Letture estive/ Autobiografia di una partigiana

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail

tutte-le-anime-del-mio-corpo.jpgDal mio testo, Autobiografia di una partigiana. Valore della memoria, della scrittura, che accompagna, insieme ai saggi di Anna Di Gianantonio e Lorena Fornasir, i Diari e le Lettere di Maria Antonietta Moro, estraggo qualche passo:

Un confronto interessante per quanto riguarda la Resistenza italiana è tra le immagini della donna che vengono fuori dalle narrazioni biografiche di tante testimoni e quelle letterarie che riguardano la Resistenza. Se pensiamo ai due libri più famosi sulla Resistenza, che hanno segnato la memoria degli eventi e in qualche modo costruito un immaginario simbolico intorno ad essi, Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino e L’Agnese va a morire di Renata Viganò, troviamo immagini che spesso rimandano a figure stereotipate di donne. Nel libro di Calvino, un romanzo di formazione sul giovane Pin, orfano di madre e padre, alla ricerca di un modello cui potersi affidare, le donne, a cominciare dalla sorella con l’amante tedesco, poi collaborazionista, sono infide e pericolose per i partigiani. Anche la Giglia, che vive nascosta con loro condividendone le idee, avendo una forte carica di sensualità, provoca tensioni e turbamenti e quindi è disturbante, negativa. Nel romanzo di Viganò, che pure dà uno spessore più ampio alle soggettività femminili, l’unica figura positiva di donna è proprio Agnese, con la sua carica materna diventa la mamma ideale di tutti, essendo grassa e ormai vecchia non è fonte di alcuna trasgressione e disordine tra gli uomini. E’ come se il confine tra i sessi avesse bisogno di chiari steccati di separazione, evitando le zone di prossimità o promiscuità perché pericolose. Forse anche per questo tante partigiane assunsero nella loro esperienza di lotta abiti maschili, si tagliarono i capelli, presero modi bruschi e camerateschi propri degli uomini, come diverse testimonianze orali e memorialistiche ricordano. Ma forse qui varrebbe anche la pena di affrontare un discorso più ampio e complesso, che non riusciamo a fare in queste poche pagine, che riguarda la volontà di uscire dai limiti della propria identità sessuale socialmente riconosciuta, alla ricerca di un terreno di libertà più ampio. In ogni modo non si tratta solo di una questione esteriore e senza conseguenze: la modificazione dei codici vestimentari corrisponde alla rottura della separatezza fra spazi maschili e spazi femminili, fra sfera pubblica e sfera privata, comporta la conquista di possibilità altrimenti precluse alle donne; incide inoltre sia sull’immagine che sull’autopercezione.

Farsi accettare per combattenti come gli uomini non fu facile, anche nei ruoli di staffette o di resistenti civili le donne andavano incontro a molti rischi personali, per la famiglia, per i compagni. Molte testimonianze ricordano che proprio le arti “femminili” della civetteria, del travestimento, della seduzione erano usate con disinvoltura per tirarsi fuori dai guai, per evitare un controllo avendo addosso materiale compromettente, per scantonare un pericolo, per evitare ai compagni di essere scoperti. Queste “arti femmnili”, usate in modo consapevole per uno scopo tattico, davano una sorta di sicurezza alle donne, una libertà nuova, una accresciuta coscienza di sé e del proprio valore, come nel gioco, conoscere un ruolo e decidere di usarlo in determinate circostanze, con creatività. L’attività partigiana induceva queste donne a pensare la femminilità come, diremmo oggi, costruibile e decostruibile, le sollecitava a realizzare nuove immagini di sé. Le donne si dimostravano capaci di rimanere fuori e dentro le categorie femminili tradizionali. Sotto la maschera esibita della femminilità potevano mettere in moto attitudini specifiche: lucidità mentale, istinto, coraggio nelle difficoltà, organizzazione, capacità di mediazione; la fama molesta e negativa che poteva venir loro da una vita condotta fuori casa non le fermò.

