L'arcaico non è sinonimo di violenza

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95120All’inaugurazione di “Light Time Tales” di Joan Jonas (Hangar Bicocca, a cura di Andrea Lissoni, fino al 1/2) sono stata travolta da immagini, disegni, oggetti, suoni. Come mettermi in contatto con tutti i frammenti che Joan Jonas ci regalava per capire chi siamo? Mi sono data tempo. Ho letto i suoi Testi, pubblicati da Hangar Bicocca. Ho aspettato il 21 ottobre per la performance Reanimation. Ho accumulato spunti per capire.

In quei giorni ho letto il libro di Giovanna Zapperi, L’artista è una donna .La modernità di Marcel Duchamp , dove descrive la scelta di Duchamp di abbandonare la pittura per mettere in crisi il ruolo virile dell’artista a favore di un’identità più indecisa, ma con decisa assunzione femminile. Lo fa con la fotografia e l’adozione dell’identità Rrose Sélavy. Così sposta, scrive Zapperi «la figura dell’artista al centro dell’immagine, cosa che lo porta inevitabilmente a femminilizzarla: privo della sua opera pittorica, l’artista è improvvisamente esposto allo sguardo e prende il posto tradizionalmente occupato dalla donna, quello dell’immagine».

Penso a Joan Jonas. Lei sposta la scena percettiva del corpo nella profondità  del mito e della storia che affiora nel presente, dai sogni, dalle letture, dagli affetti, dai fatti, ma anche dall’indistinto. «Ciò che c’è di più vago, si può cogliere, trasforma un gesto, uno sguardo, in oggetto solido» (Joan Jonas, Light Time Tales – Testi, 2014).

Cogliendo il dato impercettibile, entra in campo la conoscenza emotiva, nella quale Jonas situa l’identità dell’artista. Sposta l’opposizione di genere in una pluralità di soggetti che, insieme a lei e alle performer, sono al centro dell’immagine: alberi, mari, animali, oggetti quotidiani, miti che fanno da sfondo all’inconscio e alla realtà. Tutti partecipano alla costruzione performativa. E in quest’accumulo si rianima un rapporto tra i viventi del pianeta.

Sono stata colpita da una profondità che superava la superficie della comunicazione: specchi, immagini riflesse, lenti attraversano le figure come fari indicatori di un rimando costante tra le immagini del mondo e la realtà frammentaria individuale. Ho tratto un sospiro di sollievo. Le figure di Jonas mi hanno fatto uscire dal cortocircuito delle immagini quotidiane con la loro secchezza e la loro tragedia. Non riesco a togliermi dagli occhi le teste tagliate dall’Isis, la loro arcaica violenza. Una specie di contrappasso. Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, le teste del Battista, le Crocifissioni, i canestri con le teste ghigliottinate della Rivoluzione Francese sono dentro di noi come miti/riti lontani. Oggi ritornano dalla parte opposta dell’Occidente. Come reagire?

Ma Joan Jonas va oltre. Dice che il mondo arcaico e i suoi miti sono necessari alla consapevolezza, ma non sono una rappresentazione archetipica della violenza. Propone un altro tipo di responsabilità per comprendere il mito arcaico insieme a quello quotidiano. Ci dice che sono centrali nella composizione artistica, ma anche nella consapevolezza dei rapporti. Qui è il nodo che rompe lo schematismo virile per cui una donna è solo un oggetto di seduzione.

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Joan Jonas usa maschere, bandiere che sventolano, segni tracciati con lunghi bastoni sulla sabbia, o con gessi, che oltre al ritmo poetico e musicale, ci avvertono di una plasmabilità indefinita dello sguardo. Trae le sue visioni da cose concrete, da saghe antiche, dai rapporti con i suoi amici e colleghi. Da Aby Warburg, Hilda Doolittle e Elena di Troia, da Freud, dalle Piramidi, da Dürer, dall’11 Settembre. Qui Joan Jonas situa se stessa e la costruzione dell’identità di artista e di donna. Dentro una profondità che allude al cosmo, all’origine, rintracciabile nelle cose e nelle case del linguaggio. A differenza di Duchamp, Jonas usa gli oggetti come segni del suo percorso simbolico, piuttosto che come sintomo della distruzione dell’espressione pittorica. Anzi, il recupero di oggetti affettivi, materiali, culturali è una conseguenza dell’ampliamento della pittura, dopo Duchamp.

