Film/ Locke, la nascita di un padre

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Locke_Tom_Hardy_poster_italianoIvan Locke si sveste degli stivali da lavoro e lascia il grande cantiere. Si mette alla guida di un Suv Bmv e parte. Al primo incrocio, dopo aver messo la freccia destra, esita, poi, cambia bruscamente direzione. È sera, la macchina si immette nel traffico che scorre verso Londra.

È l’inizio del film e l’inizio del viaggio di Locke.

Il tempo della storia e il tempo del racconto coincidono, sono 85 minuti, nella stessa notte, dentro l’ abitacolo della macchina, senza lasciare quasi mai il viso del protagonista. Ma chi  è  Locke e dove sta andando?

La vettura  procede a un’andatura regolare e incrocia le luci  di altre macchine che penetrano l’abitacolo e riverberano sul viso dell’uomo luci livide o abbaglianti a sottolineare gli stati d’animo del guidatore. Locke inizia a fare e ricevere telefonate e dal viva voce  veniamo a sapere i dettagli della sua vita.

È un costruttore e il mattino dopo dovrebbe essere nel cantiere a dirigere l’ imponente colata di cemento per le fondamenta di un palazzo di 55 piani. Ha una famiglia con moglie e due figli che lo aspettano per vedere insieme la partita più importante della stagione. Ma è  anche l’uomo che mesi prima, in trasferta lontano dalla sua casa, ha conosciuto  una donna, Bethan, che ora  gli chiede insistentemente  di arrivare in tempo. Sta per nascere, in anticipo,  il bambino concepito nel loro unico incontro.

È un uomo affidabile, puntuale, lo scopriamo dalle parole del suo capo e dei suoi collaboratori, ed è leale, non mente sul motivo che gli impedisce di coordinare il lavoro a costo di essere licenziato e non nasconde alla moglie  cosa gli impedisce di andare a casa a costo di essere lasciato. Ma mentre la sua vita sta andando in frantumi cerca, concentrato nella guida, di  dare tutti gli opportuni suggerimenti al suo capo-operaio perché la colata sia effettuata con successo.

Parla con la moglie, spiegando, scusando se stesso e cercando di tenerla a sé  confermandola nel suo amore per lei. Partecipa con i  figli alla partita, si fa raccontare le azioni e li rassicura sul suo rientro a casa il giorno dopo. Tranquillizza Bethan nel  travaglio che si sta rilevando difficile.

Fa tutto questo, Locke,  e lo spiega, anzi, lo urla con tutta la sua rabbia al passeggero immaginario che si porta dietro:  è il  fantasma del padre che non gli ha dato il nome.  E Ivan Locke non può, proprio non vuole  fare come ha fatto lui. Guida con prudenza,, rassicura e comanda mentre intorno a lui scorre il traffico notturno, il navigatore traccia la strada, lo specchietto rimanda il suo viso attraversato da emozioni contrastanti e cresce il timore che qualcosa possa  non funzionare nel lavoro o interrompere il viaggio.

La tensione è altissima e si scioglie solo alle porte di Londra quando  la partita è finita,  vinta dal  più improbabile tiro del giocatore più brocco, tutto è pronto per la colata,  e in macchina entra, prepotente e consolatorio il pianto del bambino appena nato. Il film è finito e anche il viaggio, la meta raggiunta. E noi siamo certi di avere assistito a una nascita, di un bambino sì, ma soprattutto di un padre.

Ivan Locke è responsabile delle sue azioni, e va per ri-conoscere il neonato perché così permetterà  anche a questo figlio di crescere  senza dover compiere una difficile ricerca del padre  e perchè, solo così,  può riconoscere  se stesso, fare suo anche  l’uomo che ha generato una nuova vita, comprenderlo e finalmente sconfiggere il fantasma del padre assente. Lo fa a caro prezzo, ma quale altra avventura che non la vita, nella sua complessità e fragilità, merita questo tributo?

Locke regia di Steven Knight. Con Tom Hardy, Ruth Wilson, Olivia Colman, Andrew Scott, Ben Daniels, durata 85 min. – Usa, Gran Bretagna 2013- Good Film    

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