Audre Lorde, la durezza del colore

Quest’anno si comincia a colmare la grave lacuna culturale della mancanza di traduzione in italiano di libri di Audre Lorde: prima con Sorella outsider ora con l’autobiografia, apparsa nella collana àltera con una interessante cronologia comparata. L’autrice, “afro-caraibica-americana-lesbofemminista” (1934-1992) con Zami – il cui nome a Carriacou denota le donne che lavorano insieme da amiche e da amanti- ci offre “una fiction costruita da molte fonti” con elementi “di biografia storia e mito” come spiega, una auto-bio-mitografia. Il libro viene pubblicato nel 1982, quando Lorde ha ottenuto la laurea in biblioteconomia ed ha già al suo attivo raccolte di poesie. Alla frammentata struttura della biografia legata a momenti particolari fa da collante il vivere la nerezza, “una mappa nascosta in piena vista”, come la sessualità “e il rapporto con le donne che incontra e che perde”, recuperandole nella scrittura del ricordo (Borghi). Ma Zami è soprattutto un raccontarsi per spiegare il suo percorso di formazione politica. Figlia di immigrati caraibici Lorde nasce e cresce ad Harlem attraversata dalla “linea di colore” che richiede comportamenti appropriati: i genitori, cattolici, non parlano di razzismo, e, per orgoglio e dignità, insegnano ai figli non a resistere ma a passare indenni. Cresce così senza parole per le discriminazioni e questo determina difficoltà a scuola e insuccessi nel lavoro: i silenzi non la proteggono.

“Diventai nera come il mio bisogno di vita, di affermazione, d’amore – copiando da mia madre ciò che era in lei, irrealizzato […] Le parole di mia madre imparate dalla lingua dell’uomo bianco attraverso la bocca di suo padre, mi insegnavano ogni genere di astuzia e di diversivi per difendermi”: grazie a queste difese, dice, era sopravvissuta ma anche “un po’ morta”. Così, anche se certi problemi non si potevano discutere in casa, ben presto scopre la durezza del colore, la linea che divide, come quando a Washington nel dopoguerra la famigliola viene invitata ad uscire da un bar perché può comprare il gelato ma non sedersi a gustarlo: i genitori,anche se offesi, non vogliono parlare di quella ingiustizia, perché è il loro modo di affrontare il razzismo americano, ma quel giorno, racconta Lorde, “in cui smisi di essere una bambina” tutto era bianco, dalla cameriera alla canicola, come il gelato che non poté mangiare. Al centro di Zami sta dunque il corpo nero come mediatore del ricordo di eventi.

Gli anni di contestazione a scuola, il suo stare con le altre amiche nere “marchiate”, una sorellanza ribelle (1946-49), i suoi primi amori lesbici con i relativi dolorosi distacchi, gli anni del maccartismo in cui protestare ed in più essere lesbica era un problema, il conseguente soggiorno in Messico, il rientro e i ritrovi lesbici, costituiscono momenti e esperienze che scorrono nel libro in una temporalità non lineare, ma discontinua tra fratture e scarti. Dall’affresco emergono le pagine sul lavoro in fabbrica negli anni ’50 come operatrice di una macchina a raggi X alla Keystone Electronics, dove nessuno diceva che il tetracloruro di carbonio distrugge il fegato e provoca il cancro ai reni, e dove lavoravano solo portoricani e neri,

“Ricordo come ci si sentiva a essere giovane e Nera e gay e sola”: da una parte il senso della verità e della ricchezza, dall’altra il vuoto, perché non c’erano né madri, né sorelle, né eroine. Negli anni ’50 con il ritorno in massa della donna americana al ruolo di dolce mogliettina, le sembrava che solo le gay nere e bianche fossero le uniche a parlarsi oltre la vuota retorica del patriottismo e dei movimenti. Si accorge tuttavia che le differenze permangono anche negli spazi alternativi del lesbismo bianco, e l’identità sessuale non cancella la razza, perciò l’incontro con Ketty/Afrekete reintegra Lorde nella comunità nera. Lorde non la vedrà più dopo la sua partenza ma afferma che la “sua impronta rimane sulla mia con la risonanza e la forza di un’emozione tatuata”.

“Essere ragazze gay insieme non bastava. Eravamo diverse”: ma “ci volle del tempo per capire che il nostro posto era proprio la casa della differenza piuttosto che la sicurezza di una particolare differenza”, ci vollero anni – spiega – per capire che la paura non rende impotenti. Sono gli anni dei movimenti e Lorde sottolinea che le lesbiche nere dal ’63 hanno fatto parte di ogni lotta per la libertà. Anche nel femminismo bianco Lorde si dedicherà, come Adrienne Rich, a far emergere le richieste inascoltate delle Nere, “destrutturando modelli di monolitiche identità razziali e sessuali”.

Come nota Borghi nella sua approfondita e attenta introduzione, in Zami Lorde racconta la sua assunzione di identità “come un processo instabile, in divenire”, che la conduce al “lesbo-femminismo outsider dei ruggenti anni ’70-80 con il suo tentativo politico-culturale di superare il biologismo razziale e le normative di classe e genere” .

Nel romanzo si vede in filigrana crescere il valore della rabbia per l’esclusione e per le “cecità razziali”, diventare consapevolezza in un sistema in cui razzismo e sessismo sono cardini primari, insieme alla convinzione che in un sistema di potere patriarcale bianco le trappole usate per neutralizzare le donne Nere e le bianche non sono le stesse e finiscono per dividerle. Quello che da adolescente e poi da giovane vive con disagio, con depressione, con rabbia – all’inizio senza trovare le parole – sarà poi teorizzato e organizzato politicamente, per cercare nuovi modelli di relazioni nella differenza, nelle sue modalità di vita, nei suoi scritti, in particolare nella poesia che rappresenta una necessità vitale per nominare ciò che è senza nome e intravedere un futuro di cambiamento. Una riflessione importante, quella di Lorde, per chi oggi s’interroga sul sociale storico, una lezione di vita e di pensiero critico per una rilettura anche dei femminismi tra memorie ed esperienze, emotive e politiche, dissonanti.

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Audre Lorde, Zami. Così riscrivo il mio nome, traduzione di Grazia Dicanio. Introduzione e cura di Liana Borghi, edizioni ETS 2014, pp. 301, euro 19,00

Audre Lorde, Sorella outsider. Gli scritti politici di Audre Lorde, Traduzione di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida, Il dito e la luna 2014.

Rosanna Fiocchetto, “Sorella outsider”, LeggereDonna, n. 43, marzo aprile 1993.

Audre Lorde, da Harlem ai Caraibi, il manifesto, 8 marzo 2014.

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