Nessuno è estraneo

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cop.aspxUn lungo viaggio attraverso l’Europa sulle tracce della propria famiglia, seguendo una trama quasi impossibile da districare: quella delle persecuzioni razziali e politiche, contro ebrei e dissidenti. Corre dunque da un estremo all’altro dei luoghi della Shoah e del regime sovietico, il libro di memorie Forse Esther. Katja Petrowskaja è nata e cresciuta a Kiev, si è laureata a Mosca e dal 1999 vive a Berlino.

In qualche modo è andata a ritroso rispetto alla sua famiglia ebraica che da Ovest si spinse verso Est. Non sempre con successo. Alcune sue parenti sono sepolte a Babij Yar, che oggi è di fatto dentro la città di Kiev e che nasconde forse la più grande fossa comune d’Europa (cento o duecentomila morti? Non lo sapremo mai).

Il bel diario della Petrowskaja è a volte faticoso da leggere, a volte doloroso, a volte un po’ retorico, altre volte fin troppo intimo. Ma è indispensabile. Perché non soltanto aiuta a comprendere la complessità della situazione attuale (i movimenti secessionisti ucraini non appartengono a un’improvvisa follia e, come sempre, interessi economici e politici si intrecciano a fanatismi vecchi e nuovi, discriminazioni vecchie e nuove, ferite mai cicatrizzate e ferite inventate dalla solita narrazione “mitizzante” della storia). Katja ha fatto quello che i fanatici non fanno mai: è andata a caccia di documenti, di testimonianze, è andata a vedere di persona, ha scavato nella memoria dei luoghi, dei fatti e delle persone. Colpisce la sua “fede” in Google, ma d’altra parte è il segno dei tempi.

E comunque come, se non grazie alla Rete, avrebbe potuto rintracciare persone fuggite in Canada, stabilire contatti tra mondi ormai lontani, mettere insieme un puzzle che si estende per tutta l’Europa dell’Est? La famiglia della Petrowskaja era costituita soprattutto da insegnanti per bambini sordomuti, una circostanza che colpisce, visto che il primo problema dei “vinti” della storia è non avere voce. In più Katja solleva molto bene il problema “sovietico”: l’Urss ha solo all’apparenza eliminato le discriminazioni razziali e religiose (Stalin fu feroce contro gli ebrei).

In più nella costruzione del mito della vittoria, il regime sovietico ha finito col cancellare le tracce delle memorie e delle storie familiari. Perfino Babij Yar, per anni, è stata indicata come un “monumento” della resistenza e non un luogo dell’orrore della Shoah. E invece ora più che mai abbiamo bisogno di non mitizzare il passato, ma di mettere a fuoco quando indivisibili siano le vicende umane. Dice Katja: quando si parla di vittime nessuno è estraneo. Direi: quando si parla di storia, nessuno è estraneo.

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Katja Petrowskaja, Forse Esther, trad. it. di Ada Vigliani, Adelphi, pp. 237, 18,00 euro

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