Serie TV / Il femminismo: questo sconosciuto

Unknown-23Questo nostro amore ’70, fiction del martedì di Raiuno, volge al termine col disappunto di uno share alto di spettatori e spettatrici. Si è trattato di un piacevole amarcord dei “favolosi” anni ’60 e dei “ruggenti” ’70, più o meno, correttamente evocati.

In un condominio di una Torino di pochi esterni, per ovvi motivi di budget, dai tipici appartamenti di ringhiera, il racconto procede con accattivante semplicità. Bravi i protagonisti e le protagoniste nell’intreccio tra due famiglie accomunate da un gap sociale di notevole peso per quei tempi. Una è famiglia meridionale e l’altra ha i coniugi in regime di convivenza, impossibilitati a sposarsi per un precedente matrimonio di uno dei due. Con il procedere delle puntate i due nuclei solidarizzano, si sostengono, nascono complicità e amori. Mentre tra i condomini si scioglie la diffidenza con la scoperta che, in fondo, trattasi di brave persone.

La narrazione non ha pretese di ricostruzioni storiche approfondite del tessuto socio-culturale di quegli anni, evocati, tuttavia, dalle note musicali, dai modelli delle auto, dall’abbigliamento e qualche barba di troppo. Ma così come vanno le cose del mondo, anche qui, le più coraggiose a muovere i passi verso la “modernità” sono le donne. Indispensabile, quindi, come specchio dei tempi, qualche gesto di libertà femminile, discretamente osteggiato e poi accettato dai mariti e buoni padri di famiglia. Ecco la volontà di accesso al lavoro fuori delle mura domestiche, qualche punta di anticonformismo, come accorciare le gonne e tagliare i capelli. Ma tutto nei limiti e nel cliché degli affetti di buone e sane famiglie, anche quando una delle figlie porta in casa un pargoletto concepito con uno sconosciuto.

Ma ecco una delle protagoniste, meridionale, e quindi di elevati e “sani principi”, imbattersi nella collega femminista. E’ il trionfo di luoghi comuni, stereotipi, note di maniera sulla scia di quella erosione sistematica che, da decenni, si opera su quella stagione felice che è stato il femminismo. Sceneggiatori, sceneggiatrici e registi saranno poco documentati, ma pensiamo, piuttosto, che siano volutamente accorti a rassicurare i “benpensanti” di ieri come quelli di oggi.

Per uno share così elevato e variegato, in un tempo di sottile restaurazione, non si poteva immaginare altro che percorrere la scia del disastro simbolico mortificante operato sull’esperienza del femminismo. E così la femminista dal ruolo evangelizzante è un po’ sciatta, capello corto e riccioluto, voce roca da troppe sigarette, ma ancor più dai modi mascolini. Tipologia di chi fa proseliti ad ogni costo, tanto da condurre la “malcapitata”, impacciata e reticente, nel “covo” di un collettivo. Qui, chi più ne ha più ne metta, appena arrivata la si interroga subito sul suo tipo di orgasmo, se vaginale o clitorideo. Così, ahimè, con una sola battuta la cui eco provocatoria è resa ridicola dall’estrapolazione da un contesto politico sconosciuto ai più, si dà il colpo di grazia ad una stagione politica che ha lottato contro un millenario silenzio.

Poche sequenze per rafforzare il senso comune sull’inanità del femminismo. Mentre noi donne consapevoli non possiamo che dolerci per l’offesa di quegli “scrigni preziosi” che, nel ricordo, sono per noi i collettivi e le pratiche di quella stagione felice. Oggi li rivediamo, ridicolizzati, avvolti da una densa nebbia, svanire nella memoria collettiva anche ad opera di uno strumento potente come la televisione che, in questo caso, da mezzo di intrattenimento si fa strumento pedagogico di massa. Alla nostra generazione, che ha messo in gioco la propria soggettività contro la cultura nella quale era stata educata, fino a rischiare di esserne travolta, non resta che cedere alla consapevolezza che l’incuria e l’insipienza sulla nostra storia, di una stagione o di sempre, non hanno guarigione.

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