimasta incompiuta (e apparsa postuma nel 1988). Nel 1980, dopo una caduta rovinosa che le provocò la rottura del femore, soggiornò in convalescenza per un lungo periodo presso la clinica Quisisana di Roma. Ritornata a casa, proseguì la stesura di Aracoeli ultimandolo nel dicembre 1981. Dato alle stampe nel novembre 1982, nel 1984 fu insignito del prestigioso Prix Médicis Étranger.

Protagonista e narratore del quarto e ultimo romanzo della scrittrice è Manuel, un omosessuale di 43 anni ossessionato dalla memoria d’infanzia al cui centro è la madre, Aracoeli, spagnola, andata in sposa giovanissima a un ufficiale dell’esercito italiano. La lingua materna delle nenie e delle canzoncine dell’infanzia continua a risuonare nell’orecchio di Manuel, che, ormai alle soglie della maturità, rimpiange insieme con la perdita della madre quella della propria bellezza. Rispetto alla storia di Arturo, ci troviamo dinanzi a «una Bildung all’inverso» (cfr. Rosa, 1995, p. 309): in un viaggio a ritroso della memoria e del tempo egli si reca a El Almendral, villaggio d’origine di Aracoeli, ormai scomparsa da anni, per tentare di ritrovare le tracce di sua madre bambina, dello zio scomparso di cui porta il nome, di una preistoria antecedente la propria nascita. Aracoeli, in un modo ancora più intenso e drammatico dei romanzi precedenti, mette in primo piano la coppia madre figlio, raccontando attraverso la giustapposizione dei piani temporali e l’uso calibrato del flashback tanto l’autentico splendore quanto la discesa agli inferi dell’età adulta. La tragedia comincia dopo la nascita della seconda figlia, morta pochi mesi dopo; Aracoeli cade dapprima in uno stato di sconforto totale, poi è afflitta da una frenetica smania sessuale, sintomo della malattia incurabile che la porterà alla morte. Crollato il mito dell’infanzia, la realtà appare come una sassaia deserta, solitaria e misera, in cui ritrova nel finale il padre Eugenio, ormai invecchiato e senza i fasti del passato, ma per il quale sussiste in fondo a sé l’amore.

Dopo la consegna del manoscritto, la scrittrice cominciò a soffrire nuovamente di forti dolori alla gamba, ma rifiutò una nuova operazione. Nell’aprile del 1983 tentò il suicidio, ma venne salvata in extremis e trasportata d’urgenza all’ospedale dove le fu diagnosticata una grave idroencefalia. L’operazione cui fu sottoposta non riuscì a migliorare il suo stato.

Dopo una seconda operazione, morì d’infarto a Roma, nella clinica Villa Margherita ov’era ricoverata, il 25 novembre del 1985. Le sue ceneri furono sparse nel mare di Procida.

Fin dagli inizi l’opera morantiana fu apprezzata e sostenuta da critici di vaglio; lo stesso Moravia riconobbe a varie riprese la sua profonda ammirazione. Nel corso degli anni numerosi saggi critici, monografie, biografie e volumi collettanei sono stati consacrati alla narrativa morantiana e in misura minore alla poesia. La sua opera si è ormai imposta come una delle più rilevanti del Novecento.

Opere
Il gioco segreto. Racconti (Milano 1941); Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (Torino 1942); Menzogna e sortilegio (ibid. 1948); L’isola di Arturo (ibid. 1957); Alibi, Milano 1958; Le straordinarie avventure di Caterina.Nuova ed. riveduta con l’aggiunta di altre bellissime storie (Torino 1959); Lo scialle andaluso (ibid. 1963); Il mondo salvato dai ragazzini (ibid. 1968); La Storia (ibid. 1974); Aracoeli (ibid. 1982); Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (Milano 1987); Opere («I Meridiani »), I-II, a cura di C. Cecchi – C. Garboli, ibid. 1988-90; Diario 1938 (Torino 1989); Racconti dimenticati (ibid. 2002); Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe né partito) (Roma 2004). Ha inoltre tradotto Il libro degli appunti di K. Mansfield (Milano-Roma 1945).

