Guardare Virginia

    Il 28 marzo 1941, 75 anni fa, Virginia Woolf si toglieva la vita, annegandosi nelle acque del fiume Ouse, non lontano da casa, nei pressi di Rodmel . Aveva 59 anni, era nata il 25 gennaio 1882.

Per ricordarla, pubblichiamo qui l’incipit di Gita al faro, nella nuova traduzione di Anna Nadotti, che in un’intervista recente raccolta da Elisabetta D’Erme ha commentato così il suo lavoro: « Credo di aver già detto in passato che ai miei occhi Virginia Woolf oltre che una grande scrittrice è una straordinaria regista – traducendola pensavo spesso a Jane Campion. Primi e primissimi piani, zoomate, campi lunghi – e flash-back contrassegnati magistralmente. La difficoltà, nel tradurre uno stile così, è che non si può smettere neppure per un istante di guardare. Esige una concentrazione assoluta. Non un solo dettaglio può sfuggire. Sono stata oltre un mese seduta a quel tavolo da pranzo dove ogni commensale è un continente, e ogni sguardo una faglia di cui va individuata l’esatta inclinazione»

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«Sí, certo, se domani è bel tempo, – disse la signora Ramsay. – Ma dovrai alzarti con le allodole, – aggiunse. A suo figlio quelle parole diedero una gioia immensa, come se la spedizione dovesse senz’altro aver luogo, e l’evento che aveva tanto atteso, per anni e anni gli sembrava, fosse infine, oltre il buio di una notte e la navigazione di un giorno, a portata di mano. Poiché apparteneva, già all’età di sei anni, a quella categoria di persone che non sanno tenere separate le proprie emozioni e lasciano che i progetti futuri, con le loro gioie e dolori, oscurino ciò che invece possiedono, e poiché per questo tipo di persone sin dalla piú tenera infanzia ogni scarto nella ruota delle sensazioni ha il potere di cristallizzare e fissare l’attimo su cui allunga la sua ombra o la sua luce, James Ramsay, che era seduto per terra e ritagliava figure dal catalogo illustrato degli Army & Navy Stores, alle parole della madre riversò sulla figura di un frigorifero una celestiale beatitudi- ne. Orli scanditi dalla gioia. La carriola, il tosaerba, lo stormire dei pioppi, le foglie che sbiancano prima della pioggia, il gracchiare delle cornacchie, colpi di scopa, fruscio di abiti – tutte queste cose avevano colore e forme cosí nitide nella sua mente che già possedeva un codice personale, un linguaggio segreto, anche se sembrava l’immagine stessa di una salda e incorruttibile severità, con la fronte spaziosa e i fieri occhi azzurri, impeccabilmente candido e puro, solo un poco accigliato di fronte alla debolezza umana, tanto che sua madre, guardandolo mentre conduceva con sicurezza le forbici intorno alla figura, lo immaginò in porpora ed ermellino sullo scranno più alto di una corte di giustizia o alla guida di una manovra ardua e decisiva durante una crisi della vita pubblica.

– Ma, – disse il padre, fermandosi davanti alla finestra del salotto, – non sarà bel tempo.

Se nella stanza ci fosse stata un’ascia, un attizzatoio, o qualunque altro oggetto contundente con cui squarciare il petto di suo padre e ucciderlo, lí e subito, James l’avrebbe afferrato. Tanto estremi erano i sentimenti che il signor Ramsay suscitava nell’animo dei figli con la sua sola presenza; standosene, come ora, smilzo come un coltello, sottile come la lama di un coltello, sorridendo sarcastico, non solo per il piacere di deludere il figlio e coprire di ridicolo la moglie, che era diecimila volte migliore di lui sotto ogni aspetto (pensava James), ma anche con il segreto convincimento di saper giudicare. Ciò che lui diceva era vero. Era sempre vero. Lui era incapace di falsità; non alterava mai i fatti; non modificava un commento sgradevole per il piacere o il vantaggio di nessun essere mortale, meno che mai dei figli, che, generati dai suoi lombi, dovevano comprendere fin dall’infanzia che la vita è difficile, la realtà intransigente, e che il passaggio a quella terra favolosa dove le nostre piú luminose speranze si estinguono, i nostri fragili gusci naufragano nelle tenebre (a questo punto il signor Ramsay drizzava la schiena e fissava l’orizzonte socchiudendo i piccoli occhi azzurri) esige, innanzitutto, coraggio, verità e capacità di sopportazione.

– Ma potrebbe essere bel tempo… io credo che sarà bello, – disse la signora Ramsay, torcendo spazientita il calzerotto rossiccio che stava lavorando ai ferri».

Virginia Woolf, Gita al faro, traduzione di Anna Nadotti, Einaudi 2015, 216 pagine, 10 euro

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