Maria Rosa Cutrufelli IL MIO PRIMO LIBRO

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Terzo appuntamento con la rubrica IL MIO PRIMO LIBRO che vede SIL e LETTERATE MAGAZINE strettamente legate in un’iniziativa curiosa e interessante. Come è andata la storia della pubblicazione del tuo primo libro? Per saperne di più leggi l’articolo in cui Silvia Neonato, direttrice di LETTERATE MAGAZINE spiega tutto. Stavolta si tratta di Maria Rosa Cutrufelli che ci raccontra tra l’altro di Roversi, Calvino, Anceschi e del 68.


di Maria Rosa Cutrufelli

Il primo libro? Oddio! Sembra una domanda facile facile, di quelle che non generano equivoci e a cui si può rispondere senza pensarci troppo. E invece no. Anzi, per quanto mi riguarda, mi ha letteralmente gettato nel panico. Insomma, qual è il mio primo libro? Il primo romanzo o il primo saggio? Il primo pubblicato o il primo che poteva esserlo e poi non lo fu? Bene. Dato che la scelta tocca a me, comincerò da quest’ultimo.

Avevo 18 anni, vivevo a Bologna e la mia testa era piena di storie pronte a trasformarsi in racconti. Una di queste storie era già diventata un romanzo, molto diverso da quelli che poi ho scritto da adulta. Era una specie di favola gotica, un po’ nera e un po’ surreale. A ripensarci, credo che là dentro avessi condensato tutte le mie inquietudini, le mie fantasie e i miei incubi di ragazza che si sentiva sola e inerme di fronte al mondo (mio padre era morto da poco). Non si trattava di un testo autobiografico, non parlava della mia vita. Era, piuttosto, una furiosa cavalcata attraverso le immagini che mi occupavano la mente.

A quel tempo frequentavo con assiduità la libreria antiquaria Palmaverde, ritrovo di famosi scrittori che arrivavano lì da tutta Italia (Sciascia, per dirne uno). Però Roberto Roversi, il nume tutelare del luogo (grandissimo poeta e altrettanto grande intellettuale), accoglieva con piacere anche i ragazzi e le ragazze come me, cuccioli che cercavano una tana. La libreria aveva allora la sua sede vicino al mio liceo (il Galvani), così, nell’andare e nel tornare, ogni giorno mi fermavo a discutere (e soprattutto ad ascoltare). E dunque fu naturale, per me, chiedere a Roversi di leggere il mio dattiloscritto. Lui lo lesse, valutò, pensò, poi mi disse che sì, bisognava mandarlo a Italo Calvino. La cosa, se devo dirvi la verità, non mi impressionò più di tanto. Calvino? Ovvio! Che dio mi perdoni, ero proprio una ragazzetta presuntuosa… In ogni modo, confesso che mi sembrò la cosa più naturale del mondo: perché mai Calvino non avrebbe dovuto leggere i miei scritti? E in effetti, con una generosità che ho apprezzato solo più tardi, molto più tardi, anche lui li lesse (grazie a Roversi, ovviamente). Così cominciò una specie di carteggio. Lui mi disse che il libro non era male e che poteva essere pubblicato, se solo avessi fatto qualche correzione. Dovevo eliminare qualche incongruenza lì e qualche altra là… Rivedere il testo da pagina tale a pagina talaltra… E a questo punto, be’, ve l’ho già confessato: non ero precisamente il ritratto dell’umiltà. Il mio primo pensiero (neanche tanto nascosto) fu: ma come si permette? Non cambierò neanche mezza riga! Mai e poi mai! E così il libro rimase nel cassetto (dove è bene che stia, a perenne ricordo della mia presunzione di gioventù).

Ma ora veniamo al primo libro pubblicato. Non era passato molto tempo dal mio ‘gran rifiuto’, qualche anno appena. Tuttavia l’aria che respiravo, la visione del mondo, la vita quotidiana, ogni cosa aveva subito un rapido processo di trasformazione. Per farla breve: era scoppiato il ’68. La rivolta, la politica, non vedevo altro. E i miei compagni rivoluzionari (anche le mie compagne, almeno all’inizio) leggevano soltanto libri ‘seri’, ovvero saggi. I romanzi erano roba da donnicciole o da intellettuali borghesi e decadenti. Io non volevo essere né decadente né borghese, dio ne scampi!, però mi era impossibile smettere di scrivere. E fu così che mi rivolsi alla saggistica. A mia parziale discolpa, devo dire che non si trattò di una scelta opportunistica, per avere la lode dei compagni. In quel momento sentivo molto forte la mia origine meridionale, fiutavo ovunque il razzismo contro i ‘terroni’ e volevo capire meglio quella faccenda. Ecco perché scrissi un libro storico sull’unità d’Italia e la nascita del sottosviluppo del Sud. Me lo pubblicò un editore rivoluzionario, naturalmente, il mitico Bertani. Il suo ‘sì’ mi raggiunse mentre mi trovavo a Milano, in albergo, non ricordo per quale motivo. Ero così felice che decisi di concedermi un pomeriggio disimpegnato in compagnia della televisione. Ma in quell’albergo (non proprio di lusso) c’era soltanto una tivù a gettoni, antiquata anche per l’epoca. Insomma, passai un pomeriggio a guardare a pezzi e bocconi un vecchio western, inserendo ogni cinque minuti un gettone nella bocca affamata del televisore.

Passarono altri anni. Nel frattempo mi ero laureata con Luciano Anceschi e una tesi sulla struttura del romanzo: non era un argomento molto rivoluzionario, ma rispondeva ai miei bisogni più profondi. Del resto, non mi sentivo più una ‘donnicciola’, nonostante l’amore per i romanzi e le narrazioni: ero una donna e per di più femminista. E se questo ai miei compagni di lotta e d’avventura non piaceva, peggio per loro. Prese allora a tentarmi un nuovo progetto: un romanzo, come sicuramente avrete capito. Mi tormentava il ricordo di alcune foto che avevo pubblicato sul mio saggio meridionalista. Foto di donne del sud, tre contadine e ribelli, che avevano combattuto durante il grande brigantaggio post-unitario. Avevo dedicato così poco spazio a loro e alle loro vite… Era ora di rimediare. Mi dedicai a questo progetto per molti, molti anni. Non ero mai soddisfatta, non trovavo la ‘voce’, la prospettiva giusta…

Poi mi misi a scrivere. Anzi, a raccontare. E da allora non ho più smesso. Un’ultima cosa però voglio dirla. “La briganta” è il primo romanzo che ho pubblicato (non il primo che ho scritto, come ho provato a spiegarvi). La prima edizione è uscita con La luna, una piccola casa editrice di donne. Di donne meridionali. Il che non mi sembra affatto un caso. E la fotografia sulla copertina, scelta assieme all’editrice, mi commuove ogni volta che la guardo: perché quella donna stanca e ferita, con il fucile accanto, è proprio lei. La donna di cui volevo scrivere.


Maria Rosa Cutrufelli è nata a Messina, ha studiato a Bologna. Attualmente vive a Roma. Ha pubblicato nove romanzi (l’ultimo “L’isola delle madri”, Mondadori 2020), due libri di viaggio, un libro per ragazzi e vari saggi, tradotti in numerose lingue. Ha curato alcune antologie di racconti e scritto per la RadioTelevisione italiana diversi radiodrammi. Ha diretto la rivista letteraria ‘Tuttestorie’ e insegnato ʻteoria e tecniche della scrittura creativa presso lʼuniversità ʻLa sapienzaʼ di Roma.

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