Fonti e Bibliografia
P.P. Pasolini, Il mondo salvato dai ragazzini, in Id., Trasumanar organizzar, Milano 1971, pp. 27-43; G. Venturi, Elsa Morante («Il Castoro», n. 130), Firenze 1977; A. Nozzoli, E. M.: la fuga nell’utopia, in Id., Tabù e coscienza. La condizione femminile nella letteratura italiana del Novecento, Firenze 1978, pp. 129-146; D. Ravanello, Scrittura e follia nei romanzi di E. M., Venezia 1980; G. Debenedetti, L’isola della Morante (1957), in Id., Saggi (1922-66), Milano 1982, pp. 379-396; S. Petrignani, Le signore della scrittura, Milano 1984, ad ind.; Letture di E. M., a cura del Gruppo La Luna, Torino 1987; E. Cecchi, E. M., in Id., Prosatori e narratori, in Storia della letteratura italiana (Garzanti), Il Novecento, nuova ed. accr. e agg., II, Milano 1987, pp. 419-423; G. Pampaloni, Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, ibid., pp. 439-441; F. Fortini, Nuovi saggi italiani, Milano 1987, pp. 240-247; G. Fofi, E. M., in Id., Pasqua di maggio. Un diario pessimista, Genova 1988, pp. 36-42; Per Elisa. Studi su «Menzogna e sortilegio», Pisa 1990; M. David, E. M., in Id., La psicanalisi nella cultura italiana, Torino 1990 (1ª ed, ibid. 1966), pp. 528 s.; G. Bernabò, Come leggere «La Storia» di E. M., Milano 1991; G. Ferroni, E. M., in Storia della letteratura italiana (Einaudi), Il Novecento, Torino 1991, pp. 551-561; G. Agamben et al., Per E. M., Milano 1993; B. Frabotta, Fuori dall’harem: l’alibi di E. M., in Les femmes écrivains en Italie aux XIXe et XXe siècles, Aix-en-Provence 1993; C. Sgorlon, Invito alla lettura di E. M., Milano 1994; Vent’anni dopo «La Storia». Omaggio a E. M., a cura di C. D’Angeli – G. Magrini, Pisa 1994; P.V. Mengaldo, E. M., in Storia della lingua italiana. Il Novecento, Bologna 1994, pp. 161- 167; Cahiers E. M., a cura di N. Orengo – T. Notarbartolo, Salerno 1995; C. Garboli, Il gioco segreto: nove immagini di E. M., Milano 1995; G. Rosa, Cattedrali di carta: E. M. romanziere, Milano 1995; S. Lucamante, E. M. e l’eredità proustiana, Firenze 1998; M. Bardini, M. E., italiana, di professione poeta, Pisa 1999; C-K. Jørgensen, Visione esistenziale nei romanzi di E. M., Roma 1999; D. Van Der Fehr, Violenza e interpretazione. «La storia » di E. M., Roma-Pisa 1999; H. Serkowska, Uscire da una camera delle favole. I romanzi di E. M., Kraków 2002; C. D’Angeli, Leggere E. M., Roma 2003; E. Martínez Garrido et al., E. M.: La voce di una scrittrice e di un’intellettuale rivolta al secolo XXI, Madrid 2003; M.R. Gilio, Le lusinghe di Maria nell’opera di E. M., Roma 2003; Una Signora di mio gusto, E. M. e le altre, a cura di M.P. Mazziotti – S. Lattarulo, Sant’Oreste (Roma) 2005; Under Arturo’s Star, The cultural legacies of E. M., a cura di S. Lucamante – S. Wood, West Lafayette 2006; C. Cazalé Bérard, Donne tra memoria e scrittura, Fuller, Sachs, M., Roma 2009, ad ind.; L. Tuck, A Woman of Rome, New York 2009; N. Setti, La sapienza degli inermi. «La Storia» di E. M., in Il simbolico in gioco. Fra te e il testo un’altra donna, Padova 2010; Festa per Elsa, a cura di G. Fofi – A. Sofri, Palermo 2011.

Nadia Setti

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