Storie di Luce

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cop-18.aspxEccoli, finalmente, Tutti i racconti di Luce d’Eramo che, per la prima volta raccolti insieme secondo il suo desiderio, valgono a comporre in maniera più completa l’articolata fisionomia di una delle figure più vitali e corroboranti del nostro Novecento (vedi supplemento a Leggendaria, n. 99/2013). La definizione ha una sua precisa ragion d’essere, dal momento che è sempre possibile rintracciare, nelle frastagliate strutture temporali delle sue storie – rielaborate al fuoco di un ricordo guizzante attraverso gli anni e di un’interrogazione più stringente nei confronti della se stessa di un tempo – e nell’impasto eterogeneo della scrittura, una particolare qualità rigenerante, che conferisce sempre nuove energie al nostro modo di stare nel mondo e di rapportarci con l’altro. E se si vuol partire dal modo specifico che aveva Luce d’Eramo di stare nel mondo, in questi racconti che accompagnano l’intero arco della sua esistenza, intrecciandosi alla composizione dei romanzi, è possibile trovare indicazioni preziose. Si inizia con Racconti quasi di guerra, pubblicati nel 1999: che sia l’adolescente in divisa fascista in fuga verso Roma nell’autobiografico racconto “Il 25 luglio” o che si nasconda dietro un’anonima lei dai mille lavori pesanti e dal cuore leggero; che lavori come fresatrice nel padiglione della fonderia della B.M.W. o come donna delle pulizie in un albergo requisito dalle forze armate, c’è sempre, in ognuna di loro, un frammento di Luce. Frammento che consiste nella dotazione specifica conferita dalla scrittrice alle sue metamorfiche creature: una disposizione fiduciosa nei confronti della vita e una straordinaria reattività. Ed è il corpo, in tutti i racconti, la sede privilegiata di tale incondizionata fiducia: il corpo che, con le sue accensioni di gioia, detta all’adolescente protagonista dell’omonimo racconto quei salti e quelle giravolte senza ragione; ispira alla straniera gli estatici vagabondaggi per le strade della città; regala alla cameriera la capacità di fare quelle “spallucciate” dal sapore di libertà. Una sorta di vitalistica ebbrezza per cui, accennando a questi racconti in un passo di Deviazione (il suo romanzo più famoso ripubblicato da Feltrinelli nel 2012) la stessa Luce parla di “immaterialità struggente, la precisione disancorata che può dare la droga”.

Conquistano il loro spazio, in tale contesto, anche le elementari necessità del corpo quasi sempre rimosse o censurate da una secolare interdizione narrativa e però capaci di condizionare il corso degli eventi: basti pensare a quella “cacata fatale”- come in un accesso di ilarità viene definita dalla protagonista – che nel racconto “Il convoglio dei lituani” vale a separare il suo destino da quello dei compagni in procinto di partire per una nuova destinazione unendolo, invece, alla sorte di perfetti sconosciuti, nella fattispecie possidenti lituani trasferitisi volontariamente in Germania con tutti i loro beni per sfuggire – ironia della sorte – alle collettivizzazioni bolsceviche.

Emerge da questi racconti, ambientati in uno dei periodi più bui e convulsi della storia mondiale, in una schizofrenica Germania avviata, al di fuori dello scientifico orrore dei Lager, alla disfatta, la tenace convinzione che solo il corpo, in un così grande marasma di sentimenti e di pensieri, sia in grado di indicare, con il suo incondizionato attaccamento alla vita, la rotta da seguire. E certo anche il nostro celebratissimo amore deriva dalle pulsioni del corpo e dunque si fa sentire anche nelle convulsioni della guerra, come dimostrano i sogni ad occhi aperti della cameriera e, ancor di più, gli “Idilli”, un pas à deux di estrema leggerezza composto, come ricorda Cecilia Bello Minciacchi nella sua introduzione, in uno dei periodi di maggior sofferenza della scrittrice. Occorre partire proprio da questo esprit de finesse applicato alle relazioni per inoltrarsi nella ricchissima casistica amorosa dei “Racconti privati” che qui per la prima volta si offrono alla lettura. Con una avvertenza: quella sottigliezza d’analisi che negli “Idilli” era alleata a una gioiosa fisicità ora, distaccata dalla confidenza dei corpi, si fa più affilata: qui l’esprit de finesse si esercita a rintracciare il veleno annidato in quei legami coniugali andati a male (“Purché non succeda niente”), analizza i minuti meccanismi di offesa mimetizzati nelle quotidiane interazioni linguistiche (“Vivere in due”), si avventura in quella sinfonia di mugugni, brontolii, acredini che scandisce le giornate di coppie che non hanno più nulla da dirsi. In questi racconti di ordinaria infelicità relazionale è lo stile a riscattare la materia bruta dell’acredine. Così l’espressione <<puntare i piedi mentali>> vale a riassumere, nella sua icastica efficacia, tanti sterili accanimenti; la coloritura romanesca di un verbo come “canzonare” risulta ironica e insieme auto ironica e le sfumature più ricercate sono rintracciabili proprio nel racconto più ambiguo, “Per gentilezza”, laddove il protagonista Marcello Riani, che sorprende la moglie a letto con l’amante, si paragona, senza alcun conforto, ad altri celebri cornuti della letteratura e si stizzisce con se stesso per quelle sue espressioni sentenziose che lo rendono così pedante e perdente nei confronti del rustico ma energico rivale. E intanto, in queste storie di incrinature e frane amorose, si viene precisando anche l’altro grande motivo ispiratore della poetica della scrittrice, testimoniato e riassunto da quel folgorante libro-confessione che è Io sono un’aliena (1999): lo sguardo sull’altro, la messa a fuoco di ciò che è altro da se stessi. In sua assenza, non può reggersi neanche l’amore, come attestano queste storie infortunate. Fin dai tempi di “Il coraggio del diavolo” testo “aurorale” e fondamentale come opportunamente sottolinea la curatrice dei racconti, Luce ha provato vivissima curiosità nei confronti dell’altro – una delle molle potenti, insieme all’esuberante fisicità, alla voglia di mettersi in gioco e al desiderio di verità, delle sue scelte giovanili – e questa sua curiosità ha trovato nella scrittura il suo territorio d’elezione. L’altro può essere l’ingegnere Jung, di provata fede nazista eppure capace di provare umana simpatia nei confronti della straniera, l’altro è la terrorista rossa che non si lascia inquadrare dalle griglie socio psicologiche, è il vecchio che qualche burocrate più sagace di altri propone di esportare, insieme a tutti quelli della sua “specie”, nei paesi del Terzo Mondo, è l’alieno per eccellenza ovvero l’extraterrestre a cui la scrittrice ha dedicato il romanzo Partiranno (1986) e che qui ritroviamo in due racconti importanti: “Un altro sguardo” (dove compare, in chiave d’allarme sociale, la definizione di alienopositivo) e “Intervista a un extraterrestre”, che solleva più di qualche dubbio sulle nostre acclarate categorie filosofiche.

Aver vissuto la storia nei suoi snodi più tragici e contraddittori sembra aver attivato, in Luce d’Eramo, non solo una straordinaria reattività umana e artistica, ma anche il desiderio di andare oltre, rintracciare la possibilità di relazionarsi non solo con chi è diversissimo da noi, ma anche con ciò che si estende oltre la natura e la storia delle creature umane.

 

Luce d’Eramo, Tutti i racconti, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, Elliot, Roma 2013, 380 pagine, 25 euro

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