Buon compleanno, Letizia

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Letizia Battaglia compie ottant’anni. Non è facile parlare di una donna che ha vissuto intensamente la sua vita, che ha preteso molto da se stessa, come dalle sue fotografie e dalle persone che l’hanno conosciuta e amata. Una donna che ha ricevuto premi prestigiosi a livello internazionale, come il Premio Eugene Smith (1985, New York), il Premio Erich Salomon (2007, Berlino), il Cornell Capa Infinity Award (2009, New York). In merito a quest’ultimo – per il quale, con l’amica Adriana è andata in giro per negozi alla ricerca di un abito “che fosse adatto” – al suo ritorno, ha raccontato: “c’erano settecento persone che avevano pagato mille euro per vedermi, ascoltarmi, e per me era troppo tutto questo amore”. Lei, che nella sua ingrata Palermo, da molti, troppi anni chiede che le venga assegnato uno spazio ai Cantieri culturali alla Zisa per un Museo e una Scuola di fotografia, che dovrebbe esserle offerta con tanto di riconoscenza! Progetto, diventato un sogno, che Letizia ha rilanciato in occasione delle numerose interviste per i suoi 80 anni: “Vorrei che i giovani capissero che attraverso la macchina fotografica si possono fare cose migliori”.

batt-1Ma Letizia per me è soprattutto la fondatrice, insieme a Simona Mafai e Rosanna Pirajno, e l’attuale direttrice di Mezzocielo, della cui redazione faccio parte.

Sulla rivista, Letizia scrive raramente, e solo dietro nostro insistere. Preferisce esserci attraverso le sue foto e quelle della figlia, Shobba. Ho scelto allora di parlarne scegliendo e mettendo in sequenza frasi da lei pronunciate nel corso degli anni, durante interviste, sui temi a lei più cari e più ricorrenti nelle foto: Palermo, le bambine, le donne.

Comincerei dalla fotografia, il suo “secondo cuore”:

“La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come tanto altro ancora. L’ho vissuta come acqua dentro la quale mi sono immersa, mi sono lavata e purificata.  L’ho vissuta come salvezza e verità” (in Diario, Castelvecchi, 2015).

“La fotografia è un mezzo magico, poetico. Scrivo con la macchina fotografica, per raccontare me stessa, ed è grazie alla fotografia che ho superato tanti problemi esistenziali” (…). “Le mie foto sono avventuriere e disordinate come me” (…) “Non so cos’è una bella foto, ma la so riconoscere. E’ come quando incontri una persona e ti innamori. Non sai chi è, però riconosci in lei qualcosa che fa per te”.

In un dialogo con studenti e studentesse di un liceo di Napoli sull’uso della fotografia, dice: “Io sono una che sbaglia spesso il tipo di esposizione, insomma con la tecnica ho poco a che spartire, per cui scatto una foto ad una persona se, e solo se quella persona mi piace. Dopodiché quella foto servirà a raccontare un pezzettino di me stessa. Ecco perché sono molto coinvolta quando fotografo, e per questo spesso sbaglio. E’ la foto che racconta il mio incontro con quella situazione, la mia tristezza o il mio desiderio di pace o di gioia. Una bella fotografia che racconta una “bella” cosa non è arte. L’arte deve possedere dietro di sé un pensiero, un’idea legata al tempo in cui stiamo vivendo, il tempo dell’inquinamento, delle automobili, un tempo in cui ci sono i poveri, troppo poveri, e i ricchi, troppo ricchi”.

batt-2Alla domanda perché preferisce fotografare in bianco e nero, risponde “perché il bianco e nero è più privato, è essenziale, è pudore per eliminare i clamori del mondo”.

Con Palermo, la sua città, Letizia ha avuto da sempre un rapporto conflittuale, di odio, amore, rabbia.

“Palermo è una cosa piantata nel cuore, che mi fa soffrire, ma di cui ho bisogno” (…) “Non sono felice in questa città che mi distrugge, mi ferisce. Non c’è amore in questa città. Dovrei andarmene, non c’è pace qui, ma sono morbosamente attaccata a questa città. E’ come una follia che si ha per un figlio mongoloide o per un’amante che non ti vuole” (…) “Vado via per ricaricarmi, per prendere le carezze che Palermo non mi dà, ma poi devo tornare” (…) “Quando arrivo, da qualunque parte del mondo, la prima cosa che sento è l’odore e il colore del cielo, e questo mi commuove. O forse non è così, Palermo è una mia invenzione, di verde, di mare” (…) “La gente di Palermo è meravigliosa, malgrado sia traditrice, ma è la mia gente, carne della mia carne” (…) “Mi chiedono perché non fotografo la bellezza di Palermo. Non posso, perché il dolore vissuto sovrasta la bellezza. Cos’è un bel cielo, se sotto c’è una creatura insanguinata?” (…) “Non posso fotografare la bellezza perché con Palermo c’è un rapporto di dolcissima disperazione, di amore e di rabbia”.

