La lunga vita letteraria di Dacia Maraini

Sobrietà e ardimento, delicatezza di tocco e coraggio di calarsi nel buio del mondo, dei corpi e dei sentimenti; accuratezza realistica e ricchezza fantastica; forza polemica contro i soprusi e amorosa solidarietà verso le creature miti; curiosità priva di compiaciuti esotismi nell’esplorare mondi lontani e passione mai spenta nel rivisitare quelli più prossimi e familiari… in quest’armoniosa compresenza di qualità diverse e dimensioni solo apparentemente inconciliabili, sta l’originalità della lunga e fertilissima carriera letteraria di Dacia Maraini.
Nel problematico ma vitale intreccio familiare di legami e di assenze, Dacia apprende l’anticonformismo, il senso della giustizia e l’amore verso le arti nel loro insieme, in primo luogo verso l’arte della parola e le potenzialità fantastiche dei racconti, assorbite fin dalla precoce e durissima esperienza di prigionia in un campo di concentramento giapponese. Tre anni, dal 1943 al 1946, in cui il padre Fosco, la madre Topazia Alliata e Dacia bambina con le sorelline Yuki e Toni patiscono fame e crudeltà come punizione collettiva per l’antifascismo dei due giovani genitori, lì rinchiusi con altri italiani che non avevano accettato di aderire alla Repubblica di Salò. Le fiabe materne e le narrazioni di un padre “dalla testa luminosa e pensante, piena di memorie e di conoscenze straordinarie”, aiutano la figlia a “dimenticare la fame e la paura”.
Scrittrice di romanzi e racconti, autrice e regista di testi teatrali, saggista e poetessa, viaggiatrice fin dai primi anni di vita, impegnata femminista e polemista, Maraini si mette precocemente in luce nell’ambiente letterario romano con alcuni racconti e collaborazioni in riviste quali “Paragone”, “Nuovi Argomenti”, “Il Mondo”. Nei primi anni Sessanta esordisce con i romanzi La vacanza (1962), L’età del malessere (1963), A memoria (1967) e con il primo libro di poesie Crudeltà all’aria aperta (1966).
Coinvolta insieme ad altri scrittori – tra i quali Alberto Moravia, Enzo Siciliano, Carlo Emilio Gadda – nella realizzazione del Teatro del Porcospino durante gli anni Sessanta, scriverà da allora molti testi teatrali, fra i quali Maria Stuarda e Dialogo di una prostituta con un suo cliente sono i primi a ottenere successo in Italia e all’estero. Pochi anni dopo, nel 1973, è fra le fondatrici del Teatro della Maddalena, gestito e diretto da donne impegnate nella militanza femminista e nell’informazione sui temi del mondo femminile. Nel 1972 pubblica il romanzo Memorie di una ladra, e nel 1975 Donne in guerra, tradotto in molte edizioni straniere come accade anche al ben noto Storia di Piera pubblicato nel 1980 e nato dalla collaborazione con Piera Degli Esposti.  Fra i numerosi altri libri pubblicati negli anni Ottanta e Novanta, emerge per successo di pubblico e critica e per i riconoscimenti – i più noti sono il premio Supercampiello e il premio Libro dell’anno 1990 – il romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa, che avrà una versione cinematografica firmata dalla regia di Roberto Faenza e una messa in scena con l’adattamento della stessa Maraini per la regia di Lamberto Pugelli.
Il prolifico decennio dei Novanta comprende anche saggi critici originali come Cercando Emma (1993), serrato confronto con Flaubert e la sua eroina Bovary; Un clandestino a bordo (1996), meditazione sulla maternità nata da un dialogo con Enzo Siciliano, in cui è svelato il dolore per la perdita di un figlio mai nato; e si chiude con la raccolta di racconti Buio, che le merita nel 1999 il premio Strega.
Negli anni Duemila, fra i tanti volumi che presentano i suoi romanzi, raccolte teatrali e libri di memorie, si trovano Il treno dell’ultima notte (2008), romanzo storico ambientato fra la rivolta ungherese del 1956 e lo sterminio nazista ad Auschwitz; La ragazza di via Maqueda (2009); La seduzione dell’altrove (2010) dedicato al desiderio di viaggiare verso l’ignoto e verso l’altro, inteso non solo come luogo ma come “un altro corpo, un’altra tradizione, un altro pensiero”;  La grande festa (2011), sofferta e sobria esplorazione della morte e del lutto. E nel recentissimo L’amore rubato, uscito nel 2012 – anno in cui è insignita del Premio Campiello alla carriera – Dacia Maraini torna con vigore al tema della violenza misogina, rinnovando ancora una volta un’attenzione e mobilitazione personale senza riserve a favore delle donne, e sviscerando in otto racconti il nodo straziante fra passione e possesso, nelle pieghe più intime di antiche e nuove umiliazioni.

Per la sua intensa e personalissima esplorazione dei rapporti fra le donne e il mondo, articolata in tutte le forme della scrittura creativa e in diverse epoche e luoghi; per aver trovato forme capaci di parlare tanto alle donne quanto agli uomini, tanto a chi possiede strumenti letterari quanto a chi si rivolge alla letteratura per essere trasportata in altre dimensioni o per capire meglio quella in cui abita, la Società Italiana delle Letterate ha il piacere di nominare Dacia Maraini Socia Onoraria.

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