Frida Kahlo, dalla donna all'icona

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frida_kahlo_mostra_roma2_1Un’ombra sulle labbra rosse. Fiori tra i capelli, corvini e raccolti. Una linea unica a incorniciare gli occhi. Fiera la posa. Magnetico lo sguardo. Carismatica l’immagine che di se stessa ha consegnato al mondo. Un volto celebre quello di Frida Kahlo, restituito non solo dagli autoritratti ma anche da una serie di ritratti fotografici. Dipinti e scatti che vanno a comporre, insieme ad alcuni video e a un discreto numero di disegni, la mostra ospitata dalle Scuderie del Quirinale fino al 31 agosto.

Prima retrospettiva dell’artista in Italia, a cura di Helga Prignitz‐Poda, che sceglie 160 opere provenienti da collezioni pubbliche e private messicane, statunitensi ed europee. Senza dimenticare di disseminare rimandi a pittori incontrati, ammirati, osservati, da Giorgio De Chirico a Gino Severini, da David Alfaro Siqueiros a Clemente Orozco, e di rimarcare il legame creativo con il marito Diego Rivera, grande muralista, legato all’Estridentismo, sempre nei pensieri di Frida, come testimoniato da Autoritratto come Tehuana del 1943.

Un percorso cronologico, che sottolinea le tappe salienti della carriera artistica e della vita privata, strette tra loro con volute di foglie e nodi di spine. E, sullo sfondo di un vissuto intenso quanto doloroso, l’identità nazionale, la rivoluzione messicana, il fermento newyorkese, e la grande storia, avvenimenti e cambiamenti politici e sociali del XX secolo.

«Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio» diceva l’artista. È del 1926 Autoritratto con vestito di velluto, linee ondulate a ricordare le figure oblunghe di Modigliani. Primo sguardo autoriferito, realizzato per il fidanzato dell’epoca, Alejandro Gómez Arias, opera successiva al noto incidente che martoria il corpo e incide profondamente la quotidianità della giovane Frida, sottoposta a più di trenta interventi chirurgici, costretta a un lungo periodo di solitudine, e di osservazione. Se infatti un busto sostiene la colonna vertebrale, spezzata in tre punti, uno specchio, posizionato sul soffitto e aggettante verso il letto, affina l’indagine di sé. E se la figura, dipinta a olio su tela, lamina metallica o masonite, muta impercettibilmente col mutare dell’età, è lo sfondo a modificarsi maggiormente, col modificarsi del contesto privato e sociale, e con l’inevitabile influsso di correnti artistiche.

Attraversa, l’opera di Frida, la Nuova Oggettività tedesca e il Realismo magico italiano, il Surrealismo e il Pauperismo rivoluzionario. Ma è possibile rintracciare, nei circa vent’anni di produzione – dagli Anni venti agli Anni quaranta del secolo scorso – delle costanti. Sempre sospesa è l’atmosfera, il soggetto spesso è in primo piano, il viso in evidenza, talvolta è in piedi o seduto, le braccia incrociate sul grembo, fra le mani una sigaretta accesa. Sul corpo il folklore messicano, vivaci i colori, ampi, sgargianti gli abiti tradizionali, ma composta è la posa e in solitudine è l’artista che nel 1953, un anno prima della morte dichiarava «ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni».

Vita di isolamento, come si percepisce nel dipinto Il Sole splende attraverso la finestra del 1932, sguardo verso un esterno impossibile da respirare. Vita di costrizione, tangibile nel corsetto ortopedico che ha sostenuto il torace negli ultimi anni, decorato, alla stregua di un’armatura, con falce e martello, emblemi della fede comunista, e con l’embrione, germe di una gravidanza mai portata a termine. L’impossibilità di essere madre torna, nei dipinti come nei disegni: e se non fa parte dell’esposizione il celebre Henry Ford Ospital, se non possiamo vedere l’esiguità del corpo femminile rispetto alle dimensioni del feto, e il galleggiare del letto d’ospedale nello spazio circostante, possiamo seguire, nello studio preparatorio, la matita che traccia su carta una nudità immobile e sofferente, e le sei direttrici del cordone ombelicale che si allungano a sostenere i segni della maternità mancata. Vita di passione e dolore, come ci racconta Autoritratto con collana di spine e colibrì, dipinto poco dopo il primo divorzio con Diego, uno sfondo naturalistico e faunistico a denotare il legame con la terra, un viluppo pungente per alludere alla simbologia cristiana, ferite a liberare perle di sangue, e un colibrì a pendere inerte dal collo e a rappresentare la morte dell’amore.

