Contro la mafia perché donne

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Delle testimoni e collaboratrici di giustizia * il giornale Mezzocielo, che ha festeggiato da poco i suoi vent’anni, ha sempre parlato. Abbiamo sentito l’esigenza di tornare a parlarne col numero 2/2012 sollecitate dalla proposta del quotidiano della Calabria di dedicare  l’8 marzo scorso alle collaboratrici di giustizia Lea Garofalo (assassinata), Maria Concetta Cacciola (suicidata), Tina Buccafusca (suicidata), Giuseppina Pesce, Rosa Ferrero. Ci aveva colpite l’uso dell’acido che corrode la gola, veicolo della parola, come strumento di morte. Ma non solo per questo.

Quando Simona Mafai, in redazione, ha proposto come titolo del numero Contro la mafia perché donne , pur rimandando a figure di donne militanti che mi ero lasciata alle spalle, ho sentito che mi apparteneva. Mi ha rimandato all’assunzione di responsabilità, alla necessità di tornare ad esporsi  – “farsi visibili contro l’invisibilità della Mafia” – come nel ’92, a piazza Castelnuovo, luogo del presidio delle donne del digiuno, di cui Mezzocielo, insieme all’Udi di Palermo si fece promotrice a seguito della strage di via D’Amelio, l’uccisione di Borsellino e della scorta, a cui sarebbe seguito il suicido di Rita Atria che collaborava col giudice, a pochi mesi da quella di Capaci, con la morte del giudice Falcone, della moglie e della scorta. Necessità di esporsi, dicevo, perché  l’atrocità di quanto successo non permetteva a nessuna di sottrarsi; e al contempo necessità di indagare “a partire da sé” per prendere le distanze dalla retorica dell’antimafia, astratta, ripetitiva e oggi sappiamo in parte collusa. Come se le categorie interpretative della realtà fossero saltate per aria, insieme ai corpi dei giudici e delle scorte, e non rimanesse altro che il proprio corpo come bussola per orientarsi.

Ho analizzato la mia reazione  e mi sono chiesta se ri-pensarsi donnacontro poteva rappresentare una trappola. Una risposta sbagliata ad uno stato d’animo giusto. Trappola che potrebbe trovare origine, ho pensato, nell’ “affezione da sindrome civile” causata dalla sproporzione tra il grado di consapevolezza interiore e il degrado esteriore di chi vive in un sud teatro giornaliero di sporcizia e di morte.  Pensiero questo espresso in uno dei primi numeri di Mezzocielo da Giuliana Saladino (giornalista di cui urge tornare a parlare) che costringe nella postura della donnadisinistracontro (mafia, violenza, devastazione dell’ambiente, disoccupazione, mancanza di servizi, etc) “rischiando di non fare riconoscere, frugando tra le scorie, il luccichio della domanda giusta”.

Da qualche tempo infatti ho cominciato a ri-sentire sulla pelle le stesse sensazioni di vent’anni fa, quando, dopo le stragi, l’ingiustizia era tale che non si poteva più contenere o mediare solo con le parole: un misto di forza e insieme di debolezza originata dal senso di oppressione, di mancanza d’aria che seguì alle stragi e rendeva inefficace qualunque diverso disporsi. Sentimento che per essere sopportato ebbe bisogno di gesti forti, autorevoli, come furono quelli di digiunare in piazza per fame di giustizia e stendere i lenzuoli al balcone con le scritte spray contro la mafia.

Mi sono chiesta da cosa potrebbero essere causate, oggi, queste sensazioni. Non credo solo perché è il ventennale delle stragi. Credo c’entri di nuovo la fame di giustizia. O se preferite il senso di ingiustizia a causa di un tipo di potere – globale e al contempo invisibile – che agisce sui corpi, feroce e devastante quanto una strage. Un potere, si legge sul sito ADA Teoria Femminista fondata da Angela Putino e Stefania Tarantino “al quale puoi opporti e fare resistenza, ma ha già agito sulle coscienze e sui comportamenti, le cui ricadute sono tali da non essere più leggibili come risposta e conseguenza alla mancanza di lavoro e al degrado dei quartieri”.

