Una geografia immaginata

Ci sono libri che, parafrasando William Hazlitt, ci conducono nelle loro anime e aprono di fronte a noi i nostri segreti. Uno di questi è Carta da Zucchero di Eva Taylor. Solo che in questo caso i segreti non sono soltanto personali, soggettivi, sono quelli di un’Europa distratta e a lungo ignara della sua parte separata, di quel suo corpo spezzato in Una e l’Altra. Un’Europa troppo spesso inconsapevole della profondità della ferita inflitta al cuore della Germania. Per più di quattro decenni questa spartizione geografica, politica e ideologica ha attraversato la vita di milioni di persone. Eva Taylor e la sua famiglia costituiscono una particella infinitesimale di questa scissione alla quale ci eravamo pigramente assuefatti: la BRD e la DDR. Per molti solo sigle di un confronto di pugni di ferro sbattuti sulla mappa politica tracciata dalla guerra fredda, per altri una questione di vita e soprattutto di libertà.

Il libro di Eva Taylor in 37 brevi capitoli scritti con mano leggera, fluida e attenta, ricompone il frantumato tessuto europeo unendo gli spazi delle due Germanie e ricongiungendo l’umanità separata da linee di demarcazione, umiliata dalle frontiere, dai visti e dai permessi negati prima ancora che dal muro reale da quelli mentali.

La famiglia protagonista del libro1 fuggirà nella Germania Ovest nel 1961, solo un mese prima della costruzione del muro. L’autrice non si soffermerà sulla situazione politica nella DDR, sulla sua genesi e evoluzione interna, non nominerà i politici, eccetto quel riferimento a Walter Ulbricht che toccò nel vivo la loro esistenza: “… anche se nessuno gliel’aveva chiesto, Ulbricht affermò che non aveva nessuna intenzione di erigere un muro a Berlino. Allora fu tutto chiaro, così ci siamo decisi ad andare via prima”.

Fu allora, e prima che scatti l’operazione fiordaliso2, che una notte la bambina venne svegliata e rivestita di corsa per fuggire all’alba dalla casa natia assieme ai genitori e alla nonna paterna, che portava il cappotto invernale nonostante si annunciasse un giugno caldo, in quel 1961.

Con questa data, che diventerà la cifra del libro e dei destini umani, entrò nella vita della piccola un tempo nuovo, tempo di bugie – “partiamo per il mare” – che non era che la continuazione di quelle regole ormai a lungo interiorizzate dagli adulti che prevedevano una bugia pronta, recitare, agire senza parlare, non guardare più gli altri negli occhi, evaporare… Già, gli adulti. A lungo l’autrice non rivelerà i nomi dei familiari, come se ancora con questa testimonianza letteraria volesse tenerli al riparo, lontani da ogni possibile rischio e controllo. Solo alla pag. 41 emergerà il nome della madre Tina e alla pag. 67 una lettera che giungerà dalla DDR abbraccerà tutti: Tina, Marie e Josef, il padre. Mentre la numerosa umanità che popola il libro porterà un nome e una puntuale collocazione nella fine filigrana del testo; cugine e cuginetti, zie e zii, un Onkel speciale, le amichette di scuola, i vicini di casa, il maestro, i conoscenti e parenti ritrovati nel nuovo contesto di vita, nell’ovest.… Un’ umanità straordinaria, cui storie annunciate potrebbero da sole fare da sfondo di ricerche sulla quotidianità della Germania divisa. Sarà la bambina, postina delle calze di nylon dell’ovest, che attraverserà i confini con più facilità, verrà mandata a passare le vacanze estive dai nonni materni e dalle zie nelle vicinanze del paese da cui erano fuggiti. Il grande valore del libro sta in questo sguardo della bambina che più degli adulti, e diversamente da loro, vive lo spostamento e l’inserimento nella Germania Ovest, e diversamente da loro vivrà anche la caduta del muro e la prospettiva dell’unione del popolo tedesco. Sarà lei che manterrà le relazioni vive con i parenti e i nonni materni rimasti di là, dietro il confine e in modo particolare stringerà il legame con il nonno che seguirà nelle faccende quotidiane mentre egli, orgoglioso, la presenterà in ogni occasione come “die Enkelin aus dem Westen” (la nipote dell’ovest). Particolarmente bello è il loro frequentare settimanale del mercato della cittadina, dove “…tutti raccontavano da dove venivano i prodotti, in quale parte del giardino stavano quegli arbusti, i frutteti. Il nonno sembrava di conoscere ogni albero, forse anche i singoli rami, sembrava che avesse dato lui l’acqua a quelle piante, come se li avesse fatti lui, i succhi”.

