Wislawa Szymborska piace (ma, citando una sua poesia, «anche la pasta in brodo piace»). Si tratta di capire il perché del generale apprezzamento riservato ai suoi testi, e non è per niente scontato, dal momento che quello che se ne può intendere leggendo dipende esclusivamente dalla traduzione, essendo il polacco fuori dalla portata dei più.
Anch’io, come molti, ho cominciato a leggerla solo dopo il Nobel, nel 1996, quando il colpevole stupore in Italia non venne neppure nascosto e la diffusione immediata delle poesie costituì la seconda sorpresa. In seguito le sue opere si susseguirono a un ritmo sostenuto ma, complessivamente, la produzione è rimasta piuttosto limitata, ammontando attorno a una dozzina di raccolte.
Collocare i versi di Szymborska all’interno di uno dei ‘generi’ poetici non è ancora riuscito ad alcuno, anche se i critici letterari tendono a porla tra coloro che praticano la poesia ‘riflessiva’, definizione che consente ulteriori passi interpretativi non a rischio di smentita. Perciò si sottolinea il suo minimalismo, che consisterebbe nella osservazione di realtà non epiche né mitiche ma semplicemente quotidiane; si punta il dito sulla preferenza per la concretezza, che si manifesterebbe nell’attenzione a semplici oggetti d’uso, come se la scelta degli oggetti fosse un atto banale e la loro significatività irrilevante (ah, come opportunamente destabilizzano i convegni della SIL!). L’altro elemento che emerge con evidenza dai testi e che spiazza chi legge in modo definitivo è l’umorismo variamente declinato dalla lieve ironia nei momenti più sereni, al sarcasmo in quelli più cupi, temperato quest’ultimo da uno sguardo consapevole della umana condizione, considerata laicamente come prodotto della storia.
Il risultato di questo mixage, nella versione italiana, è di una piacevole facilità di lettura, scambiata a volte per facilità di scrittura, ovvero per una capacità di stesura spontanea, per una naturalezza priva di inciampi che, al contrario, è il risultato di un accuratissimo lavoro di redazione.
Di questo dà atto l’ultima raccolta postuma, Basta così, che raccoglie tredici poesie inedite e diciassette riproduzioni di autografi, commoventi nella loro incompiutezza. Scritti in verticale o di sghimbescio su foglietti occasionali, fogli A5 tagliati a metà o a quadretti, tormentati da cancellature e varianti della medesima poesia, privi di punteggiatura definitiva, sono da considerarsi ‘appunti’ più che testi veri e propri , ma consentono di entrare direttamente nel laboratorio poetico della poeta. Il grande lavorio attorno alla parola che rivelano sembra l’esemplificazione di una sua massima sulla scrittura che lessi nel 2002 in Posta letteraria, dove dava consigli ai giovani poeti: «… dopotutto per diventare un buon calzolaio non basta essere un appassionato del piede umano: bisogna anche intendersi di cuoio, di strumenti, occorre saper scegliere il modello adatto…».
Quindi solo attraverso una tenace operosità sul nucleo originario di una poesia, intesa a confrontarsi con una o altra forma, con un pensiero che emerge nella ricerca stessa che lo stimola, con una fiducia nella parola che sfidi l’incalzare del dubbio sulla sua tenuta nel tempo e negli spazi, si può arrivare alla compiutezza, dice la Nostra.
Ed ecco allora che leggiamo con ammirato rispetto le ultime sue poesie portate a termine, alle quali, quasi per scaramanzia, aveva dato questo titolo, Basta così, divenuto poi tristemente definitivo dopo la sua scomparsa nel febbraio 2012, per volontà del curatore Ryszard Krynicki.
Come nelle precedenti sillogi il tema centrale è la vita nei suoi aspetti comuni, visti però da un’angolatura capace di evidenziarne le pieghe riposte, dai ricordi mai cancellati della guerra (Lo specchio) alla sofferenza per l’inevitabile perdita dei propri cari (A ognuno un giorno), ai problemi inerenti alla responsabilità dello stare al mondo (Catene), ma anche di esaltare gli affetti
(All’aeroporto), di rivendicare il diritto all’immaginazione (La mappa).
Nei testi non conclusi si ritrova la stessa luce, allo stato nascente, con un surplus di emozione dovuto all’instabilità della forma, in bilico tra l’essere e il non essere, forse destinata a permanere, forse a svanire del tutto come accade in un testo emblematico a una poesia che scomparirà «non scritta».
Si potrebbe dunque concludere che Wislawa Szymborska piace soprattutto per la sua pacata, indulgente saggezza, ma temo si rischi di dimenticare il duro e rigoroso percorso che ha condotto alla personale cifra stilistica questa poeta, passata non indenne attraverso gli anatemi del realismo socialista, silenziata a lungo nel suo paese, forse fraintesa nel suo rifiuto di ripubblicare le sue prime inedite raccolte, osannata per la ‘leggerezza’ della scrittura e letta a volte troppo meccanicamente in chiave di opposizione al vecchio regime socialista.
Vale la pena di sottolineare che il perno di questa scrittura complessa nella sua articolazione quanto lieve nel risultato formale sempre e dichiaratamente è stato il dubbio, ‘modo’ del pensare e dell’operare, unica possibilità di non lasciarsi confondere dalle verità assolute e dagli schedari.
Wislawa Szymborska, Basta così, a cura di Ryszard Krynicki traduzione di Silvano De Fanti Adelphi Milano 2012, 85 pagine 10 euro
Wislawa Szymborska, Posta letteraria, traduzione di Pietro Marchesani, Libri Scheiwiller Milano 2002, 90 pagine 10 euro
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