"Cose che si possono raccontare solo a voce"

Il tempo che passa con i suoi eventi ora felici ora luttuosi e il bisogno di bilanci, ad un certo punto, ci premono e ci chiedono di aprire lo scrigno della nostra vita. E quando l’abbiamo affidato, giorno dopo giorno, alla pagina scritta può accadere qualcosa che è vicina alla felicità. Quella felicità di cui parla Karen Blixen: “Riuscire a trasformare le vicende della propria vita in racconti è una grande gioia, forse l’unica felicità assoluta che un essere umano possa provare in questa terra”.

La felicità della narrazione di sé, così cara alle donne, attraversa ogni pagina del prezioso libretto di Marinella Fiume Di madre in figlia con il sottotitolo Vita di una guaritrice di campagna. La guaritrice è Orazia che scelse Marinella come depositaria di un sapere antico: la pratica di guaritrice, appunto, della tradizione contadina del secolo scorso, che essa stessa aveva ereditato da un’altra donna, Lunarda, e questa da un’altra ancora, indietro nel tempo lungo l’arco di una genealogia matrilineare di guaritrici.

Il corpus narrativo di questo libro rientra nel canone letterario dell’autobiografia e della biografia, così caro alle donne per la necessità di raccontarsi, vista la loro esclusione dai fasti della storia. È il bisogno di storia e, ancor di più, di memoria che altrimenti andrebbe perduta. Memoria che diventa traccia del nostro stesso vissuto di lettrici che pensavamo insignificante. Un vissuto che non richiede necessariamente di immortalarsi nei secoli, né di essere una faccenda di eroi, ma un affabulare felice che permette all’autrice e a noi di vederci, finalmente, senza veli.

Orazia, nata in un paesino della costa orientale della Sicilia e vissuta centouno anni, affidò a Marinella Fiume le vicende della sua vita e i segreti della sua arte di guaritrice, perché non andassero perduti. Affidamento che culminò la notte di Natale del 1985, in cui la contadina dopo averle trasmesso il “sapere”, la chiamò per conferirle anche il “potere” mettendola a parte di tutte le orazioni atte a recuperare la salute.

Queste novanta pagine, che si leggono tutte d’un fiato, sono un documento prezioso per gli studi di storia sociale e di tradizioni popolari. Ma la immediatezza della narrazione, quasi vicina al parlato, l’originalità della scrittura ne fanno anche un piccola icona nella storia delle donne. La musicalità, il dialetto delle filastrocche si intrecciano alle formule magiche, a una preghiera o a uno scongiuro, sullo sfondo dei tempi lunari o delle ricorrenze religiose. Fiume nella lunga introduzione, storia nella storia, scrive: “ci credevo davvero che insieme stessimo ripetendo un rituale antico del sapere femminile di cui la medicina ufficiale aveva espropriato le donne del popolo, non senza mandarne al rogo qualcuna”.

Orazia chiede a Marinella di ascoltare e credere, oltre che trasmettere senza il mezzo della scrittura “io ste cose ce le racconto e lei le deve insegnarsele a memoria, perché ste cose non si possono scrivere ma solo raccontare a voce”. Il racconto di Orazia non è solo la narrazione di riti medicali, ma anche il racconto della propria personale esistenza, affidata anch’essa a Marinella Fiume e narrata dall’autrice con i modi del racconto orale, l’affabulare delle donne autorevoli dell’infanzia pre-televisiva. Leggendo percepiamo quasi la voce di chi narra, e diveniamo partecipi noi stesse dell’ascolto perché tra chi parla e chi ascolta si stabilisce un rapporto estremamente significativo, sentimentale e pedagogico.

Orazia narra perché il suo sapere e la sua vita non vadano con lei nel silenzio della tomba. Fiume raccoglie quelle vicende che non “si limitano a rientrare nel solco temporale della propria esistenza: la memoria individuale rimbomba e si moltiplica nell’incontro con altre memorie.

Quindi non solo il qui ed ora, ma anche il bisogno di memoria, che si colloca dentro una narrazione che non è stata prevista, per rompere il silenzio della storia. Questo della parola contro il silenzio è diventato per le donne non solo lo strumento per raccontarsi e non essere raccontate ma anche quello di decostruire il punto di vista maschile sul mondo.

*

Marinella Fiume, Di madre in figlia. Vita di una guaritrice di campagna, Edizioni Le Farfalle, 2014 euro 12

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestFacebooktwitterpinterest GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.
La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
Categorie
One Comment
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.