Le donne che offrono testimonianza delle proprie azioni in quel periodo hanno di sé una immagine positiva, forte, collaborativa, libera. Hanno in mente in modo più o meno complesso la lotta partigiana, nel senso che la visione politica delle questioni è varia, come in molti uomini del resto, ma non pensano mai a sé stesse come possibili fonti di disturbo dei compagni o tensione di carattere sessuale. Eppure, accanto a donne mature e anche vecchie, ci sono moltissime giovani, fiorenti e belle ragazze, a guardare le immagini che si trovano nelle memorie e negli archivi. Dalle testimonianze raccolte e dagli scritti memorialistici emerge chiaramente che per le donne la lotta partigiana è stata anche un importante percorso individuale di emancipazione e di crescita personale, che le ha cambiate radicalmente, facendo loro provare, per la prima volta in certi casi, esperienze di autonomia e libertà impensabili in altre situazioni, e certamente non nella famiglia patriarcale e nel paese di origine. La “rottura” intervenuta nella propria vita è stata radicale, come il contatto ravvicinato con la violenza, subita o anche attuata, che rappresenta ancora uno spazio di “non detto” o non chiaramente affrontato in molte memorie.

Nelle pagine seguenti sono presentati i diari e le lettere di Maria Antonietta Moro, partigiana, con i nomi di Nataša , quando era attiva nella Resistenza slovena, Anna, quando passò alle formazioni italiane delle Brigate Garibaldi-Natisone, “Ippolito Nievo B” e “Mario Modotti.” Si tratta di un quadernetto con la copertina: “Guerra del Tripartito”, di 29 pagine, un album da disegno: “Giotto”, di 12 pagine, un fascio di 9 lettere di corrispondenza tra Ario (Ardito Fornasir, comandante della Divisione Garibaldi “Mario Modotti”, suo futuro marito) e Anna, datate dal 19 marzo 1945 al 27 aprile 1945. Tutto materiale scritto durante la seconda guerra mondiale, a partire dai primi mesi del 1945, quando la giovane Anna si era rifugiata sotto le vesti di “sfollata”, in una casa di contadini del Friuli, e che la figlia, Lorena Fornasir, ha trovato dopo la morte della madre nel comodino accanto al letto. Un primo dato di interesse deriva proprio dal periodo della scrittura: non si tratta, in questo caso, di una memoria stesa a distanza, ma in “tempo reale”, scritta durante gli eventi bellici e poi tenuta nascosta.

I due quaderni intrecciano diari e memorie, visti non come mero taccuino di fatti ma luogo di riflessioni personali, giudizi, pensiero, narrazioni di eventi, autonarrazioni. E’ una scrittura privata in cui anche gli spazi bianchi hanno una rilevanza. La grafia è minuta e regolare, spesso una linea orizzontale al centro della pagina segna e chiude un gruppo di frasi, come a dare evidenza visiva a frammenti conclusi, a pensieri che hanno trovato un loro spazio determinato sulla carta, e tuttavia si legano in qualche modo alle frasi successive, marcando una separazione che può essere temporale – i quaderni sono stati scritti in modo frammentato, a più riperse – o di senso, perché anche se il discorso prosegue sullo stesso tema l’occhio che osserva ha cambiato posizione.

Anna scrive, probabilmente, nella solitudine del periodo in cui deve nascondersi perché ricercata dalle bande nere fasciste. Ha 23 anni, da due anni è attiva nella Resistenza, prima a Gorizia, nel 1943, con i partigiani di Tito, poi a Udine con gli italiani a partire dal 1944. A causa della sua attività clandestina il 10 gennaio 1945 è arrestato suo padre Genesio, il 7 febbraio 1945 è incarcerato il fratello Eliseo, poi mandato a Dachau, l’11 febbraio 1945 la madre subisce una aggressione verbale da parte dei fascisti. Proprio con queste date e la memoria di questi eventi si apre il quaderno “Guerra del Tripartito”. E’, evidentemente, in una condizione di tristezza e isolamento, sente su di sé la colpa di quanto accaduto alla famiglia, è lontana da Ario, con il quale ha intrecciato una storia sentimentale profonda ma ancora non definita negli aspetti cruciali. Il quaderno contiene lettere, brani di memoria e riflessioni, brevi racconti sulla sua vita, pagine di diario, frammenti scritti a sè stessa. Già questa varietà della scrittura mostra lo spirito vivace e irrequieto dell’autrice, che deve trovare anche nella stesura formale la modalità più confacente, nel momento propizio, al colloquio interiore.