Letizia ha dichiarato spesso che preferisce fotografare soprattutto le adolescenti “prima che diventino donne e il sogno, la speranza finisce. Perché io ho sempre cercato il sogno”. Non a caso le sue fotografie nascono “sulle ferite dei suoi sogni”, come recita il sottotitolo del libro di Giovanna Calvenzi, (Letizia Battaglia, Mondadori, 2010) a lei dedicato. Il sogno di libertà e giustizia che è stato il motore della sua vita, ma che non si è realizzato. Come dice lei stessa, delusa e addolorata: “Volevo che le mie fotografie fossero un atto di denuncia. Non è avvenuto, e se anche sono servite a qualcosa, non è stato sufficiente. Tanta brava gente è morta e le cose in Sicilia non sono cambiate. Solo questo conta”.

Una delle sue foto più famose è La bambina col pallone “dallo sguardo grave e sognante”.

“Nei visi delle bambine cerco me stessa, ritrovo chi ero io a dieci anni, con i miei sogni, il mio futuro che volevo a tutti i costi meraviglioso, con la mia voglia di essere amata e di amare” (…) “L’ho capito quando mi accorsi che tremavo davanti a loro quando le fotografavo. Ho fotografato Marta a 11 anni perché era la bambina che ero io a 10 anni quando arrivai da Trieste a Palermo, felice e libera. Ma a Palermo la mia vita cambiò, ero graziosa, gli uomini mi disturbavano per strada e mio padre non mi fece uscire più di casa”.

Nelle sue Rielaborazioni 2004-2012, Letizia ha affidato al sorriso, al volto, al corpo nudo, al pube di giovani donne il compito di spostare dalla foto/scena di morti ammazzati, di miseria, di povertà, il punctum, come lo ha definito lei stessa. Spostare il punto di vista, per risignificare la scena ri-fotografandola con sovrapposizioni di nuovi personaggi. “Una sorta di auto-terapia del dolore con gli strumenti dell’arte”, hanno scritto i critici. Un modo per esorcizzare, e spostarsi da un mondo-gabbia, quello di “fotografa della mafia”, nel quale Letizia si sentiva imprigionata, come lei stessa spiega:

“Ho sognato spesso di bruciare i miei negativi della cronaca degli anni 70,80, e un po’ di 90. Per disgusto, forse per disperazione. Per annullare dalla mia vista lo schifo che aveva vissuto Palermo. Che vive ancora la mia Palermo. Un giorno del 2004 stavo guardando con rabbia e tristezza la foto di una madre e tre figli coricati per il freddo e per la fame, e mi venne come un guizzo. Io queste foto, quelle che girano per il mondo, potevo distruggerle. Cioè potevo farle diventare altro. Una vita, un corpo nudo, un sorriso, mescolato alla foto di cronaca”.

In una intervista per Letterate Magazine le ho chiesto perché affidasse alle donne, al loro corpo nudo il compito dello spostamento di sguardo. Ha risposto perché le donne sono capaci di amare e solo l’amore può salvare questa terra. (…) “Penso che le donne sono capaci di esprimere qualcosa che gli uomini non hanno, hanno un altro modo di esistere, di amare, di procedere nel mondo. Lo sanno raccontare perché sanno soffrire, conoscono il dolore”.

Le donne, oggi, secondo Letizia, non fanno però abbastanza per il mondo, come invece hanno fatto nel privato, e il mondo ha bisogno di loro, soprattutto al sud, dove più forte è il bisogno di giustizia, di amore. E senza giustizia non c’è felicità, è il pensiero costante di Letizia.

Mi sono tornate in mente le parole di Annamaria Ortese, contenute in Il silenzio delle donne pubblicato nel numero 127 di LM, a proposito della voce “dell’altra parte del cielo” che “non può non essere che il grido della natura stessa, là dove la bontà, che è ragione, non è giunta, e la Forza posa il suo piede. Non può respirare se non a servizio di questa straziata natura”.

Nell’ultima intervista, su La Repubblica di Palermo del 1 marzo, il non fare abbastanza delle donne si trasforma in “indifferenza”. “Le donne (di Palermo) sono indifferenti a tutto. Né chi ha fatto e fa resistenza riesce ad incidere sulle sorti della città che rimane nel complesso ignorante”, ha dichiarato. “Siamo niente. Con onore, ma siamo niente” risponde in una mail nella quale la invitavo ad approfondire l’impietosa affermazione.

Sarà per questo, cara Letizia, che il tuo ultimo lavoro Gli Invincibili, figure autorevoli a cui devi riconoscenza, che hanno rappresentato dei punti fermi e contribuito alle scelte della tua vita – Paolo Borsellino, Che Guevara, Giovanni Falcone, Sigmund Freud, James Joyce, Rosa Louise Parks, Pier Paolo Pasolini, Ezra Pound, Luisa Senzani, Il Crocifisso di Santo Spirito, la Venere di Urbino – contempli così poche donne?

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Le interviste sono tratte da: Rai educational 2010; Rai News 2014; Frontiere news.it 2012; Live Sicilia, 2011; tv7 rai 1,2013,2014; Huffingtonpost, 2015.

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