Diario di una mamma, ex-regista e apprendista chef

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GIOVEDÌ 8 SETTEMBRE – Nella toilette della Casa del gusto oggi mi è successa una co- sa strana. La ragazza che ingaggia ogni giorno una lotta all’ultimo sangue col dispenser del sapone – chissà poi perché – mi ha finalmente rivolto la parola nonostante la rivalità che impéra da queste parti. Ed è stato come un taglio netto. È preoccupata per l’esito di questa scuola: Lei – ha detto – non può permettersi sbagli data la sua età. Al che io inebriata da tanta confidenza, le ho chiesto quanti anni avesse e in cambio ho ricevuto la risposta che meritavo: trentacinque, la mia stessa età. È stato così che le polpettine di coniglio su marmellata di cachi che stavo elaborando da giorni come finger food di ottobre hanno lasciato il posto a pensieri neri. E ai dubbi: «Avrò fatto la scelta giusta? Avrò fortuna? Mi piacerà? Sarò capace?».

Certo fino a poco tempo fa avere trent’anni aveva un altro significato. Lo sapevo bene io. Ci avevo anche lavorato su per un documentario sugli anni Ottanta. Sicuramente era considerato qualcosa di piacevole. Vigoria fisica, maturità intellettiva, libertà da pressioni scolastiche e genitoriali se si erano colte le occasioni giuste. Infine un buon lavoro o comun- que un lavoro e quindi indipendenza e sicurezza, con ancora la possibilità di sognare dell’altro. Una carriera, una vita più ricca. Mentre oggi? A meno che non si sia storditi da droghe, o figli di qualche notabile, o non si stiano investendo tutte le proprie energie nel tentativo di partecipare a qualche reality in tv, e/o sgambettare in una trasmissione e in un talent show, l’età suddetta non è altro che una fonte di inquietudine, angoscia e confusione. È come trovarsi nel bel mezzo della preparazione di un dolce e accorgersi di avere una bilancia sballata. Era proprio questo il punto: si può aver studiato o non studiato; aver maturato delle ottime competenze in un settore o meno; dipendere da genitori oppure avere un la- voro di qualsiasi tipo; tutto è sullo stesso piano, è una cinquina al superenalotto:

«Perderò? Vincerò? Chissà! Conta solo il caso». [….]

VENERDÌ 14 SETTEMBRE – Che corsa anche stamattina! Mio figlio si è svegliato alle sei, tredici mesi di energia pura. E ogni cosa è andata a rilento, inframezzata dai giochi. Ci tengo poi che faccia colazione sereno, lui che già assaggia tutto: pane integrale e la marmellata di visciole che facciamo io e il suo papà a giugno in campagna, oltre naturalmente al suo lat- te. Però alla fine siamo usciti tardi e al so- lito di corsa al nido, di corsa alla metro, di corsa alla scuola del Gambero rosso. Sempre di corsa del resto, le mie gambe lo sanno bene, sono giorni, mesi, ore, in fondo mi sembra di correre da anni. Da studente brillante di filosofia, anche grazie ai testi che il femminismo aveva pro- dotto, sono passata a lavorare proprio per la televisione che mi piaceva, quella culturale di Rai educational e infine quella d’inchiesta con Report. Ma da un anno, da quando è nato mio figlio, quello che già sapevo, quello di cui avevo già discusso con altre donne, le pensatrici della Società italiana delle letterate, quello che avevo indagato nel mio lavoro di filmaker e che da tempo sociologhe attente avevano già descritto, è diventato un fatto anche per me. Come un elefante in una stanza. La dedizione totale, lavorare dalle sette a mezzanotte per mesi in cambio di contratti scadenti anche salendo di grado nelle gerarchie, mal si coniuga con l’essere madre, con il desiderio di esserci. Ma stamattina mentre aspetto di tornare alla mia postazione tra ortaggi e tagli di carne, su questo dubbi non ne ho, lasciare quel mondo per mio figlio non mi dispiace. Tra l’altro mi ero già disamorata prima. Vedo dappertutto uno scadimento di qualità, dal cibo che ci vendono ai vestiti, ma anche nel raccontare una storia. Che sia cronaca o di fantasia poi poco importa. Bassi budget, tempi stretti e maestranze pagate al minimo a cosa possono portare? […]