La pittura siamo noi, la comunicazione siamo noi, la seduzione siamo noi.

Qui c’è la presenza attiva delle donne nell’arte e nella vita, non come speculare controcanto all’androcentrismo, ma come una lettura dei miti a cui apparteniamo, ivi compreso quello della supremazia maschile.

Secondo Zapperi, Duchamp giunge alla decostruzione virilista dell’identità con la performance attuata nella fotografia. Una lettura che aiuta molto a guardarci attorno oggi. Mi torna in mente la fotografia di Foley decapitato con la testa deposta a lato. Anche questa foto evoca una performance, macabra.

Le performance di Joan Jonas sono una proposta radicale contro la violenza. Evocano drammi, guerre, come quella ingaggiata per il possesso di Elena di Troia, l’arcaica forza della natura, l’incendio, il vento, ma tutte le immagini sono sprofondate nel tortuoso percorso della consapevolezza. Qui nasce la scossa dei nervi prodotta dall’arte di cui parlava Virginia Woolf in Al Faro. Che, senza attenuare la complessità, ci mette di fronte a donne e uomini che tentano di raggiungere il centro della vita. Non siamo di fronte a sanzioni, ma a opzioni: è rischioso e affascinante tradurle in messaggi per indicare a chi le guarda come procedere nella propria ricerca per arrivare al centro della vita.

Jonas avverte che anche questo è un mito, le sue performance non hanno mai un solo centro, compiono cerchi a volte concentrici a volte ellittici, che ci mettono vicino a sentimenti “semplici”, come l’armonia della bellezza, ma anche a un che di vago. Non ci sono soluzioni: solo continue aperture. Una meraviglia! Nel momento in cui Joan Jonas ce lo fa vedere, capiamo che l’arte è un’altra cosa dalla comunicazione, anche se non può vivere fuori dalla comunicazione.

E noi? Nella nostra vita come facciamo a stare dentro la comunicazione e trovare le strade per uscirne? Come posso dimenticare la foto di Foley con la testa staccata accanto al corpo? Come faccio a reagire? La storia dell’arte è piena di crocifissioni, di teste tagliate, di seni strappati.

Ringrazio Joan Jonas per avermi mostrato la densità che sta dentro e fuori ogni scelta compositiva, sentimentale e culturale. La ringrazio perché indica la fatica di registrare immagini anche quando non scorre il sangue. La ringrazio perché con cadenza regolare nelle sue performance appaiono i suoi cani, come testimonianza di uno scambio con altri esseri che popolano il pianeta, che lei tratta come oggetti di affetto e non come elementi visivi del paesaggio.

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La ringrazio per la performance Reanimation in cui l’ho vista muoversi come una sciamana dolce, per niente artefatta. L’ho seguita mentre suonava campanelli, mentre in corrispondenza delle proiezioni di mari, cieli, nuvole, ghiacciai, tracciava i suoi disegni su una lavagna luminosa che li sovrapponeva a quelle immagini. Un’utopia magnifica, ma anche una realtà psichica: ogni azione lascia le proprie impronte. Il fascino è ritrovarle.

Ho sentito la sua musica mentre strapazzava un foglio di carta. L’ho ammirata mentre con una maschera sul viso proiettava la propria ombra su montagne di ghiaccio e contemporaneamente tracciava un disegno su grande foglio di carta che teneva sul petto. E poi a un certo punto questo disegno vola nell’aria, sui monti, nella luce piena, in quella rossa di un tramonto. È il disegno del corpo nudo di una donna che si libra sopra il cielo del mondo.

Mi ha fatto venire in mente l’Angelus Novus di Klee, quello era l’angelo della storia, dedicato a Walter Benjamin, questo è l’Angelus Nativus che appartiene a tutti i viventi: uomini, donne, piante, animali, mari, minerali, ghiacci, pianure, deserti. L’artista è un Angelus Nativus che ci mette in contatto con l’origine arcaica  prima che diventi sinonimo della violenza. Una svolta epocale. Protegge il luogo della nascita, non solo il passaggio dalla pubertà all’età adulta (Benjamin –Klee).

La novità è che l’Angelus Nativus è una donna.

pubblicato su exibart

Giovanna Zapperi, L’artista è una donna. La modernità di Marcel Duchamp ombre corte, Verona, 2014, 141 pagine, 14 euro

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