Un comprare tanto diverso da quello nei negozi dalle vetrine scintillanti dell’ovest, un mercato dove si curano i rapporti umani e da dove il nonno portava a casa le buste di carta da zucchero da cui trae origine il titolo del libro. Si trattava di una carta grigia o di tonalità dello Staubblau – blu polvere – quasi incolore, come vi si fosse posata la polvere. Un non-colore coprente sopra un’intera epoca.

Spesso Taylor rincorrerà all’evocazione dei colori e degli odori per definire non solo le case e gli ambienti della sua infanzia, ma dei paesi nei quali ha vissuto. La sua sarà una sensibilità che sorprenderà soltanto chi non ha vissuto nell’Est e verrà esaltata nella prossimità della frontiera, ai passaggi e ai controlli della polizia.

“Con i poliziotti era entrato un certo odore, quello delle loro camicie grigie. Delle uniformi troppo pesanti per l’estate. Era un misto tra stoffe vecchie e sudore, di cuoio pulito con grasso. Da quel momento il mio naso tornò a una sua dimensione antica, seguì una traccia senza sapere verso dove. Tant’è che dopo i controlli chiudevo gli occhi, per sentire il profumo dell’est. Ad ogni stazione diventava più forte: gli odori del cibo nei bar, la carta dei giornali, i vestiti della gente sui binari che guardava il nostro treno. Un treno a loro proibito, per gente col visto. Tedeschi che guardavano tedeschi: quelli che potevano attraversare il muro e tornare senza farsi male. Gli eroi del marco. I nemici di classe. I parenti. Fratelli e sorelle.”

Ci saranno altri odori e profumi sparsi nelle pagine del libro come contrappunto al grigiore nel quale sono immerse le vite delle persone, saranno gli odori dell’infanzia e di tante cucine e case che ha abitato e che sprigionano i ricordi dell’allora bambina dalla bocca serrata di fronte a un piatto di minestra di orzo e lenticchie, o di una minestra in brodo con la pasta all’uovo fatta in casa, sempre troppo grassa. O quell’odioso odore di aringhe, pesce da supporto all’economia di sopravvivenza della famiglia, come il burro fresco e la panna. Ci saranno poi gli odori inebrianti del pane, della pasta lasciata a lievitare sotto il piumino, per cui la sera il letto ancora odorava di dolci fatti in casa, i profumi dell’orto baciato dal sole, o quello della crema Nivea diventato tutt’uno con la madre. E ci saranno le case, la casa drüben, lasciata di là, vecchia, miracolosa, perduta e rimpianta per la quale nessun regime ha mai voluto riconoscere un risarcimento. Poi quella di prima accoglienza all’Ovest fatta di stanze-scatole-multiuso popolate da parenti dove ha vissuto con il certificato C, da rifugiata politica. In seguito ci sarà l’appartamento assegnato alla famiglia liberata da convivenze obbligate, un appartamento abitato da tante ombre con un balcone-ombra divenuto la nuova scatola dove lei giocava da sola. Una bambina spesso sola, impaurita dalle ombre, attenta ai racconti degli adulti che si scambiavano visite per Kaffee und Kuchen dividendo i lunghi pomeriggi colmi di silenzi e di racconti sempre uguali, accompagnati dai movimenti delle dita che tracciavano le località da dove erano partiti: la casa, la scuola, la chiesa, gli amici, le feste, la fuga. Un mondo ex di uomini e donne accumunati dalla loro vita sdoppiata, inclini a cercare conforto nelle frasi, “Meno male che ce l’abbiamo fatta”. Oppure, “E se qualcosa fosse andato storto?”