Una parte rilevante del quaderno è dedicata ai ricordi del passato, dal novembre 1942 al settembre 1943, la vita nel Convitto di Gorizia, le amiche sbarazzine e complici, le monache di sorveglianza, i primi passi nella lotta clandestina nella corsia dell’ospedale dove le giovani infermiere fanno i turni, la raccolta di materiale sanitario da mandare ai partigiani, i feriti massacrati dai fascisti, i tentativi, a volte riusciti, di sottrarre alcuni uomini alla pena capitale facendoli fuggire, le visite in carcere nell’espletamento delle sue funzioni. Nataša è dentro la lotta, benché italiana, si identifica totalmente con la Resistenza slovena, è diventata una “patriota slava” che “lavora” i soggetti che le vengono indicati dai partigiani di Tito, somministrando loro dosi elevate di stupefacenti per farli parlare. Un compito delicatissimo e molto pericoloso che riesce a compiere con disinvoltura perché è stimata come “l’allieva preferita d’indiscussa serietà”. E’ datata in questo periodo la sua “conversione” al comunismo, da giovane cattolica con un vero “orrore del partito che ha ucciso tutti i sacerdoti e bruciato le chiese”. Passaggio che avviene più sulla forza degli esempi dei partigiani sloveni, degli eventi atroci a cui assiste, che su discussioni teoriche. Interessante è anche l’occhio acuto con cui osserva la sua posizione di grande apertura nei confronti della servitù del Convitto, e tuttavia la confortevole situazione di essere una allieva, quindi una privilegiata, esonerata da lavori manuali: “Ha pena per le inservienti che devono sfaticare tanto ma non lava loro una tazza per alleviarle”.

Dopo l’8 settembre 1943, al formarsi di una lotta partigiana in Italia, Nataša, divenuta Anna, accetta di entrare nelle formazioni garibaldine. Indubbiamente questa scelta le deve essere costata molto: lasciare le care amiche, il Convitto, la Resistenza slovena tanto ammirata e in cui ha un ruolo, entrare in contatto con formazioni non conosciute. L’impatto è negativo, il suo sguardo critico osserva e giudica, ma non sempre può parlare: “Molti compagni italiani sono avventurieri ma non lo può dire. Molti comandanti sono ridicolmente incompetenti e impreparati”. Alcune pagine significative in questa fase rimandano alla descrizione pesante e al giudizio critico sui quattro comandanti partigiani con cui entra in contatto all’inizio del suo lavoro: oltre a dare i tratti salienti della fisionomia e del carattere degli uomini con notevole penetrazione psicologica, sdoppia se stessa nelle reazioni a loro. “Il Volontà: simpatica persona, intelligente ed acuto osservatore. E’ un bel giovane. Anna lo ammira. Io lo detesta perché è pungente come i rovi”. Ancora una volta incontriamo “Io”, la parte più intima e nascosta dell’autrice, capace di osservarsi dall’esterno anche nella sua militanza di “Anna”, con una moltiplicazione del soggetto che apre scenari di tensione e direzioni di analisi diverse. Il rapporto con Volontà è da subito conflittuale: di ammirazione per la competenza di comandante, di fastidio urticante per il carattere ironico. Volontà è Ario.

Nella parte finale del quaderno, datate 20 aprile ‘45, ci sono alcune sorprendenti riflessioni sul rapporto uomo-donna. Sorprendenti data la giovane età dell’autrice, la sua scolarizzazione modesta, i tempi difficili che sta vivendo, la cultura patriarcale del tempo. Disegnando per la donna un animo inquieto e contraddittorio, in cerca di una propria soggettiva dimensione di esistenza, solleva alcune interrogazioni di notevole modernità: il fatto che uomo e donna non parlino la stessa lingua nel senso che il significato delle parole è diverso, specie in “materia di sentimento, sia sotto forma di pudore, di precauzione o di artificio”, per questo la donna “è l’enigma”, “è il mistero”. E l’osservazione che la donna, oltre a essere la delizia per l’uomo, può anche essere “il suo terrore”. Sono solo brevi notazioni, senza approfondimenti, tuttavia fanno luce su pensieri e riflessioni assai audaci per una giovane del suo tempo, piuttosto lontani dall’idea di donna mite, sottomessa all’uomo, secondo le costruzioni simboliche del maschile e del femminile di una società fortemente patriarcale. Ci sono diversi passi nei due quaderni in cui l’autrice si sofferma sul rapporto donna-uomo e sulle loro marcate asimmetrie, sulle differenze di cui richiede il riconoscimento e non la semplice omologazione.

