Rovine, paesaggi del possibile

Rovine future. Contributi per ripensare il presente è un corposo testo, curato da Davide Borrelli e Paola Di Cori, che raccoglie i contributi presentati nel 2008 all’Università del Salento in occasione del convegno “Que reste-t-il? Rovine future. Resti e rifiuti come depositi del possibile.”

La raccolta spazia dal rapporto tra politica e rovine all’obsolescenza del concetto di autore, dall’analisi del tessuto urbano di alcune città meridionali all’utilizzo delle rovine nell’arte contemporanea, dalla rovina della storia intesa come tecnica del corpo allo studio sui palazzi di giustizia letti come simboli della decadenza del diritto, dal corpo queer in relazione alle memorie dell’Aids alla rovina del sistema universitario.

Numerosi e differenti saggi che danno conto dell’importante presenza delle rovine nel dibattito e nell’immaginario occidentale. “Le rovine mettono capo ad un’epistemologia delle impronte: in quanto espressioni di singolarità perdute, le impronte sono segni che ci parlano sia del contatto (il piede che sprofonda nella sabbia) sia della perdita (l’assenza del piede nella sua impronta. Esattamente come le impronte, le rovine ci restituiscono l’immagine di ciò che è rimosso e tuttavia non è mai completamente eliminabile.” Le rovine, proseguono i curatori del volume, “mentre segnalano una distanza dagli eventi passati di cui tenere conto, al tempo stesso indicano una possibile apertura verso uno spazio di resistenza entro cui agire”. “I resti mostrano che qualcosa di fondamentale, radicato in profondità è andato per aria, e ora -sottolineano Di Cori e Borrelli- bisogna ripensare ai principi che lo sostenevano, ridotti in frantumi, come circondati da una cortina di vapore che consente appena di immaginarne la forma originaria”.

Le rovine hanno a che fare con le tracce, i frammenti, le perdite, i resti, la memoria, i ricordi, gli scarti, le cose rotte, il declino, i traumi, le catastrofi, la parzialità, le cose che rimangono, l’accesso al passato, la possibilità di un futuro.

Tutti temi che verranno trattati al convegno nazionale della Società Letterate, Terra e parole. Donne riscrivono paesaggi violati, che inizierà l’8 novembre all’Aquila, città intimamente segnata dalla ferocia del terremoto e dalla colpevole incuria di un’affaristica classe dirigente. Dall’invito si apprende l’intento del convegno: “le parole chiave della catastrofe e dello spaesamento, del lutto e della memoria, della ricostruzione e della bellezza si intrecciano nell’elaborazione di una poetica del be/longing, del desiderio di un irraggiungibile senso di appartenenza e di casa.”

Di senso del comune parla nel volume Davide Borrelli, ponendo il termine a confronto col concetto di im-mondo. “Mi sembra che mai come ora la nostra civiltà sia dominata da una irresistibile tendenza alla produzione sociale di im-mondo, ovvero di tutto ciò che espelliamo dal mondo sotto forma di rovina e che non riusciamo ad integrare nel nostro sistema di vita. Che si tratti di rifiuti urbani, di scorie radioattive, di immigrati clandestini o di lavoratori precari, l’impressione è che il nostro modo di vivere produca sistematicamente elementi residuali che non sappiamo come recuperare e trasformare in  parti attive del nostro mondo”. La differenza tra mondo ed im-mondo, tra ciò che è ritenuto degno “di essere abitato in comune” e ciò che “è altro dal comune e da cui ci si tiene distanti”, è un fattore generatore di rovine. “La rovina, il rifiuto, il relitto forniscono -sostiene Borrelli- una emblematica immagine dello stato di desertificazione in cui sta precipitando il nostro senso del comune.”

È impossibile dare conto di tutti i temi attraverso i quali si analizza il concetto di rovine nel libro, meriterebbe quasi una recensione a sé il saggio di Paola Di Cori sulle archeologie della sessualità, dove la passione di Freud per gli oggetti antichi viene messa in relazione con i suoi studi sull’isteria ed il concetto di femminilità, sottolineando l’influenza di figure come la Gradisca, donna di pietra, sui modelli di donna delineati dalla psicanalisi. Tutto ciò viene posto, da Di Cori, a confronto con le opere di artiste come Hannah Höch e Grete Stern che tramite l’uso dell’ironia e del collage ribaltano le rappresentazioni della femminilità legate all’archeologia.

Alcune letture delle rovine possono fungere da stimolo per l’incontro all’Aquila.

“La nobiltà e la dignità delle cose rovinate, o il disprezzo per esse dipendono dallo sguardo che vi si posa, dalle intenzioni che lo guidano. Oggi pochi riuscirebbero a osservare gli effetti disastrosi e tragici di un terremoto recente -sostiene Eugenio Imbriani- liberi da un sentimento di compassione per le vittime, ma non è certo la pietà a guidare i turisti negli scavi di Ercolano e Pompei o tra le necropoli etrusche”.

La civiltà occidentale del xx secolo ha trasformato “le rovine in luoghi turistici e in parchi di intrattenimento” osserva Carlo Grassi nel suo saggio sull’industria culturale la quale  “ingombra il mondo contemporaneo della porosità di sconfinate e incalcolabili rovine da contemplare, ammirare, perlustrare, percorrere, visitare, esplorare, rivivere, abitare”.

