Una donna amata

292-non-era-lusignoloScorre delicato sul confine tra la favola e l’epistola questo studio sentimentale di Gloria Spessotto, Non era l’usignolo. Autrice dei racconti  Cinque ciliegie di marzapane (1994) e del romanzo Una storia di disamore (2009) e co-autrice con Gabriella Imperatori di Questa è la terra non ancora il cielo (1998), e con Sandro Travaglia di Ciò che gli angeli non sanno (1998), Chi è colui che ti cammina a fianco? (2005) e Missing/Scomparso (2012), Spessotto con questa storia ci conduce nuovamente a riflettere su significati profondi del nostro presente.

Non era l’usignolo apparentemente dispiega l’amore infranto di un lui, Corrado, per riflettere su quello di una lei, Francesca, che mai ha lasciato maturare il proprio amore, soffocandolo sotto tragedie familiari ingessate dentro la gretta mentalità borghese della Padova bene di mezzo secolo fa. Accanto alla famiglia che si sgretola e che forse mai si è tenuta di Francesca, Spessotto ci mostra la solida famiglia operaia di Corrado, delineando così uno spaccato sociale degli anni Settanta di cui oggi serve ricordare e spiegare la contrapposizione, da un lato, tra l’arroganza di privilegi acquisiti e mai prima contestati e, dall’altro, le speranze di coloro che proiettati in avanti dal boom economico già configuravano anche la crescita culturale del paese.

A strutturare la storia d’amore e dare il titolo al romanzo c’è il teatro, una recita liceale del Romeo e Giulietta di Shakespeare che legherà simbolicamente i due protagonisti per la vita con un vincolo che si snoda tra finzione e realtà. Questo legame li accompagnerà attraverso gli anni con tutta la sua passione insensata e con tutti i suoi ragionevoli limiti.

Favola, romanzo sentimentale e psicologico a sfondo sociale, dunque, Non era l’usignolo ci regala anche riflessioni filosofiche sul significato dell’amore in rapporto al trascorrere del tempo, alla fedeltà alle persone e ai ricordi. Sono convinta che il nostro presente abbia urgente bisogno di ridefinire ciò che vogliamo intendere per educazione sentimentale e quindi che sia sempre più importante parlare d’amore. Credo che questo compito vada assunto anche per far fronte alle gravi emergenze sociali che segnano il nostro tempo, quali la violenza domestica, e i rapporti passionali ed affettivi modellati sui reality e le fiction televisive. Apprezzo soprattutto la scelta di Spessotto di raccontare gli affetti  di un uomo per analizzare le passioni di una donna  senza mai permettere alla sua penna di cadere nello stereotipo del sentimentalismo rosa, eppure volendo riproporre proprio un romanzo sentimentale focalizzato sul femminile. Sono convinta che di questo lavoro culturale la nostra società abbia oggi grande bisogno.

 In copertina di Non era l’usignolo c’è un uccellino in gabbia con la porta aperta: mi chiedo se l’uccellino sia appena ritornato in gabbia o se invece stia per andarsene—andarsene dove? Senza rivelare tutta la trama del romanzo e quindi rovinare il piacere della lettura, ti chiedo di spiegare perché hai voluto usare il simbolo dell’uccellino di derivazione shakespeariana in rapporto al tema del romanzo, che è chiaramente l’amore.

« L’immagine sulla copertina del libro, illustrata da Alberto Zannoni, ha per titolo Ritorni e più che alludere al celeberrimo usignolo di Shakespeare, si rifà a un antico detto cinese (non sono sicurissima che sia cinese, ma questo tipo di aforismi sono sempre cinesi) che recita: “Lascia sempre aperta la porta della gabbia per il tuo uccellino: se ritorna da te sarà tuo per sempre”. Questo è dunque un uccellino che ritorna, dunque che ama, lasciandosi però la porta sempre aperta alle spalle. L’usignoloSkakespeariano, invece, è quello che col suo canto riporta gli amanti alla realtà, annuncia l’arrivo dell’aurora, la fine del sogno, la necessità della partenza e dunque della separazione».

