La verità è nel romanzo, parola di Nadine Gordimer

gordimer dentroÈ scomparsa il 13 luglio a Jonnesburg Nadine Gordimer, la grande scrittrice sudafricana, premio Nobel per la letteratura nel 1991, attivista in prima fila nella lotta contro l’apartheid. Questa intervista è del 2006, quando venne a Roma per il Festival delle Letterature, e presentava il suo romanzo La sveglia. Una donna coraggiosa, forte, che ha coltivato la speranza anche dopo le delusioni del nuovo Sud Africa post-apartheid. È morta qualche mese dopo il suo grande amico Nelson Mandela

Bisogna saperlo che ha 82 anni, Nadine Gordimer, a vederla camminare dritta come un fuso, elegante e sobria nella giacca nera di foggia orientale portata sui larghi pantaloni chiari, i capelli non del tutto bianchi raccolti dietro, il bel viso appena segnato non rovinato da interventi, donna di un fascino speciale, severo eppure sorridente. «Non sono una pop-star» dice ai fotografi per farli smettere, «tutto quello che c’è da sapere di uno scrittore si trova nei suoi libri, il contatto personale è un di più per nulla necessario». E per rafforzare i suoi argomenti racconta di quando era una scrittrice alle prime armi, e andò per la prima volta a New York, invitata dal suo editore di allora. «Mi trovai a pranzare con una scrittrice famosa, che amavo moltissimo. Fu un vero disastro, perché si presentò ubriaca, per tutto il pranzo si ostinò a mangiare nel piatto di mio marito. Se questo è essere famosa, pensai, non voglio mai diventarlo». La scrittrice sudafricana, premio Nobel della letteratura nel 1991, è a Roma per il Festival delle Letterature, diretto da Maria Ida Gaeta. Questa sera nello spazio suggestivo della Basilica di Massenzio leggerà “Una donna frivola”, racconto dedicato a una donna immigrata in Sud Africa dalla Germania nazista, testo secondo lei molto adatto al tema scelto quest’anno dal festival, naturale/artificiale. Come adatto è il suo ultimo romanzo, “Sveglia” (Feltrinelli, 176 pagine, 16 euro), storia di Paul Bannerman, un ambientalista impegnato nella salvaguardia della natura, dalle acque alle foreste che si ammala di cancro alla tiroide, e in seguito alle cure diventa radioattivo, cioè del tutto artificiale: «È vero, c’è un conflitto molto ironico al centro di questo romanzo. Un uomo dedito a salvare la natura, che però viene travolto dalla malattia». E che per salvarsi, ha bisogno della forza delle donne intorno a lui, che credono nella vita, a cominciare dalla moglie, che dà alla luce il figlio che lui non pensava potesse nascere. «Questa è la piccola verità che racconto oggi, quello che penso vada detto» dice Gordimer, sempre convinta, come ha già detto in passato che «la verità si trova nel romanzo. Quando scrivo saggi, o anche quando parlo in pubblico, c’è sempre qualche preoccupazione, anche solo di farsi capire bene. Questo in qualche modo è già un’autocensura. Mentre nel romanzo sei libero. È stato Goethe a dire che lo scrittore va verso la verità quando chiude gli occhi e affonda le mani nella società in cui è immerso. Se è vero che nel passato ho aiutato a far emergere un po’ di verità sull’apartheid, anche ora ci sono mille situazioni che mi lasciano scontenta». Il che non significa che non sia felice del cambiamento avvenuto nel suo paese: «La caduta dell’apartheid è qualcosa per cui tutti abbiamo lavorato, che tutti abbiamo sognato, eppure nessuno pensava di poterne un giorno vedere la fine». Il presente però non manca di problemi: «Siamo come dopo la caduta del muro di Berlino. C’è stata una grande euforia, ci sono stati canti, balli, bevute. Poi cosa succede dopo una notte di euforia? La mattina dopo ci si sveglia con una gran mal di testa. In Sud Africa poi abbiamo problemi maggiori. L’Aids, naturalmente. E grandi differenze nel paese. Nell’istruzione, nella situazione degli alloggi». Per questo Nadine Gordimer è critica: «Non credo sia sufficiente fare interventi uguali per tutti. Le scuole dei bianchi erano quelle dotate di aule, infrastrutture come piscine o campi da gioco. Ora rischia di rimanere tutto come prima. Per non parlare delle abitazioni. Prima c’era la segregazione, ma anche nelle città del Sud Africa democratico sorgono le bidonville, case fatte coi materiali più improbabili, dove abitano solo i neri». Ma non mancano motivi di speranza: «Il miracolo, un miracolo totalmente umano, è stato riuscire a evitare la guerra civile. Un miracolo che non sarebbe avvenuto, se non ci fosse stato Nelson Mandela. E una forma di riconoscimento va anche i leader bianchi, che alla fine hanno ceduto, forse spinti dalla consapevolezza che le sanzioni economiche internazionali avrebbero distrutto la ricchezza del paese». Non tutti i paesi africani hanno avuto la saggezza del Sudafrica, a proposito di riconciliazione e perdono, ammette Gordimer: «Però vedo che il nostro presidente Thabo Mbeki è invitato a testimoniare, per esempio in Costa d’Avorio, o in Zimbawe. Mi sembra segno della volontà di evitare la guerra civile». Per Nadine Gordimer i più forti motivi di speranza vengono dalla vita quotidiana: «Vicino a casa mia c’è una scuola elementare. In passato era frequentata solo da bambini bianchi. Oggi li vedo quando escono. Prima i maschietti: si chiamano, si spingono, si rincorrono, fanno chiasso, bianchi e neri, tutti insieme. Poi le femminucce, bianche e nere. Chiacchierano fitto fitto, ridacchiano, si confidano segreti, come tutte le bambine del mondo. È una meraviglia vederli crescere fianco a fianco. Questa per me è la speranza. Perché è chiaro che c’è ancora del razzismo, soprattutto tra gli anziani. Ma bambini bianchi e neri crescono insieme. Il loro sarà un paese diverso».

L’africana bianca di Anna Maria Crispino

da La stampa, interviste di Paolo Mastrolilli

da La repubblica

dal Guardian

dal New York Times

da Le Nouvel Observateur

Una prima bio-bibliografia su Wikipedia. In Italia i suoi libri sono pubblicati da Feltrinelli, il suo primo editore straniero, come amava ricordare

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