La parte finale dei quaderni, tuttavia, è scritta verso la fine della guerra, riguarda le ultime fasi di questa, la Liberazione, l’atmosfera del dopo guerra. Merita fermarsi su queste brevi notazioni. Sono soltanto appunti scritti velocemente, ora non c’è più tempo per scrivere, tutto sta accadendo con una sorprendente rapidità: i fatti, le notizie si susseguono vorticosamente. Sono pensieri di uscita da un incubo, ma anche di abbattimento profondo (3 maggio 1945):

La guerra è proprio finita. Il pauroso incubo non esiste più ma io sono infinitamente malcontenta e triste di una tristezza fonda e inspiegabile. Trascrivere l’emozione provata alla vista delle prime macchine patriottiche e alleate non è possibile, la commozione ancora non mi abbandona, sì che perdura ancora l’incredulità e un noiosissimo senso di sgomento.

Leggendo diverse interviste e autobiografie di partigiane si riscontra un sentimento analogo di grande, immensa gioia e di diffusa inquietudine, forse per un ruolo attivo, paritario, che da quel momento si ha la coscienza che cambierà, forse per il timore di ritornare ai vecchi ruoli familiari e sociali che si sono disgregati nel periodo della lotta partigiana. Scrive, ad esempio, Lisa Foa nelle sue memorie:

Nel ‘45 ero a Torino e per me non fu un periodo molto facile. Provavo una specie di complesso di smobilitazione. La vita clandestina, per quanto dura e difficile, dà contemporaneamente un grande senso di libertà, sei fuori dalle costrizioni e dai controlli, non devi rendere conto a nessuno. Con il ritorno alla normalità tutto cambia.

Questo senso di tristezza, in molte partigiane, trova motivazioni in situazioni personali ma anche più generali, politiche. A poco a poco ci si rende conto dell’orrore che la guerra è stata, se ne ha, per così dire, una consapevolezza più ampia, più complessa, che allarga lo sguardo a luoghi fuori dal territorio limitato dove l’esperienza partigiana si è svolta. A poco a poco si scopre che le tante speranze di cambiamento della società italiana che hanno motivato la lotta e le azioni pericolose sopportate, restano lettera bloccata o non danno i risultati attesi. Inoltre, moltissime donne non si sono fatte avanti, a fine guerra, per ottenere espliciti riconoscimenti, ma spesso le memorie concordano nel dichiarare che il loro apporto è stato sottovalutato.

*

Maria Antonietta Moro, Tutte le anime del mio corpo. Diario di una giovane partigiana (1943-1945), saggi di Anna Di Gianatonio, Lorena Fornasir, Gabriella Musetti, Iacobelli, Roma 2014, pp. 128 euro 12,00.

Lettura dei Diari di Maria Antonietta Moro con il titolo di Il dono di una madre, 11 aprile 2011 – Casa Del Popolo di Torre – Pordenone. Lettura scenica di Bruna Braidotti, Compagnia Arti & Mestieri, Centenario della Casa del Popolo di Torre 1911-2011

*

Da segnalare, sulla figura di Maria Antonietta Moro, il documentario che la regista triestina Erika Rossi sta girando:

Women on the border (Documentary). Director: Erika Rossi, Producer: Marta Zaccaron / QUASAR MULTIMEDIA, ITALY. Progetto selezionato e presentato al Trieste Film Festival 20-220 gennaio 2014.

*

Per una breve bibliografia su donne e Resistenza:

A. M. Bruzzone, R. Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, La Pietra , Milano 1976, poi ristampato in Bollati Boringhieri, Torino 2003.

Miriam Mafai, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale, Oscar Mondadori, Milano 1987, poi ristampato in Ediesse, 2008.

Donne, guerra politica. Esperienze e memorie della Resistenza, a cura di Dianella Gagliani, Elda Guerra, Laura Mariani, Fiorenza Tarozzi, CLUEB, Bologna 2000, p. 16 (Il lavoro è frutto di un gruppo di ricerca pluriennale del dipatimento di Discipline storiche dell’Università di Bologna e ha coinvolto molte donne del territorio).

Guerra alla guerra. Storie di donne a Torino e in Piemonte tra il 1940 e il 1945, a cura di Anna Gasco, Istituto Piemontese per Storia della Resistenza e dela Società contemporanea “Giorgio Agosti”, Torino 2007.

A. T. Iaccheo, Donne armate: Resistenza e terrorismo: testimoni dalla Storia, Milano, Mursia, 1994.

Laura Coci, Guerra alla guerra. Le donne nella resistenza italiana (universitàdelledonne.it)

R. Viganò, L’anagrafe triste, in Donne della Resistenza, Steb, Bologna 1955.

L. Foa, È andata così, Sellerio, Palermo 2004.

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail
PUOI SEGUIRE LA SIL SU: FacebooktwitteryoutubeFacebooktwitteryoutube
Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento