Eroine

Alexandra Laudo ha 34 anni,  vive a Barcellona e si occupa di curare e coordinare progetti di arte contemporanea. Recentemente è risultata vincitrice del Premio Marco Magnani  quest’anno dedicato alla giovane critica con un progetto dal titolo Viaggio al centro della terra  e, per l’occasione, ho avuto modo di conoscerla personalmente. Abbiamo discusso a lungo sulla sua idea di curatela e sulla piattaforma da lei creata che si chiama Heroínas de la Cultura.

 

Cara Alexandra, vorrei che ci parlassi un po’ di te. Che tipo di formazione hai e da dove nasce la tua passione per l’arte contemporanea?

«Intorno ai diciasette/diciotto anni, quando stavo frequentando l’ultimo anno della scuola e dovevo scegliere un corso universitario, mi risultava difficile decidermi per uno in particolare. Mi interessavano la storia dell’arte, la letteratura, la filosofia ma realmente non sapevo a quale indirizzo dedicarmi. Poi ho saputo dell’esistenza di un corso relativamente nuovo che aveva il nome generico di “Humanidades” e che comprendeva tutte queste discipline insieme anche alla storia, alla geografia, al cinema e alla psicologia con molte altre. Non ho avuto dubbi sul mio desiderio di iscrivermi proprio a quel corso. Mi sono laureata in “Humanidades” per poi scegliere una specializzazione in “Gestión Cultural” perché sentivo che avevo certo acquisito delle conoscenze trasversali su alcune materie umanistiche ma che mi occorrevano ulteriori strumenti per l’applicazione ad un contesto professionale. Pensavo che mi sarebbe piaciuto lavorare in una istituzione o in una piattaforma culturale e mi interessava specialmente l’ambito delle arti visive contemporanee e i musei. Poco tempo dopo l’inizio della mia specializzazione ho subito trovato un lavoro in un museo di arte contemporanea di Barcellona, la Fondazione Antoni Tàpies, e per un paio d’anni sono stata a capo settore per la comunicazione e il marketing. Dopodiché ho deciso di allargare i miei studi  all’estero e sono partita per New York con una borsa di studio per il Master di Visual Arts Administration, specializzandomi in museologia. Sono stata negli Stati Uniti per due anni e al mio ritorno a Barcellona ho lavorato per più di sei anni sempre alla Fondazione Antoni Tàpies. Durante questo periodo però ho cominciato a realizzare, parallelamente, il mio desiderio di curatela di progetti espositivi di arte contemporanea; per potermi dedicare interamente a questo mio scopo, recentemente ho lasciato il lavoro alla Fondazione e mi occupo a pieno ritmo del mio lavoro di curatrice con la piattaforma Heroínas de la Cultura».

Heroínas de la Cultura si declina al femminile-plurale. Che tipo di relazioni hai intrapreso con le artiste e gli artisti in questi anni e – soprattutto – chi sono queste eroine?

«Sì, il nome sembra designare un collettivo femminile però la verità è che io sono l’unico membro della piattaforma. In funzione di questo progetto lavoro con differenti attori e collaboratori (artisti/e curatori/curatrici, persone e altre altre istituzioni e piattaforme, eccetera). La rivendicazione del femminile nel nome non si traduce in una discriminazione nella scelta professionale, lavoro con donne e uomini secondo criteri e contenuti attinenti ai progetti. Ciò nonostante, tengo presente una certa politica di parità e quando per esempio lavoro nella selezione artistica per una mostra cerco di avere una proporzione simile di donne e uomini. Nel campo della cultura la presenza delle donne è massiccia, molto più di altri ambiti professionali, tuttavia paradossalmente solo poche ricoprono posti dirigenziali. Declinare il nome della mia piattaforma al femminile plurale vuole essere una maniera di riconoscere il lavoro di questa moltitudine di donne che non sempre ha sufficiente visibilità. Per un altro verso, quando ho pensato al nome mi interessava anche segnalare la relazione tra eroismo e lavoro culturale perché si lavora in un ambiente spesso avverso ma con la passione e il convincimento nei valori della propria causa. L’accezione di “heroína” come sostanza psicotropa permette anche di pensare al nome di Heroínas de la Cultura come una rivendicazione della cultura , la cultura che è una “droga” positiva che può portare a un diverso stato di consapevolezza e di conoscenza, e dovrebbe creare dipendenza».

Come è la situazione dell’arte in Catalogna e in Spagna? Pensi che i temi e le differenze di approccio e indagine possano essere messe a frutto attraverso interlocuzioni costanti? E se si, quali ti sono sembrate più propizie per il lavoro di rete che porti avanti?

