Polonia/ Ala del sillabario

Il più famoso fra tutti i sillabari mai pubblicati in Polonia è quello di Marian Falski, tuttora studiato nelle scuole. La protagonista del manuale è Ala, la fiera proprietaria di un gatto (“Ala ma kota”, cioè “Ala ha un gatto” è la frase più conosciuta del libro). Ala sta per Alina Margolis, figlia di un’amica di Falski, Anna Markson-Margolis (1892-1987) pediatra e pedagoga che si era laureata all’inizio del Novecento in medicina all’università di Bonn dove, essendo donna, frequentò i corsi di nascosto, essendo donna. L’infanzia di Ala – e di suo fratello minore, anch’egli protagonista dell’abbecedario – non fu però così colorata come quella dei personaggi descritti. Lo si capisce bene dalle sua memorie, ristampate due anni fa a Varsavia.

Nata nel 1922, ebrea, di famiglia benestante e atea, si trovò a essere vittima di pregiudizi, ben prima del nazismo. L’antisemitismo polacco – «Aspetta Alinka […] devo dirti qualcosa di spiacevole… Non puoi far parte dei lupetti. Per appartenere ai lupetti si deve essere cattolici, si deve andare in chiesa e fare la comunione. E tu sei una piccola ebrea» (p. 16) – insieme alle ultime parole che sentì pronunciare da suo padre, Aleksander Margolis (medico molto noto, assassinato già nel 1939 durante la cosiddetta Intelligenzaktion Litzmannstadt): «non si può fare niente» (p. 25), l’accompagneranno per tutta la vita, spingendola sempre a sfidare la sorte, chiedere l’impossibile ed aiutare il più debole. Dopo aver frequentato la Scuola delle infermiere nel ghetto (per lungo tempo una specie di asilo extraterritoriale), dopo aver vissuto l’esperienza della guerra e dell’insurrezione di Varsavia (1943), Alina Margolis lavorò come pediatra a Łódź, organizzò il sistema per aiutare i bambini diabetici a Rabka, sposò Marek Edelman (uno dei promotori, organizzatori e comandanti della rivolta del ghetto di Varsavia del 1943) con il quale ebbe due figli. Poi in Francia, dove emigrò dopo le repressioni legate alla campagna antisemita del 1968, contribuì a creare l’organizzazione Médecins du Monde (nata da Médecins sans frontières) e fondò la Fondazione dei Bambini di Nessuno per i piccoli maltrattati e abbandonati. Aiutò i profughi in Vietnam, i malati in Salvador, Ciad e Afghanistan, i bambini abbandonati a San Pietroburgo, le donne violentate durante la guerra civile in Bosnia. Fu inoltre la presidente di Association Cahiers Littéraires, il primo editore di una delle più importanti riviste letterarie polacche, “Zeszyty literackie”.

Quello che colpisce particolarmente durante la lettura delle sue memorie è lo stile distaccato, freddo, contegnoso, poco descrittivo, come se seguisse alla lettera le regole della sua generazione elencate in una delle poesie di un poeta polacco, Krzysztof Kamil Baczyński, morto a soli 23 anni durante la quarta giornata dell’insurrezione di Varsavia del 1944: «Ci hanno insegnato. Non c’è pietà. […] Ci hanno insegnato. Non c’è coscienza». Parlando degli atti più atroci, più disumani, specie perché legati alla sofferenza dei bambini, usa poche parole, non elabora né commenta in alcun modo. A volte addirittura confessa di non voler ripetere quello che gli altri dicevano – «Quello che dicevano su di loro [sugli ebrei] non lo ripeterò, non voglio ripeterlo» (p. 66. Non si sofferma sull’orrore, ma sui piccoli momenti di bellezza e di amore, sui segni di speranza che spuntavano in mezzo alla realtà brutale del ghetto di Varsavia, come, ad esempio, le uniformi bianche e rosa con i colletti e i polsini apprettati delle allieve della Scuola delle Infermiere («sembravano petali rosa, forse di viola alpina, e nella loro limpidezza, purezza e tinta pastello parevano creature irreali, fantasmi venuti da chissà dove», p. 34) o le rose rosse che ogni settimana venivano mandate da uno sconosciuto ad una sua amica, Ewa: «In quel ghetto, dove non c’era nemmeno una foglia verde e i bambini non avevano mai sentito parlare di un bosco, degli alberi e dei fiori, un gran mazzo di rose scarlatte – piene e allo stesso tempo così delicate come solo le rose sanno essere, alcune con i boccioli ancora chiusi, altre dai petali leggermente socchiusi, altre ancora già mature, gonfie, succose – quel mazzo di rose toglieva il respiro» (p. 41). Nel ghetto, come in qualsiasi altro luogo, c’era l’amore, sia quello tragico, sia la fascinazione giovanile che spesso porta l’autrice a scrivere descrizioni ironiche e comiche. Del medico che teneva i corsi sulla chirurgia erano innamorate tutte le allieve della Scuola e «sognavano di essere colpite dall’attacco di appendicite e di essere operate da lui» (p. 36).

