Alice nel paese di carta

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Alice muore, ma dall’urna ascolta e vede le persone, chiedendosi se quel barlume di coscienza che le rimaneva si sarebbe affievolito fino ad uno spegnimento definitivo: era una sorta di dormiveglia in cui non poteva interferire con ciò che succedeva. Sarà la nipote Sara a portare le ceneri a L’Aquila secondo le sue ultime volontà.

Questo romanzo, Un paese di carta, scritto da Laura Benedetti che insegna a Georgetown University (Washington), ha una tessitura complessa e stratificata. Rientrerebbe nelle forme di un’altra epica secondo le autrici di Epiche, per il ritratto di Sara che, nel suo viaggio dall’America all’Abruzzo, attraversa un “corpo a corpo con il destino femminile e la storia del Novecento”. Ma non sono solo Sara ed altre donne ad essere le protagoniste del romanzo, al centro si colloca L’Aquila, una città dopo il terremoto, ancora in bilico tra un passato dolente ed un futuro di cui non si vedono le coordinate, stretta tra ferite, speculazioni, resistenze e speranze. Una città militarizzata, laboratorio e sperimento di controllo sociale e di espansione economica per le lobby affaristiche protette da politici. Ed è in questo luogo che Sara potrà capire le scelte dolorose dell’amata nonna Alice ed andare verso il suo futuro. È un romanzo colto, venato di ironia, di visionarietà e di lucidità critica, una riflessione sull’oggi.

È un interrogarsi sul trauma della perdita e sui nodi individuali e collettivi per superarlo: perdita della nonna per Sara, perdita di relazioni e spazi urbani per le persone incontrate a L’Aquila, perdita per Alice del fratello e della fiducia nell’uomo che amava e che perciò lascia. E anche: resistenza antifascista e resistenza odierna alle logiche del potere e del profitto, fra resistenze individuali alle difficoltà e lutti personali. Una scrittura che riflette sulla memoria e sulla politica non in modo lineare, ma fra scarti e deviazioni in contrappunto col presente.

Ma quale storia di Alice viene svelata? Alice fa di una cicatrice una porta (Floris), nel senso che aprendola sul Sé in rapporto col mondo accetta una nuova dimensione. La porta racchiude tentazioni e desideri, fantasmi e paure, ma, se la si schiude, si disegna un destino nuovo. La ferita di Alice per la scoperta della verità sull’uomo che ama nelle sue responsabilità per l’uccisione del fratello antifascista diventa così una porta per la scelta dell’esilio, offre una nuova dimensione della conoscenza: una porta che la donna apre nel 1958 per partire verso l’America allontanandosi da menzogne/rimozioni, affetti e sofferenze, ma vorrà tornare a L’Aquila per morire, forse per ricongiungersi ai suoi sogni e al fratello torturato e fucilato dai fascisti.

Il fascismo non è finito, scrive Alice ripensando a quell’episodio, “ci è entrato dentro, sonnecchia ma è sempre pronto a mordere”, i segni ci sono, Portella della Ginestra, i preti in cattedra, il codice Rocco, perché “non era una malattia in un corpo sano, ma una rivelazione della vera natura dell’Italia”, perciò preferisce stare nel paese di McCarthy “disperata tra i disperati”, con i suoi ricordi italiani e i libri, senza tornare in quel “paese di carta”, di cui si sente “cittadina onoraria insieme agli esuli che l’hanno costruito”. Alice, racconta la figlia, ormai straniera in Italia, non si sentiva a casa nemmeno negli USA: “l’unica cosa che abitava, ossessivamente, era la lingua italiana… La grammatica ha scandito i tempi della sua vita”, perciò parlava italiano con la figlia poi con la nipote, e ripassava i passati remoti per la “profondità del tempo”.

Sara ripercorrendo la storia della nonna, quando era giovane nel fascismo a L’Aquila, rivisita la propria storia e le proprie scelte sessuali. Gli incontri in quei luoghi intrisi di dolore e di rabbia, i frammenti della storia di Alice, la spingono al ripensamento del proprio percorso, per rimettere insieme strappi e brandelli: alla fine è pronta a tornare da Una che l’aspetta con le foto della luna. Così potrà disperdere nella zona rossa le ceneri di Alice che si sente pronta ad andarsene definitivamente.

È la scoperta della situazione della città aquilana che fa maturare Sara, la scoperta di una storia, raccontata dai media, dopo il terremoto, che si sovrappone alla realtà materiale, nascondendola: passano gli anni, ma la città resta un territorio fantasma, dove la sofferenza di chi prima aveva abitato quei luoghi lascia poco spazio alla speranza, anche se ci sono resistenze e creatività, se solo si pensa alle donne di Terre-Mutate.

Mai come ora le élites economiche, lontane dai problemi de* cittadin*, speculano su eventi traumatici, favorendo la messa in scena di emozioni per mantenere lo status quo, dove la compassione cancella l’indignazione – i buoni sentimenti possono essere perversi (Zagrebelsky) – mentre le parole della politica istituzionale sono state (e sono) menzogne sullo sfondo di una sistematica strategia di svuotamento della democrazia. Sara tuttavia scopre la rabbia, la volontà, l’impegno di alcuni a raccontare la verità, a non arrendersi in quei luoghi pieni di “transenne, impalcature, polizia, rari passanti, silenzio”.

Di fronte a governi che balbettano, tacciono, mistificano e assumono la maschera dell’arroganza, quasi a dar ragione a Lucjan che – in La Cripta d’inverno di Anne Michaels – dice: “per quanto possiamo gridare forte la Storia non ci ascolta”, è ancora la parola poetica, la scrittura a parlare di giustizia sociale-politica, ad offrire nuovi possibili mondi.

*

Laura Benedetti, Un paese di carta, Pacini 2014, pp. 237, euro 13,00

Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, Einaudi 2010

Paola Bono e Bia Sarasini, a cura di, Epiche, Altre imprese, altre narrazioni, Iacobelli 2014.

Anne Michaels, La cripta d’inverno, Giunti 2009.

Liana Borghi e Uta Treder, a cura di, Il globale e l’intimo: luoghi del non ritorno, Morlacchi 2007.

Luciana Floris, “Abitare la soglia”, in Borghi-Treder.

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