«Il sistema dell’arte, sia in Catalogna che in Spagna, è stato fortemente influenzato dalla crisi economica. Ci sono stati drastici tagli nei bilanci pubblici per la cultura (come è stato anche per l’educazione e la salute), e questo ha generato una paralisi forte nel settore. Molte gallerie stanno chiudendo, i musei hanno drasticamente ridotto i loro programmi espositivi e attività, e hanno anche tagliato la creazione di sussidi. Vi è un generale scoraggiamento, e grande incertezza per il modo in cui operare in futuro; è abbastanza chiaro che il paradigma che è stato vero fino ad ora ha cessato di essere, ma non sappiamo in quali nuovi parametri dovremmo agire da ora. Tutti questi cambiamenti ci costringono a ripensare quello che è il valore sociale della cultura e dell’arte, e quali responsabilità dovrebbe assumere i diversi livelli di governo per sostenere lo sviluppo sociale. Per quanto riguarda la questione dell’identità, mi è difficile riconoscere nelle arti visive oggi una modalità che possa essere identificata come catalana o spagnola (tranne forse quando chi lavora fa riferimento esplicito alle due nozioni). Spesso è lo stesso governo che si appropria dell’identità artistica. Personalmente ho lavorato a lungo con artisti della scena locale di Barcellona, in cui sono presenti catalani spagnoli e di altre nazionalità. Ciò che conta per me è l’importanza e l’unicità dei discorsi artistici. Certo però che sarei interessata a sviluppare una mostra con proposte artistiche per rivedere la questione dell’identità in relazione al nazionalismo catalano. Magari in chiave inusuale».

Secondo la tua esperienza, qual è il ruolo delle donne nel sistema dell’arte contemporanea?

«È difficile rispondere a questa domanda perché i ruoli delle donne nel sistema dell’arte sono molti e vari. Tuttavia, come osservato in precedenza, nel campo della gestione culturale (e l’arte contemporanea non fa eccezione), ci sono molte donne professionali in posti intermedi, e poche in posizioni di leadership, non vi è alcuna correlazione tra il numero di donne che lavorano in questo settore e le donne che arrivano a ruoli dirigenziali».

 L’esposizione che è presente a Sassari si intitola Viaggio al centro della terra e raccoglie artiste e artisti da diverse parti del mondo. Che cosa racconta dell’oggi e del quotidiano un nucleo tematico come il centro della terra e l’idea di farne declinare il viaggio da voci differenti e lontane?

«Il concetto di un viaggio al centro della terra comporta un estremo desiderio di penetrare questa entità naturale che è il pianeta in cui viviamo, che differisce da quella umana ma che la comprende. Il concetto può essere inteso come il desiderio di cogliere l’essenza delle cose attraverso la conoscenza, la volontà di imparare in modo approfondito ciò che ci circonda e ciò a cui apparteniamo. Un viaggio in qualcosa, qualunque essa sia, implica anche un movimento di introspezione, significa andare oltre la superficie per accedere alla sostanza.  In particolare, nella mostra organizzata a Sassari, l’iniziale riferimento al romanzo di Verne propone di articolare una riflessione su alcuni degli atteggiamenti che caratterizzano l’approccio dell’umano a ciò che lo circonda e, più in particolare, alla natura, basato sulla contrapposizione tra oggetto culturale e elemento naturale. Gli artisti selezionati hanno risposto con un contributo unico e prezioso per questa riflessione sul rapporto tra umano e natura, tra cultura e natura».

 

Jennifer Campbell, Point no point, 2010. © Jennifer Campbell

 

 

Berndnaut Smilde, Unflattened, 2012. © Berndnaut Smilde

 

 

Starek, Bosc, 2012. © Starek

 

I tuoi progetti futuri?

«Attualmente sto conducendo un ciclo di sette mostre personali che prende il nome “Constelaciones familiares” e presenta una serie di progetti artistici che sollevano questioni relative alla gestione e organizzazione della memoria nell’ambito delle relazioni genealogiche. Abbiamo recentemente inaugurato la sesta di queste mostre; il catalogo dell’intero sarà pubblicato solo il prossimo anno, alla conclusione dell’intero ciclo. Sto anche preparando una mostra collettiva dal titolo “La condició narrativa“, che inaugura a Barcellona a metà dicembre, e più tardi, nel marzo 2013, si sposterà a Montreal. La mostra presenta una selezione di opere che combinano immagini in movimento e strutture narrative, e comprende anche una serie di azioni che operano nella sfera pubblica. Sto anche lavorando su un progetto che non vedrà la luce fino al 2014, una mostra che raccoglie una serie di congiunzioni artistiche che proporranno una riflessione sul sistema dell’arte e lo stato dell’artista attraverso l’umorismo. Questo significa che i mesi che mi attendono saranno carichi e intensi sotto il profilo dell’organizzazione ma da gennaio a marzo 2013 mi prenderò una pausa per concentrarmi sulla lettura e lo studio durante una residenza di ricerca presso il Centro Studi del MACBA (Museo di Arte Contemporanea di Barcellona). Sono entusiasta di poter rallentare il ritmo di lavoro e dedicare tempo per la lettura e la scrittura, tempo per me».

risorse in rete:

 

Heroínas de la Cultura

Associazione Marco Magnani

Constelaciones familiares: intervista ad Alexandra Laudo e Lùa Coderch

Constelaciones familiares: Alexandra Laudo su Katerina Šedá

 

 

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