Le donne che regnarono sulla Russia

palazzoTra il 1725, quando sul trono di Russia salì Caterina I, seconda moglie di Pietro il Grande, donna di origini umilissime, al 1796, quando morì Caterina II, arrivata al potere con un colpo di Stato ed erede di una piccola famiglia nobile tedesca, lo sterminato territorio degli zar fu in mano alle donne. Dopo Caterina I fu la volta di Anna I; poi, dopo la breve reggenza di Anna Leopoldovna, venne Elisabetta e quindi Caterina II, la Grande, che grande fu, a tutti gli effetti, nella politica come negli eccessi, in questo per nulla diversa dai suoi predecessori maschi. I pochi uomini che incrociarono il trono per brevi periodo in quel tempo furono semplici comparse.

Tutto questo preambolo per introdurre il tema del bel romanzo di Eva Stachniak, Il palazzo d’inverno, che Beat ha mandato da poco in libreria. La protagonista e voce narrante è Varvara Nikolaevna, figlia di un restauratore e legatore di libri polacco, che lavora per la corte di Elisabetta. Preso a ben volere dalla zarina, l’uomo ottiene un privilegio: alla sua morte (precoce) Varvara, rimasta orfana anche della madre, potrà entrare a servizio a corte. All’inizio la vita della sedicenne nella sartoria imperiale è un inferno. Ma quando il potentissimo cancelliere Aleksej Petrovič Bestužev-Rjumin scopre quanto la ragazza conosca bene le lingue, quanto sia intelligente e soprattutto arrendevole ai suoi desideri sessuali, cambia tutto. Varvara diventa una spia al servizio del cancelliere e di Elisabetta.

Un salto sociale notevolissimo e pericolosissimo: la corte è, come si sa, un covo di vipere dove favoriti e favorite fanno carriere rapidissime quanto brevi, dove qualcuno improvvisamente assume immensi poteri per perderli un attimo dopo, dove tutti, zarina compresa, vivono nel rischio continuo dell’esilio e della morte. E purtuttavia nessuno sogna di andarsene. Anzi. Ogni allontanamento, sia pure in lussuose tenute, viene vissuto come un dramma. La sete di potere anima tutti, compresa la nostra protagonista che, con i suoi sussulti etici, i suoi ripensamenti, le sue idee progressiste, a volte appare l’unico personaggio anacronistico del romanzo. In generale però la storia si concentra sul regno di Elisabetta e in particolare sulla scelta di Sofia Federica Augusta di Anhalt-Zerbst come moglie del granduca Carlo Pietro Ulrico di Holstein-Gottorp. Pietro è uno stupido, ma è l’erede designato da Elisabetta: diventa addirittura zar, ma Sofia-Caterina (Caterina è il nome che ha preso convertendosi al cristianesimo ortodosso) gli strappa il trono. Per la protagonista, che fin dal primo momento ha deciso di sposare la causa di Sofia-Caterina, contravvenendo alle regole che le ha imposto Bestužev, si tratterebbe di una grande vittoria. Ma la vicenda ha uno scarto finale che non vi stiamo a raccontare benché ovviamente non si tratti di un giallo.

Il romanzo ha alcuni pregi straordinari: ricostruisce la vita a corte, con tutti i dettagli (gatti di Elisabetta, spifferi del Palazzo d’Inverno, menu, passamanerie e arredi) con precisione quasi maniacale. Ha senz’altro ragione quando descrive una corte lontanissima dal popolo e dominata dagli intrighi e dalle ragioni della politica estera. Fa però di Elisabetta un personaggio grottesco. E di Sofia-Caterina un’eroina quasi romantica. In realtà Elisabetta fu tutt’altro che una odalisca sempre stesa sul letto tra gatti e amanti. E Caterina, che di amanti ne avrebbe inanellati almeno quanto la zarina che l’aveva preceduta, fu prima di tutto una freddissima donna di potere, oltre che uno dei più grandi sovrani dell’età moderna.

Certo è che la Stachniak non ama la Russia e in parte le sfugge il perché della sua potenza. In ogni caso è una scrittrice molto interessante: nata e cresciuta a Wroclaw, in Polonia, è laureata in Letteratura inglese alla McGill University di Montréal. Ha insegnato inglese all’università di Breslavia e Wroclaw, e allo Sheridan College di Toronto, Canada.  Al debutto con un racconto nel 1994, è stata scoperta in Italia con Il giardino di Venere, pubblicato da Rizzoli (2005).

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Eva Stachniak, Il palazzo d’inverno, traduzione di Ada Arduino, Beat, 13,90, euro, 415 pagine

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