H.D., dal rifugio della memoria

PASSAPAROLA:
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È un dono davvero quello che ci ha fatto Marina Vitale traducendo e introducendo questa “fantasia autobiografica” (come la  definiva l’autrice) di H. D. – al secolo Hilda Doolittle, nota però con le sole iniziali da quando così la chiamò Ezra Pound nel 1912, apponendo la firma “H.D. imagiste” a una poesia da lei scritta, e mandandola con il suo autorevole imprimatur a Harriet Monroe perché a Chicago la pubblicasse sulla rivista Poetry, una delle “little reviews” che hanno avuto un ruolo importante nella storia della poesia novecentesca di lingua inglese.

E parlando di doni, uno dei molti di cui essere grate al femminismo, segnatamente agli studi letterari femministi, è come ben sappiamo di avere scoperto, riscoperto, valorizzato voci e figure di donne ignorate o dimenticate, o – ed è il caso di H.D. – solo riduttivamente riconosciute rispetto allo spessore e alla varietà del loro contributo creativo. Infatti la produzione di H.D. non si limita certo alle poesie giovanili tanto ammirate da Pound, ma spazia nel tempo attraverso una messe di opere in versi e in prosa che insieme costituiscono un corpus di affascinante complessità. Che esso sia stato sottratto all’oblio, e in molti casi di pubblicazione postuma reso disponibile per la prima volta con amoroso lavoro, lo dobbiamo appunto a studiose femministe come – in primis – Rachel Blau du Plessis e Susan Stanford Friedman, mentre in Italia vanno ricordate soprattutto Marina Camboni, Raffaella Baccolini e la stessa Marina Vitale.

Anche Il dono è apparso a stampa solo nel 1982, circa quarant’anni dopo la stesura e venti dopo la morte di H.D – per di più in una versione pesantemente ridotta, mentre per quella integrale, cui si rifà la traduzione di Vitale, si è dovuto attender fino al 1998. Scritto nel 1941 (e rivisto/completato nel 1943; la sua genesi e le vicende editoriali sono attentamente ricostruite da Vitale in appendice al volume), in una Londra devastata da pesanti bombardamenti notturni – una pioggia di fuoco e di morte di cui H.D. sfugge l’angoscia attraverso la scrittura – questo ricordo romanzescamente trasfigurato dell’infanzia nella natia cittadina di Bethlehem, con sullo sfondo le vicende storiche della comunità morava cui apparteneva per nascita la madre, risuona della musicalità e della vibrante energia che si ritrovano in Trilogia, ostinato canto alla vita e poema della rigenerazione, composto subito dopo. E nella prosa dell’uno come nei versi dell’altra si iscrivono la stessa visionarietà, la tensione a mistiche verità e a una forza spirituale verso la pace e l’amore, che diversamente dominano gran parte dell’opera di H.D.

La narrazione si apre con un breve frase dal tono quasi favolistico, la cui importanza è sottolineata dal farne un paragrafo a sé: «C’era una volta una ragazza che era morta in un rogo al Seminario, la vecchia scuola diretta dal nonno»,  in cui si condensano alcuni elementi importanti e ricorrenti di questo anomalo romanzo: gli insegnamenti della fede morava, legato della famiglia materna; la morte, specificamente la morte di una ragazza; e certamente il fuoco. Bruciano le stelle cadenti che accendono i ricordi della nonna Mamalie; splende in mano alla piccola protagonista la fiammella della candela di Natale; lampeggiano le fornaci della Bethlehem diventata sede di industrie dell’acciaio;  solcano il cielo le tracce incendiarie delle frecce indiane cadute sugli antenati moravi e quelle delle bombe tedesche che il rifugio della memoria vuole esorcizzare.

L’episodio drammatico della morte di Fanny, che ogni tanto riaffiora nel lessico familiare della protagonista (per molti versi identificabile con l’autrice) a significare una breve e immotivata tristezza, porta anche, come scrive Vitale nella bella Introduzione, alla messa a tema di «un motivo e una situazione ricorrenti nell’immaginario collettivo: l’ovvietà e la necessità della morte o addirittura del sacrificio di una fanciulla», ma  «per interrogarlo da un punto di vista e con un’inquietudine femminile». Sicché emergono le “piccole morti” che H.D. rintraccia nelle vite della madre, della nonna e di altre antenate, rinunce che loro e lei stessa hanno dovuto affrontare quasi pagando pegno a una idea di sé socialmente accettabile e faticosamente interiorizzata. Più in generale, impregna il romanzo una indefinita inquietudine «per il destino di morte di giovani donne e ragazze il cui fantasma s’intravede negli anfratti di un mondo all’apparenza così sereno e sicuro come la casa dell’infanzia e l’affiatata comunità della piccola Betlemme. Su questo mondo tranquillo e protetto si affaccia minacciosa, dalle pagine delle Mille e una Notte, o delle Favole di Grimm, l’ombra scura di orchi e di Barbablù, che sembrano avere perturbanti tratti in comune con il mite, adorato, ma stranamente silenzioso e indecifrabile Papà».

Accanto alla figura del padre, e anch’esse tratteggiate più per evocazione che per descrizione, altre affascinano nella lettura, forse più di tutte quella di Mamalie, la nonna quasi veggente che in una notte d’estate si rivela appieno come la vera depositaria del mistico dono di un patto di salvezza; Mamalie, che quando era ancora assai giovane aveva decifrato con il marito il documento relativo a un altro patto, quello stretto dalla comunità morava con le tribù indiane già insediate nella terra dove essa ha cercato rifugio, un patto di riconoscimento senza sopraffazione che vede due donne dei due gruppi scambiarsi un diverso dono, ognuna offrendo il suo nome e accettando quello dell’altra.