Sono di nuovo in metro, di ritorno a casa dopo ore di fondo bruno e salse. Siamo pressati come sardine, temo che qualcuno mi finirà in braccio. Stavo pensando che soprattutto dal Rinascimento in poi la cucina poteva rappresentare una specie di cartina tornasole dell’economia e della cultura di uno stato. Poche ore fa un ragazzo – forse un futuro cuoco – alla domanda dello chef, «cosa mangi a colazione?», ha risposto: «Innanzitutto Coca cola con Red Bull, costa meno di latte e caffè e ha lo stesso effetto». Allora lo chef: «E cosa hai portato per pranzo?». «Finocchi gratinati e – ha continuato – lo so non sono di stagione ma erano in offerta e anche se di serra so io come insaporirli!». Continuo a chiedermi ma non è tutto collegato, queste cose non c’entrano con la politica, con il mondo che vogliamo? Mi hanno fatto pensare a un film di Ken Loach, In questo mondo libero, a un dialogo tra un padre, operaio in pensione che insieme al nipotino scopre che la figlia ha messo su un’agenzia interinale. Scarico da internet un pezzetto di sceneggiatura:

Il padre: Tu quella gente la paghi al minimo sindacale? Angie: Quella gente a casa sua fa la fame! Il padre: Tu quella gente la paghi al mi- nimo sindacale?

Angie: Per l’amor del cielo papà, se continui così m’incolperai anche dei cambiamenti climatici, che cosa t’inventerai adesso? Tu non vuoi capire, ma le cose stanno esattamente così: per trent’anni tu hai fatto lo stesso lavoro, giusto?

Il padre: Sì… Angie: Beh, io e te siamo molto diversi: tu per trent’anni hai fatto lo stesso lavoro, io ho fatto più di trenta lavori e mi hanno fregata e licenziata tutte le volte che c’ho provato. È per questo che siamo diversi.

È vero, il lavoro, questo diritto della nostra costituzione, sta diventando un concetto sfuggente. Ma questo può davvero spingerci a pensare solo ai guadagni immediati? Il padre incalza Angie chiedendole qual è il mondo allora che sta costruendo per suo figlio. Un giorno, quel bambino, non competerà forse anche lui con altri esseri umani pagati con un salario da fame? I lavoratori di Angie fanno soprattutto i muratori oppure ingrossano le file dei dipendenti dei supermercati, quei luoghi dove regnano i prodotti sottoprezzo che hanno un costo altissimo, dato che bisogna sfruttare tutto, terra e braccia. Perché il mio collega apprendista chef non può mangiare qualcosa di stagione e pagarla il giusto? Sono proprio stanca, forse saranno le tante ore in piedi. […]

DOMENICA 25 SETTEMBRE – È notte. Tutti dormono. Ho fatto dei biscotti sablé a forma di cavalluccio marino per il piccolo, ne assaggio uno con il vino che facciamo a Est del Lazio e che ho provato a cuocere e ad aromatizzare alla maniera del Mulsum degli antichi romani. Un altro impegno, un altro salto nel vuoto: da un anno io e il mio compagno abbiamo impiantato un vigneto che condurremo in modo naturale, alla maniera dei grandi produttori di Borgogna, quasi tutti biodinamici. Ci sta costando molto, oltre che in tempo e in fatica. Ma si avvicina all’idea della vita e del mondo che vorremmo. E mi fa ridere questa cosa, o forse è colpa del Mulsum, ma certo a scorrerla fino ad oggi la mia vita potrebbe sembrare il girovagare proficuo e creativo di un soggetto postmoderno. E forse in parte lo è. Ma di sicuro non credo affatto alla straordinaria flessibilità delle giovani che racconta un pezzo di femminismo italiano. Anzi, mi arrabbio con chi dice che le donne oggi scelgono se lavorare o no, se lavorare o fare le madri, se lavorare part time. Rivelo che chi può farlo e lo fa, ha principalmente soldi non libertà! Se ho potuto permettermi certe scelte, oltre che per aver coltivato molti interessi, è perché sono be- nestante. Non riguarda certo la maggioranza. Magari il nutrito gruppo di quelle che stanno campando da sole come me ma che sempre «non sanno più per quanto ancora»! A tutte queste, prosit !

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