Analizzando la storia di Cavallino, città del leccese, che vive anche del turismo legato alle rovine messapiche che vi risiedono, Sarah Siciliano osserva che “la rovina prende significato, rilevanza e forza espressiva nel momento in cui da elemento messo da parte come materiale inerte, recupera il suo senso e acquista un diverso significato come asset immateriale che ristruttura i valori della comunità”. Quando si parla di rovine non si parla della rovina in sé, “quanto invece del sistema che l’ha espulsa da sé, etichettandola come rovina, e quindi costruendola socialmente”. Siciliano osserva che come noi vediamo la luce di stelle che non esistono più, così Cavallino vive della luce di qualcosa che non esiste più, e di ciò, delle rovine, comunque vive. E si interroga: “Dobbiamo intendere queste rovine nell’accezione comune, come ciò che resta da quanto non c’è più, oppure, in un’altra prospettiva, possiamo riconoscerne la vitalità? Com’è possibile renderle materia propulsiva del cambiamento di questo luogo, pur mantenendone la continuità?”

Scrivendo di Brindisi e interrogandosi sulla città come forma interattiva, Luigi Spedicato osserva come la demolizione di quartieri produca “rovine di senso” rispetto alla  progettazione territoriale. “Operazione, quella della distruzione di parti attive del tessuto urbano che nel suo farsi, presuppone e richiede la scomparsa della consapevolezza della complessità del territorio, ove si iscrivono preesistenze fisiche e sociali, attività produttive e relazioni interpersonali, sedimentazioni storiche e modelli culturali.”

Cecilia Guida ricorda che, etimologicamente “il sostantivo rovina (dal latino ruina da ruere che significa precipitare, cadere a terra) rimanda a una discesa, a un movimento dall’alto verso il basso. Le rovine evocano in chi le contempla la contrapposizione tra la grandezza passata della civiltà che le edificò e l’ineluttabile destino di declino di quella attuale, la tensione tra passato e futuro nel tempo presente, il contrasto tra ciò che permane e quello che si sgretola.” Le rovine creano un cortocircuito temporale e proprio in ciò, rileva Guida, sta un dei motivi del loro fascino. E forse è anche per questo che scarti e rovine vengono utilizzati dall’arte contemporanea che li usa, risignificandoli. Numerose opere e artisti vengono trattati nel volume: da Boltanski a Kounellis, da Pistoletto a LeWitt, da Mitoraj alla rassegna Arteinmemoria che, ci informa Adachiara Zevi, crea un’interazione tra i resti della sinagoga di Ostia antica ed opere contemporanee. “Rovine, resti e residui sono spazi aperti in cui quello che rimane della storia e il presente condividono -secondo Cecilia Guida-  una spinta creativa.”

“Il resto non è un detrito, né uno scarto; i residui non sono cumuli di rovine, ma un lascito potenzialmente durevole nel tempo; -osserva Paola Di Cori ne Le asincronie del femminismo– eredità preziosa per chi la vuole raccogliere, e impegno di responsabilità a ragionare su ciò che rimane rifiutandone la cancellazione.”

Di Cori utilizza l’immagine delle Trümmenfrauen, letteralmente donne dei detriti, che nella Germania postbellica “erano mandate a ripulire le rovine dopo la devastazione militare. Spolveravano i mattoni degli edifici distrutti, li sistemavano in pile perché fossero riutilizzati nella ricostruzione”. Questa rilevante figura richiama alla mente una sequenza dell’intenso documentario Là qui là ideato da Ivana Trevisani e Moira Della Fiore: le immagini riprese nel 2011 mostrano cittadine e cittadini aquilani intenti a sistemare le macerie prodotte dal terremoto, per avviare dal basso, a ben due anni dal sisma, la ricostruzione.

Di Cori sottolinea che “lavorare sui resti vuol dire fare attenzione a dettagli a prima vista impercettibili, a ciò che sta ai margini, alle trasformazioni di ciò che sembrava immutabile e invece muta continuamente sotto i nostri occhi; ad attraversare le aree protette piuttosto che a rivendicare la proprietà di un’appartenenza. Fatica estenuante, ma vitale e inevitabile, per chi insite e a scommettere sui paradossi della politica”.

Questo è l’intento con cui ci stiamo avvicinando all’Aquila, per abitare insieme un paesaggio violato, per fare delle macerie, delle rovine dei luoghi di future vivibili possibilità.

Davide Borrelli e Paola Di Cori (a cura di), Rovine future. Contributi per ripensare il presente, Lampi di stampa, Milano, 2010, pagine 376, 12 euro

Paola Di Cori, Asincronie del femminismo. Scritti 1986-2011, Edizioni ETS, Pisa, 2012, pagine 296, 22 euro

Ivana Trevisani, Moira Della Fiore Là qui Là. Vite disperse, Intermed Onlus produzione, 2011, durata 36 minuti, visibile qui

Sito libro

Recensione Asincronie del femminismo di Antonella Petricone

Scheda documentario Là qui Là. Vite disperse

Sito convegno

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