L’importanza dei nomi per H.D. non può essere troppo sottolineata, e giustamente Vitale ne parla a lungo nella sua Introduzione, che inoltre ripercorre larga parte della produzione di questa prolifica autrice – brevemente, ma con una maestria che permette di avvicinarsi ad essa anche a chi poco dovesse conoscerla, ricordandone il lavoro di re-visione di tante figure del passato, da Penelope a Euridice a Elena, e per accenni ricostruendo anche i punti salienti della sua biografia: il rapporto dapprima anche sentimentale e poi intellettuale con Pound, l’analisi con Freud, gli infelici e felici amori etero e omosessuali: il marito Richard Aldington, l’amante Cecil Gray, padre dell’amata figlia Perdita, la compagna di lunghi anni Bryher, che più di tutti seppe starle vicino, condividendo gioie e interessi e sostenendola nei momenti difficili.

Bryher è presente anche nell’ultimo capitolo de Il dono, scritto nel 1943 e incentrato su una notte di angoscia durante i raid nazisti su Londra, mentre i capitoli precedenti, nati appunto durante quei raid, rievocano tempi lontani: dal 1741 dell’insediarsi dei profughi moravi in Pennsylvania, al 1841 in cui Mamalie decifra il documento, all’infanzia della protagonista. Difficile raccontare una trama che si costruisce con sapienza di rimandi e solidità di struttura, ma anche in una scrittura che del modernismo rappresenta un punto assai alto, sia nella trattazione dell’elemento temporale che nella ricerca di espressione soggettiva; una scrittura che certo risente dell’interesse di H.D. per il cinema e in particolare per le tecniche e gli usi del montaggio, per cui la percezione temporale e quella spaziale si intrecciano in una realtà della mente – si veda l’apparizione traumatica del padre di Hilda, appena decenne, insanguinato e sconvolto dopo un grave incidente, resa come al rallenti con un ritmo che dilata la durata enfatizzando le sensazioni.

Anche qui, può venirci in aiuto la capacità di sintesi, e insieme di scelta sapiente dei nodi cruciali della narrazione, che Marina Vitale dispiega nella sua introduzione, provandosi nel quasi impossibile compito di “riassumere” (le virgolette sono d’obbligo) questo testo tanto avvincente quanto per molti aspetti enigmatico: «ne Il dono gli avvenimenti narrati riguardano tre periodi storici diversi, concentrati ciascuno in un anno distanziato dagli altri da un intervallo ritmico: 1741-1841-1941. La narrazione evoca segmenti di storie e di Storia che emergono come schegge di memoria apparentemente disparate ma legate dall’analogia e dall’associazione, che le organizzano intorno a tre momenti culminanti: una cerimonia religiosa interetnica celebrata nel 1741 per suggellare un patto tra la comunità di coloni moravi di Betlemme e una comunità di indiani che si stanno cristianizzando, la decifrazione dell’unico documento superstite relativo a questo patto che Mamalie (l’allora giovanissima nonna di H.D.) e il suo primo marito avrebbero compiuto un secolo dopo, nel 1841, e infine i bombardamenti di Londra del 1941, che la protagonista colloca mentalmente in un continuum con i due precedenti episodi».

In verità, non ci sono scorciatoie; bisogna accogliere questo dono, e leggere Il dono di H.D. –  appena con un piccolo rimpianto, che non fa ombra all’esultanza: e cioè, che si sia scelto di non includere le note al testo preparate da H.D. Decisione del tutto legittima e comprensibile, giacché è vero che si trattava di un fascicolo preparato con una datazione separata, oltretutto di ben 62 pagine nell’edizione del 1998; e però quegli accurati appunti, che fanno fede di una attenta ricerca storica sul passato della comunità morava in Pennsylvania, testimoniano un amore e una appartenenza che hanno segnato la vita di H.D. e poterne disporre è un passo in più verso la conoscenza di questa straordinaria autrice. La loro mancanza, comunque, nulla toglie allo splendore di un romanzo che davvero va annoverato tra i più importanti del Novecento, per profondità di pensiero, per eleganza di stile, per la presa visionaria e insieme realistica  sui dolori e sulle speranze del mondo.

 

H.D. – Hilda Doolittle:

Il dono Introduzione e cura di Marina Vitale, Iacobelli Editore, Roma 2012 199 pagine, 18 euro

Trilogiaedizione bilingue a cura e con saggio interpretativo di Marina Camboni, , Salvatore Sciascia, Caltanissetta 1993, 325 pagine,

Visioni e Proiezioni/ Visions and Projection trad. it. di Notes on Thought and Vision (1919) The Wise Sappho (1920?), Borderline (1930) Projector I and II (1927) Introduzione e cura di Marina Vitale postfazione di Laura Di Michele. Liguori, Napoli 2006, 247 pagine,  17 euro

Fine al tormento. Ricordo di Ezra PoundTrad. it. e cura di Massimo Bacigalupo  Archinto, Milano 1994, 160 pagine, 15, 49 euro

I segni sul muroTrad. it. della prima parte di Tribute to Freud, a cura di Massimo Ferretti, Astrolabio, Roma  1973, 144 pagine, 8,26 euro

Raffaella Baccolini, Tradition, identity, desire: revisionist strategies in H.D.’s late poetry Patron, Bologna 1995, 188 pagine, 14 euro

Marina Camboni, La donna che divenne il suo nome,  Quattro venti, Urbino 2007, 294 pagine, 19,55 euro

Susan Stanford Friedman e Rachel Blau DuPlessis (a cura di) Signets. Reading H.D., The University Press of Wisconsin Press, Madison 1990, 504 pagine, 27,95 dollari

Leggendaria n. 99, marzo 2013

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