Donne nel mondo, in lotta contro lo sfruttamento

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Questa prima traduzione italiana di alcuni dei saggi di Chandra Talpade Mohanty, teorica femminista indiana attraversa nodi importanti della politica e della riflessione femminista contemporanea, in un viaggio che va dall’Accademia statunitense alle merlettaie del Narsapur, luoghi distanti ma collegati dal capitalismo globale.Dal Sud al Nord del mondo le donne appaiono così protagoniste dei movimenti contro gli effetti dei processi di globalizzazione economica, con nuove forme di soggettività femminili e costruzione di solidarietà transnazionali, a partire dal riconoscimento delle asimmetrie che hanno caratterizzato l’agire delle donne a livello planetario.

Nel 2003 Mohanty, rileggendo il suo Sotto gli occhi dell’Occidente (1986), e rifacendosi a studi femministi e di sinistra, sottolinea che allora l’obiettivo era di denunciare le “pratiche egemoniche” del femminismo occidentale che finiva per colonizzare le donne del Terzo Mondo, ridotte a vittime della violenza maschile, del processo coloniale, della religione: «La sorellanza non può essere data per assunta sulla base del genere; essa deve essere forgiata nella pratica e nell’analisi storica e politica concreta». Le femministe occidentali, afferma, rifacendosi a studi che vanno da Said a Kofman a Cixous, sembravano specchiarsi infatti in quelle donne oppresse per trovare conferma, nel contrasto, della propria emancipazione, senza vederne le differenze irriducibili alla comune subordinazione al patriarcato.

La sua critica si rivolge in particolare alla collana dedicata nei primi anni Ottanta dalla Zed Press alle donne del Terzo Mondo ritratte come un gruppo sociologicamente omogeneo caratterizzato da dipendenze comuni o dall’impotenza,  a prescindere dal contesto, dalla classe o dall’etnia di appartenenza: invece il lavoro ad esempio di Maria Mies sulle merlettaie in India (1982) mostra come la categoria di donne sia costruita all’interno di molteplici ambienti politici spesso simultanei e sovrapposti senza facili generalizzazioni, per cui emergono anche  forme di resistenza latente allo sfruttamento.

Ora il quadro si è trasformato – sottolinea giustamente l’autrice nella prefazione all’edizione italiana – anche perché la distinzione non si dipana lungo frontiere geografiche e geopolitiche, ma sullo scarto fra «chi ha» e «chi non ha», tra “il Mondo dell’Un-Terzo e il Mondo dei Due-Terzi”, per arrivare al movimento Occupy. Le caratteristiche globali dello sfruttamento permettono di definire un universo diverso da quello proposto dal femminismo occidentale degli anni Ottanta, un mondo che può essere analizzato e compreso solo a partire dalle storie locali e particolari. È un «materialismo storico riveduto e corretto» dalla considerazione del ruolo giocato dalla differenza sessuale e dalla razza nella configurazione dei rapporti di potere che può indagare  la complessità delle «storie nella Storia» attraverso il metodo dell’intersezionalità,  per affermare come il punto di vista delle donne indigene e povere del “Mondo dei Due-Terzi”  fornisca «la visione più incisiva del potere sistemico»: è su quelle donne lavoratrici, in India come negli Stati Uniti, che ricade il peso della produzione e riproduzione sociale.

Emerge così una importante sottolineatura, epistemologica e politica, a partire dalla concezione di lavoro femminile visto come  «costruzione ideologica di determinate mansioni ‘appropriate’ alla femminilità, alla domesticità, all’(etero)sessualità e “a certe determinazioni stereotipate della differenza razziale e culturale». Sono logiche sessualizzate quelle che relegano il lavoro produttivo a un’attività secondaria per le donne e legittimano la riduzione dei salari delle migranti messicane in California, mentre la ‘femminilizzazione del lavoro’ rischia di riproporre la logica sottesa ai regimi di sfruttamento. Storie apparentemente lontane – come il lavoro a domicilio delle merlettaie indiane e delle migranti nell’industria elettronica statunitense e in quella tessile inglese –  ci fanno capire così  la loro specifica connessione con il globale.

È questo il femminismo senza frontiere di Mohanty nel cercare un terreno comune tra donne a partire dalle loro differenze, affinché diventi il centro di gravitazione politica della lotta al capitale globale. Se non mi convince l’ampio spazio dato alla proposta finale di consolidare una strategia pedagogica fondata sull’internazionalizzazione dei curricula dei Women’s Studies che favorisca «l’idea delle differenze comuni», per il rischio di riproporre confini disciplinari, trovo interessanti le riflessioni sui movimenti antiglobalizzazione degli ultimi cinque anni, fra cui quelli ambientalisti come Chipko in India, dove i corpi «razziati e sessualizzati delle donne sono la chiave della lotta contro i processi di ricolonizzazione posti in essere dal controllo aziendale sull’ambiente»: è il potenziale epistemico di queste comunità di donne «ad aprire lo spazio alla demistificazione del capitalismo per immaginare una giustizia sociale ed economica transfrontaliera». Questa ricerca trasversale alla razza e alla classe, in luoghi e comunità nel mondo  tra loro interconnessi – con attenzione alle lotte condotte da donne di colore ed alle loro biografie eccentriche, sia nel Mondo dei Due-Terzi sia in  quello dell’Un-Terzo – prospetta una possibile politica di solidarietà femminista anticapitalistica e antimperialista.

Chandra Talpade Mohanty, Femminismo senza frontiere. Teoria, differenze, conflitti. Introduzione e cura di Raffaella Baritono, Ombre corte 2012, 254 pagine, 22 euro


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