Lo scrivere di Taylor è garbato, attento a non sommergere il lettore in un’unica ‘porzione’ da tensioni che la fuga dal paese e la lunga e meticolosa preparazione che la precedeva incidevano sulla vita delle persone plasmando i loro caratteri, inducendoli a rimpiccolirsi, a non dare all’occhio, a girare con un sorriso preconfezionato, ad evitare ogni spigolosità in ogni situazione, a non parlare ad alta voce e mettere semmai la mano davanti alla bocca, come continuava fare la nonna ormai dall’altra parte, impaurita che le parole che uscivano dalle sue labbra potessero essere lette da qualche occhio estraneo … Il puzzle della fatica del vivere e dell’acre sogno di un futuro diverso si ricompone soltanto alla conclusione del libro. Ma il lettore è avvertito che questa non è la fine e che il sogno del diverso è costellato da altri smussamenti di spigoli e da piani a breve termine, da altre recite.

Carta da zucchero è un libro dei tempi difficili, ma si troverà deluso chi vi cercherà la testimonianza di una partigiana di questa o quella frazione del paese, o della Storia, chi volesse leggere un libro di riscatto, di astio o di ostilità. Niente di questo. Già da piccola, a passeggio con il nonno, alla domanda delle conoscenti che via via incontravano se le piacesse lì, da loro, intendendo la Repubblica Democratica Tedesca, lei rispondeva convinta “sì, sì, molto meglio che da noi”. Risposte inattese, sorprendenti. La bambina ha continuato a sorprendere chi si aspettava una testimonianza scontata. Da grande, lei non correrà con le masse ai festeggiamenti chiassosi del capodanno dell’ ’89 al muro, cercherà le scuse nel troppo caos, mentre in verità la caduta del muro la turbava e le sue riflessioni scivolavano su un binario diverso.

“Per me, come per tanti, tutto doveva rimanere com’era; negli anni avevo costruito la mia Germania, libera da quel drüben, e ora sentivo che quel paese stava per sparire.” E dirà ancora:

“Forse nel mio piccolo, volevo anch’io un legame forte con il paese che avevamo lasciato e che i miei genitori e la nonna continuavano a raccontarsi con la loro lingua dell’est.”

La lingua dell’est, la lingua dell’infanzia, dell’identità, del cuore, il dialetto dei nonni con cui nei salotti nuovi si comunicavano le ultime notizie arrivate su chi è fuggito ancora, parole che accompagnavano il modo di mangiare, dell’apparecchiare la tavola… Le parole del dialetto di cui la bambina un po’ si vergognava, anche se un po’ le sentiva familiari, ma che hanno smesso di risuonare tra le mura delle stanze tutte uguali nella loro nuova casetta a schiera, perché lì il loro rimbombo era fuori posto.

Alla lingua l’autrice dedica un’attenzione particolare e ci offre un intreccio di parole tedesche disseminate nel testo italiano come fossero i sassolini sul sentiero lasciati da Hänsel e Gretel per non smarrire la strada, per poter ritornare alle origini prima che i sassolini non perdano il loro colore originale.

E’ un libro di geografie sparpagliate, ricomposte, di vite ricongiunte, di spazi amati nonostante la separazione imposta, di tempi sfasati, sbriciolati, a volte tetri altre luminosi, di luci troppo forti, di ombre troppo insidiose, di cucine gemütlich, calde e intime, di vite ferite condannate alla memoria. E’ anche un libro coraggioso, perché consapevole della necessità dell’accantonamento di alcune convinzioni costruite con fatica. Come per esempio quella di “chi viveva all’ovest si doveva considerare comunque più fortunato di quelli che vivevano drüben, indipendentemente da come gli andavano le cose.”

Ma è anche libro di persone che, come la madre della protagonista, a un dato momento storico confidano di sentire crescere le due parti del cuore di nuovo insieme.

E’ un libro che colma il vuoto lasciato dall’indifferenza con cui una parte d’Europa si rapportava con la sua stessa immagine riflessa.

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1 Il libro è in parte autobiografico, in parte risultato della creazione letteraria.

2 Si tratta, come spiega l’autrice, degli spostamenti coatti di persone ritenute dal regime non affidabili dalla zona del confine verso il centro della Republik, verso la Sassonia, per impedirne la fuga.

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Eva Taylor, Carta da zucchero, ed. Fernandel, 2015 pp. 112 , euro12,00

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