 Fosse anche “solo una storia d’amore”, Non era l’usignolo sarebbe già molto. Che altro, se non la forza dell’amore a illuminare il nostro stare al mondo? Vuoi spiegare da quali preoccupazioni scaturisce il  tuo scrivere d’amore?

«Il desiderio di scrivere d’amore mi stava dentro fin da quando avevo scritto Una storia di disamore in cui raccontavo di quanto aveva dovuto sopportare e soffrire la donna fino a non molto tempo fa. Nell’ultimo periodo, tuttavia, il susseguirsi di femminicidi mi ha quasi obbligata a raccontare una storia in cui la donna fosse soprattutto amata, con tutte le sue immaturità, i suoi difetti, i suoi capricci. E a parlare di lei mi sembrava troppo fredda e impersonale una terza persona narrante, doveva essere un lui in una sorta di lunga confessione. Dopotutto ci sono anche storie che parlano di un amore che non sia malato, che poi amore non è, ma soprattutto bisogno di sopraffazione e dominio e incapacità di riconoscere e non rispettare i diritti dell’altro».

 Corrado e Francesca sembrano ritornare periodicamente al legame immaturo della loro gioventù. Rispetto a questo carattere della trama, le lettrici con cui ho parlato si dividono nettamente tra coloro che si identificano e coloro che si rifiutano di credere che ciò sia possibile. Vuoi spiegare il significato che hai voluto dare alla storia di un amore che seppure imperfetto resiste nel tempo?

«Come giustamente dicevi, in questo periodo c’è molto bisogno di capire il senso dell’amore e di ridefinire in qualche modo quella che comunemente chiamiamo “educazione sentimentale”. Proprio in contrapposizione alla violenza di cui prima parlavo, volevo raccontare di un amore romantico, un “amore che dura tutta la vita”. Mi è sembrata un’impresa molto ardua. Ho passato in rassegna le coppie dei grandi amanti, da Paolo e Francesca, Romeo e Giulietta, Eloisa e Abelardo,  e mi parevano tutti improponibili perché destinati a una fine piuttosto truce. Quale poteva essere l’amore che dura tutta la vita? Quello di cui parla anche Michela Marzano quando dice che “l’amore è per sempre”, perché quando si è trovato un grado intenso di complicità e intimità con una persona, questo sentimento quasi di “appartenenza” non cessa mai di esistere, anche se subentrano altri amori. Ecco, a venirmi incontro è stata la suggestione dell’ Ode su un’urna greca di John Keats, in cui il poeta descrive, fra le varie immagini raffigurate sull’urna, una giovinetta che sta per essere ghermita dal suo amante. Lui è fissato in quell’atto, sul punto di raggiungerla e dunque il suo amore non troverà mai appagamento, però, dice Keats al giovane innamorato, non devi essere triste, tu l’amerai per sempre e lei sarà sempre così bella. Come dire: l’amore che dura per sempre è quello che non è portato a compimento e lascia dietro di sé un anelito e un rimpianto. Ho provato a parlarne con alcune persone e mi sono resa conto che quasi tutte si portavano dentro un nome in grado di evocare sensazioni di turbamento e nostalgia, legata magari anche al ricordo della giovinezza, un periodo a volte eroico, in cui esiste una capacità di sperimentare emozioni fortissime, e la presenza ancora viva di sogni che solo in parte, o anche mai, saranno in seguito realizzati. Erano tutte persone con una storia alle spalle, dunque, penso quindi che un giovane d’oggi possa incontrare difficoltà a immedesimarsi in una vicenda fatta di silenzi, di attesa»

Gloria Spessotto, Non era l’usignoloMoby Dick, Faenza 2013, 112 pagine, 11 euro

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