Il cortile dei destini multipli

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donna-creola-e-gli-angeli-del-cortile-170848Con sicuro senso delle proporzioni e del ritmo Floriana Coppola ha stretto e armonizzato, nello spazio di un cortile e di poco più di cento pagine, un gran numero di esistenze, tutte trattate con sommo rispetto – secondo l’insegnamento capitale della Morante de La Storia – e nella consapevolezza della scrupolosa precisione così necessaria nel rapportarsi a ogni vita quando si voglia dirne qualcosa. Il cortile – quello di un vecchio palazzo napoletano di decaduta bellezza – sul quale si affacciano – dai vari piani catastali e livelli sociali in cui sono alloggiati – i vari destini implicati è dunque il centro gravitazionale del racconto, a tutti gli effetti la scena nella e dalla quale a turno entrano ed escono i vari personaggi (e personagge) ciascuno/a deponendovi la sua porzione di quotidianità.

Di grande efficacia perciò e da subito la messa in evidenza, diretta e letterale, del significato perturbante degli spazi condominiali (oltre al cortile l’atrio, il portone e le scale), che per definizione non sono né privati né pubblici, né chiusi né aperti, né propri né altrui ma si individuano come il luogo stesso di quella grande scommessa, del pensiero e del vivere, che chiamiamo col nome di relazione di alterità. Si compone infatti, attorno a questo luogo, un lembo esemplare di storia che è insieme individuale, familiare, di palazzo e di quartiere (e dunque di città), nella quale ogni vissuto si sfrangia negli altri e tutti nutrono quello che la voce narrante dell’adolescente Lino riconosce come suo. Quel cortile è pertanto il crocevia, e allo stesso tempo l’archivio, di destini multipli e differenti, che si incrociano e convergono perché lo spazio lo impone dettando le regole, minime e potentissime, della vita associata.

Espediente narrativo di matrice teatrale, questo cortile che funziona come la taverna (altrimenti Castello, dei destini incrociati) di Calvino e come il condominio (de La vita, istruzioni per l’uso) di Perec evoca però, più di tutto, un altro scoperto di palazzo napoletano miserando e fatiscente in cui un altro personaggio adolescente, di genere femminile e di nome Eugenia, cresce e narra di sé e di chi le vive intorno, in un’analoga commistione di classi sociali e tipologie umane e scambi sul confine di corpi e di affetti che disegnano i contorni della singolarità protagonista. Penso, come si capisce, al fortunatissimo racconto della Ortese Un paio di occhiali (contenuto ne Il mare non bagna Napoli, 1953), al quale sono persuasa che con discrezione l’autrice abbia desiderato rendere omaggio non facendo mistero della cara fonte della sua ispirazione.

Dopo di che, tutte riuscite e tutte sue sono le figure che Floriana Coppola sa ideare e mettere in scena, a popolare e a decidere della diveniente maturità di Lino. A partire dall’eponima e numinosa donna Creola, custode del palazzo e testimone pietosa delle vicende di tutti, scintillante di splendore e di regale autorità sul grigio e la modestia della gente del patio, che da sola potrebbe facilmente sostenere tutto il peso del romanzo. Altrettanto ben ritratta di dentro e di fuori è nondimeno Tina, la sarta dal “collo lungo e bianchissimo, bello come lo stelo di un calice di cristallo” che sembra uscita direttamente da una tela di Morandi, e la cui tragica vicenda di libertà femminile contraddetta e punita è una profonda ferita nel corpo intero del libro.

Non meno toccante di lei, ancora, donna Concetta, di aristocratiche origini e fragili nervi che sopravvive a se stessa come una triste crisalide, legata alla vita dal filo sottile e ultimo della confidenza di un’altra donna sensibile. E infine magnifica per intensità e intelligenza dell’amore e dell’umano è Rosa, madre del protagonista, che per la sua capacità coniugativa e accogliente si impone come ulteriore perno dell’intreccio e fa gran luce sull’impianto curriculare del racconto. Volutamente più sfumate e prevedibili, quasi bloccate in altrettanti stereotipi, le figure maschili – il professore tronfio, l’avvocato di successo, il marito alcolizzato, il teppistello avventuroso -, e intorno uno sciame di bambini e bambine svolazzanti alle soglie di un incerto futuro, che si annuncia privo di gioia così com’è il presente, e come è stato il passato, delle generazioni che precedono nel chiuso di quel cortile.

Nel quale tuttavia una breccia si è aperta ed è lo sguardo lungimirante e sapiente di Lino, che cerca e restituisce il senso delle cose, dei giorni e degli eventi per la dignità di tutti e la salvezza di sé. Il ragazzino ha appreso infatti – il suo nome ritorna – l’insegnamento della Ortese; ha imparato a credere in ciò che non vede, a dare credito ai sogni e a guardare nella promettente alterità del cielo, che sovrasta e riscatta il suo povero cortile e gliene consegna con profitto un duplicato celeste. Riporto, per concludere, il passo citato nella quarta di copertina, opportunamente individuato come quello meglio capace di dare un’idea dello spessore e di rendere onore al merito di questo bel campione di romanzo del divenire: “Potevo credere in quello che vedevo, in quel poco che toccavo con mano […] semplificando i miei desideri e i miei bisogni. Potevo pensare di essere quello che mangiavo, ciò che bevevo, il lavoro che sceglievo, vivendo a testa bassa. Senza mai guardare il cielo, fino a perdermi. Ma non ho voluto”.

Bravo, Lino. Tutto il cortile riconoscente ti applaude e noi che ti leggiamo, solidali e partecipi, facciamo lo stesso.

Floriana Coppola, Donna Creola e gli angeli del cortile,  La Vita Felice, Milano 2014, 144 pagine, 13,50 euro.

 

 

 

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