Portatrici di questo tipo di potere sono le nuove Mafie diventate Sistema  “mercato senza regole, diritti e mediazioni istituzionali”.

Mi sono chiesta se di fronte ai cambiamenti delle nuove mafie siano cambiate le pratiche di chi lotta contro; che tipo di forza serve mettere in campo. Sarà un caso, mi sono chiesta, che due storiche riviste (Via Dogana n. 100 e Leggendaria n. 91) e un libro Sensibili Guerriere (Iacobelli 2011) hanno affrontato in contemporanea il tema della forza femminile? 

Ragionando sul tipo di forza, mi è parso che il modo e le motivazioni che hanno spinto le collaboratrici calabresi a sottrarsi (soprattutto quelle estranee per mentalità al sistema perché non coinvolte direttamente in fatti delittuosi) pagando per questo un prezzo altissimo, potevano aiutare noi donne contro a ri-vedere le nostre pratiche di lotta.

Senza entrare nei particolari, dalla lettura del numero speciale di Mezzocielo, ciò che salta subito agli occhi è la specularità, il continuum, tra universo mafioso e società legale o contro. Mi interessa evidenziare solo due aspetti. Il primo è che in entrambi gli universi le donne non raggiungono posti di comando perché ritenute “inaffidabili o inadatte al ruolo in quanto non rinunciano alla soggettività” e dunque “incapaci di identificazione completa al sistema”. Quelle poche che lo raggiungono superano in spietatezza gli uomini. L’altro è che donne di mafia e donne contro non si sottraggono in egual misura alla ferocia e alla violenza sanguinaria che scatena il Sistema quando  decidono di rompere con l’ordine di appartenenza, sottraendosi al ruolo di “trasmettitrice del pensiero del padre che le vuole mute e prive di desideri” per riappropriarsi della propria libertà. Sia che il maschio sia un boss mafioso o l’ ex compagno/marito/padre/fratello.

Eppure gli stessi uomini (mafiosi e non) promuovono le donne quando chiedono di essere aggiunte, anche in posti di potere, nel loro ordine. Significherà qualcosa che nella camorra non ci sono collaboratrici? A tale proposito si legge sul sito ADA teoria femminista: “Il sistema ha recepito le trasformazioni determinate dalla fine del patriarcato rompendo con i vecchi rituali di accesso alla gerarchia. Chiunque partendo dal nulla può raggiungere prestigio e potere, basta mettere a rischio la propria vita. Da qui l’acceso consentito alle donne come partecipazione alle strutture d’impresa. Di questo tipo di sistema o ci si sente parte o niente”.

Le donne di camorra hanno dunque scelto di esserne parte. Cosa succede invece quando ci si sottrae ce lo dicono le storie delle collaboratrici calabresi.

Perché collaborano? Non certo per senso di legalità o per scelta di appartenenza allo Stato di diritto, come da alcuni politici e magistrati è stato detto, ma per amore verso se stesse e verso i  figli/e. Per guadagno di consapevolezza nei confronti soprattutto delle figlie (vedi il caso di Denise, la figlia di Lea Garofalo, che si costituisce parte civile contro il padre). Amore per la libertà che fa trovare loro la forza di prendere le distanze dal sistema.

Vale per tutte la Storia vera di Carmela Iuculano raccontata da Carla Cerati (Marsilio 2009). Nella sua trasformazione vuole portare tutta se stessa, il suo vissuto, senza rinnegare nulla del passato,  finendo, a sua insaputa potremmo dire, per ritrovare quell’ altra sé che fino a quel momento non conosceva e che le fa paura più del marito. Per raggiungere il suo scopo finge collaborazione con lui, osserva, annota mentalmente nomi e fatti che le serviranno come arma di ricatto per ottenere rispetto e poi per denunciare.