Alina Margolis sottolinea quanto diversi erano quei tempi bui: «dare a qualcuno la propria morfina o il cianuro significava rinunciare a una morte tranquilla nel momento desiderato e scegliere la via crucis che aspettava tutti gli altri» (p. 56). Lei non giudica, non se la prende con nessuno, né con quelli che vendevano gli ebrei, né con i truffatori o i traditori e in fondo nemmeno con gli antisemiti (come, tra l’altro, la famiglia degli architetti, attivi membri della resistenza polacca, che la ospitò in casa dopo la fuga dal ghetto, all’insaputa della sua vera origine). Semmai si pente del proprio comportamento, come quando diede della «vacca», insieme alle altre ragazze, a Luba Blum-Bielicka, la preside della Scuola, oppure rimpiange di aver lasciato la madre nel ghetto, invece di restare con lei come fece una sua amica che andò a morire saltando apposta sul vagone in direzione di Auschwitz per non lasciare la madre sola.

Una delle scene più commuoventi è la descrizione, dall’altra parte del muro, della rivolta nel ghetto. Alla vigilia del Pesach, il 19 aprile 1943, scoppiarono le sommosse, la tragedia di 50-70 mila Ebrei, i più giovani e i più agili, rimasti ancora in quello che restava del ghetto. Fuori dalle mura la vita era normale, come scrisse Czesław Miłosz nel suo poema Campo di Fiori:

Mi ricordai di Campo di Fiori

A Varsavia presso la giostra,

Una serena sera d’aprile,

Al suono di una musica vivace.

Le salve dal muro del ghetto

soffocava l’allegra melodia

E le coppie si levavano

In alto nel cielo sereno.

Talvolta il vento dalle case in fiamme

Portava degli aquiloni neri,

I cui pezzi acchiappava nell’aria

La gente in corsa sulle giostre.

Gonfiava le gonne alle ragazze

Quel vento dalle case in fiamme,

Rideva allegra la folla

Quella bella domenica a Varsavia.

Alina è lacerata: sa che lì ci sono persone che muoiono, sa di non poter far niente, tanto meno reagire apertamente, visto che vive a Varsavia sotto il falso nome di Alicja Zacharczyk. Osserva in silenzio, sente gli spari, vede i nazisti che portano via quelli che sono riusciti a scappare, ascolta la gente che ad alta voce dice senza alcun rimorso l’odio verso gli Ebrei. In quel momento, «proprio allora, sotto quel muro, per la prima volta in vita mia mi sentii veramente un’Ebrea. E sentii che per sempre, fino alla morte, sarei rimasta con quelli bruciati vivi, strangolati, uccisi con il gas, con quelli che combatterono e morirono perché non potevano non morire, con quelli la cui sorte non fu la mia». (p. 67).

Il debito che sentì per tutta la vita con quelli che non erano riusciti a sopravvivere come lei la portò ad aiutare sempre le persone più deboli, più infelici. Lo considerò un segno della sua generazione, diversa dalle altre, segnata, infelice, ma allo stesso tempo più forte, più audace.

Il 18 aprile Alina Margolis-Edelman avrebbe compiuto 91 anni. Il 19 aprile di quest’anno si è celebrato il settantesimo anniversario della rivolta nel ghetto di Varsavia, la prima rivolta militare contro l’occupazione nazista in tutta Europa. Quel giorno numerosi volontari hanno ragalato ai varsaviani piccole spille di carta in forma del fiore di narcissus jonquilla, il simbolo dell’insurrezione da quando Marek Edelman lasciava ogni anno sul monumento agli Eroi del Ghetto un mazzo di fiori gialli.

 

Testi consultati:

Alina Margolis-Edelman, Ala z “Elementarza”, wyd. Zeszyty Literackie, Warszawa 2011. Prima edizione delle memorie pubblicata nel 1994 con il titolo Tego, co mówili, nie powtórzę… [traduzione francese di Jacques Burko: Je ne le répéterai pas, je ne veux pas le répéter , Autrement, Paris 1997].

„Arcypolskie powstanie żydowskie” [„Arcipolacca rivolta ebrea”], intervista di A. Klich i J. Kurski con prof. Władysław Bartoszewski, „Gazeta Wyborcza” del 13-14 aprile 2013, http://wyborcza.pl/magazyn/1,132058,13727029,Arcypolskie_powstanie_zydowskie.html.

Marek Edelman, C’era l’amore nel ghetto, trad. di Ludmila Ryba, Sellerio Editore, Palermo 2009.

„Zeszyty literackie” n. 121, primavera 2013, 1/2013, Warszawa-Paryż.

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