Una formazione non accademica quella di Frida, che amava spostare la propria data di nascita in avanti di tre anni – dal 1907 al 1910 – per dirsi appieno figlia della rivoluzione messicana. E l’identità nazionale risulta ancor più rimarcata successivamente ai viaggi negli States, tra San Francisco, Detroit e New York, i primi al seguito di Diego, impiegato nella realizzazione di murali, e gli altri per impegni propri. È nella Grande Mela, infatti, che Julien Levy organizza nel 1938 la prima personale dell’artista, annoverata in quegli anni tra le fila di un movimento che più tardi avrebbe rinnegato, il Surrealismo. Mai una piena adesione piuttosto un maggiore acuirsi della sfera simbolica e un avvicinamento a personalità di spicco, prima fra tutte André Breton che descriveva la sua pittura come «una bomba avvolta da un nastro di seta».

Se lo scontro con la grande metropoli produce lavori quali Autoritratto al confine fra il Messico e gli Stati Uniti d’America, dove l’umanità si staglia tra industria e natura, e ancora Il mio vestito è appeso là a New York, con l’abito tradizionale a penzolare tra grattacieli e templi, emblemi della società occidentale, tra la fine degli Anni trenta e l’inizio degli Anni quaranta troviamo Autoritratto con scimmie, dove Frida è attorniata da ‘los fridos’, allievi veneranti, e Autoritratto con treccia del 1941, qui accostato a un autoritratto di De Chirico, Il sognatore poetico, magnetica e malinconica immagine del grande genio metafisico.

Ma il lasciarsi contaminare della pittrice messicana non la distoglie mai dalla propria interiorità né dalla propria figura, che sparisce solo quando la malattia deteriora sempre più il corpo e svilisce sempre più lo spirito.

E se la mano di Frida dipinge un’espressione tanto intensa quanto univoca, mento alto, labbra serrate, sguardo diritto, i ritratti fotografici, ci consegnano una differente espressività.

Sfondo verde e fiorato, rose tra i capelli, è incantevole nello scatto di Nickolas Muray, Frida sulla panchina bianca, realizzato a New York nel 1939. Adagiata al muro, avvolta nel mantello tipico messicano, le mani a cingere gli avambracci, è di una bellezza rinascimentale in Frida con rebozo rosso, dello stesso anno e dello stesso autore, fotografo di origine ungherese che fu amante dell’artista messicana per dieci anni.

Appare serena negli scatti in bianco e nero realizzati da Lucien Bloch e da Leo Matiz, che restituiscono viaggi in treno, incontri con gli artisti, gite in campagna e i momenti nella Casa Azul, luogo d’arte e di vita, che si può vedere anche nei video girati da Nicolas Muray e altri autori sconosciuti. Filmati senza audio, per lo più in bianco e nero e in piccola parte a colori, proiettati su due grandi schermi che si fronteggiano e che introducono all’ultimo nucleo dell’esposizione. Nucleo di carta, matita e inchiostro: disegni astratti per far fluire emozioni, dall’allegria all’inquietudine, dal riso al panico, e pagine di un diario dipinto, datato 1945, per liberare pensieri: «piedi: perché li voglio, se ho ali per volare?». Un percorso espositivo che corre lungo la breve esistenza di Frida, mostrando inquietudini, dolori e (s)velando passioni, quelle extraconiugali e quelle omosessuali, attraversando influssi artistici e pensieri politici, ma sempre mantenendo come fulcro quella figura femminile che è divenuta un’icona. Sulle labbra un’ombra. Tra i capelli fiori. A incorniciare gli occhi una linea unica: questa l’immagine che di se stessa Frida Kahlo ha consegnato al mondo.

 Frida Kahlo a cura di Helga Prignitz-Poda – Scuderie del Quirinale, Roma, fino al 31 agosto, catalogo Electa

 

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