Mette in campo un tipo di forza,così mi è parso, simile a quella descritta in Sensibili Guerriere: “morbida, fluida come il bamboo che sopravvive alla tempesta … capace di fronteggiare gli eventi senza venirne travolti. Cedere in maniera consapevole permette di seguire le traiettorie dell’avversario capendo i suoi punti di forza ma soprattutto di debolezza insinuandosi al suo interno con la stessa carica dell’acqua” (Chiricosta).

Forza è dire e agire dando ascolto al corpo, affermano le ragazze, tutte tra i 25 e i 35 anni intervistate nel libro. E’ capacità di tenere insieme tutti i gli elementi della propria esistenza. E’ fare della propria estraneità  una centratura,  imparando ad abitare lo spaesamento, l’assenza di certezze.  Forza  è  la parola,  con-vincere, vincere insieme, movimento verso l’altro. E’ farsi carico delle circostanze, consapevoli che accettarle è il primo passo per trasformarle,  ma custodendo un sogno.

Ho ritrovato questi stessi tratti rileggendo il libro Ho fame di giustizia digiuno contro la mafia a cura di Angela Lanza, ripubblicato per il ventennale delle stragi da Navarra (la prima edizione è del 1994) . E’ un diario lungo un mese, dal 19 luglio al 23 agosto 1992, dove si racconta della pratica di lotta contro la mafia delle donne del digiuno, prima accennata, diventata punto di riferimento per uomini e donne, ma la cui importanza fu il guadagno di ciascuna nel farla, il potenziale messo in campo: circolarità, assenza di deleghe, assunzione di responsabilità, riconoscimento delle differenze, ascolto dell’altra, capacità di mediazione. Il digiuno come conseguenza di un male fisico “per sottrarre il proprio corpo al nutrimento di morte, il bisogno sentirsi trasparenti contro la sporcizia del malaffare”. Un gesto simbolicamente forte.

“Non vogliamo essere complici di un potere che schiaccia, rende invisibile, blocca qualunque gesto succhiando energia fino a toglierti tutta la forza. Noi donne del digiuno ci tiriamo fuori  affermando la nostra differenza” si scrisse nel documento di lancio.

Riappropriarsi della piazza tutte insieme, delimitarne simbolicamente il territorio esponendo i  corpi agli sguardi significò scrivere la propria storia in prima persona, trasformando il proprio corpo in uno strumento di lotta non rituale; significò creare una parola che, per non essere cancellata, non doveva essere disgiunta dal corpo.

Pratiche inventive, non intenzionali, aperte al rischio, che non sono state più ri-create e ri-contestualizzate perché soppiantate dalla ritualità generalizzata di azioni positive finalizzate alla conquista di scranni in parlamento per l’esercizio della democrazia; o perché sopraffatte da quell’affezione da sindrome civile che costringe nella postura della donnadisinistracontro.

Ripensando a quelle pratiche partorite dai nostri corpi/mente in un momento di totale spaesamento, e al contesto in cui si sono svolte,  mi domando se alcune peculiarità del sud, seppure globalizzato (o se preferite di chi guarda dal margine e sente ancora addosso il fiato pestifero del colonizzatore più di chi abita al nord) lette ordinariamente come elementi di debolezza o di insignificanza – mi riferisco allo stare in presenza del corpo; all’importanza dello sguardo; del gesto; del sogno; alla scelta, se il caso lo richiede, del silenzio e del farsi invisibili; alla presenza ancora forte della lingua materna, della parola non disgiunta dal corpo – non possano essere ri-lanciate come punto di forza “fluida come il bamboo” per rimettersi in gioco, uomini e donne del sud e del nord.

*Voglio ricordare Michela Buscemi, Serafina Battaglia, Maddalena Gambino, Piera Lo Verso, Luisa Prestigiacomo, Elisabetta Randazzo, Caterina Somellini, e ancora Rita Atria e Piera Ajello, tutte siciliane.

 

 

 

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