Cronache letterarie/ Le parole a maglia di Jamaika Kincaid

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30833051_jamaica-kincaid-2La presenza di Jamaica Kincaid a un eccezionale Pordenonelegge 2014 è stata uno dei momenti più significativi dell’intera settimana. La presentazione del suo nuovo romanzo Vedi adesso allora (Adelphi 2014), dopo un decennio di silenzio, le ha permesso di raccontarsi in modo dolcemente ironico e autoironico, di chiarire maggiormente l’evoluzione delle sue storie, dei suoi personaggi e del suo particolarissimo modo di scrivere. Soprattutto del suo tempo narrativo che confonde l’adesso con il passato in un tutt’uno inestricabile. Il romanzo tratta di un matrimonio finito, autobiografico forse, ma sembra estraneo all’autobiografismo nonostante i personaggi e i luoghi siano facilmente rintracciabili. Il personaggio principale è il Tempo in tutte le sue sfumature e contraddizioni.

L’autrice racconta delle sue origini nel paradiso (visto così dai turisti) di Antigua dove apprende la lingua inglese esclusivamente dalla lettura della Bibbia nella versione di King James, in cui si sovrappongono due creazioni diverse: una in cui l’uomo e la donna sono esseri indifferenziati e l’altra in cui una nasce dalla costola dell’altro. Oltre alla Bibbia, praticamente l’unico libro disponibile in casa, la lettura della versione ridotta dell’ulteriore versione ridotta del dizionario della lingua inglese le suggerisce di classificare la realtà in nomi, aggettivi e verbi. La punizione per un suo comportamento scorretto a scuola, consistente nel ricopiare durante la notte i primi due capitoli del Paradiso Perduto di John Milton, la trova a simpatizzare e a entrare in sintonia con il signore dell’Inferno quando proferisce la sua famosa affermazione di principio: Better to reign in Hell, than serve in Heaven, (verso 263). (meglio regnare all’Inferno, che servire in Cielo) Queste sue letture limitate, con le loro storie ripetute da una parte e le classificazioni grammaticali dall’altra, modificano la sua percezione della realtà sociale e privata come realtà che continua a ripetersi sempre con lievi variazioni, con lievi cambi di prospettiva o raccontata da diversi personaggi: insomma un ricoprirsi della storia su se stessa, che richiama il progredire narrativo di Virginia Woolf.

Questa particolare visione del mondo le farà considerare le figure dei romanzi come dei meri nomi, i personaggi sono dei nomi, delle definizioni, mentre lei tende a creare persone nei suoi romanzi: le persone, a differenza dei personaggi-nomi, sono verbi – esse agiscono, modificando la realtà continuamente.

Il cosiddetto paradiso e il sogno tutto isolano e provinciale di frequentare la scuola e diventare un’insegnante si infrange contro la necessità della famiglia troppo numerosa che tradizionalmente sacrifica la figlia più grande per rimpinguare il magro bilancio, così Jamaica viene spedita nella realtà sicuramente meno paradisiaca di New York a fare la domestica. Cosa che Jamaica vive come una grossa privazione e con un grosso rancore tanto da confessare con umorismo luciferino di essersi guardata bene dal mandare i soldi a casa, diventando così la domestica meglio vestita degli Stati Uniti.

Le sue scritture serali dopo il lavoro vengono notate e il New Yorker le propone di scrivere per il giornale, giornale che Jamaica non aveva mai sentito nominare, ma accetta bleffando con un sonoro: Why not? Così si dedica totalmente alla scrittura, tanto da far promettere ad un suo amico di rinchiuderla in un manicomio se mai avesse avuto l’idea di sposarsi e di avere dei figli. Con ironia ricorda che in seguito tuttavia si è ritrovata sul serio con marito e figli e sotto sotto si è sentita grata che l’amico si fosse dimenticato della sua promessa.

Sandra Petrignani, che la presenta in modo preciso e raffinato, con una metafora molto azzeccata asserisce che se avesse definito il dipanarsi dello stile narrativo di Jamaica come una ouverture, sarebbe stato ovvio e immediatamente accettabile/accettato, mentre la presentatrice avrebbe pensato piuttosto ad un aspetto femminilissimo delle attività umane: lavorare a maglia. Nel fare la maglia si segue una struttura molto precisa che deve dare come risultato uno schema di disegno chiaro e razionale. Questa attività richiede la costante attenzione ad un disegno globale, mentre i singoli punti sono un farsi emotivo nella sequenza di maglie gettate, calate e riprese, di accadimenti che vengono dismessi per poi venire riconsiderati e rilessicati e questo modificarsi continuo è quello che si avvicina maggiormente alla dinamica di una storia da narrare.

Con ironia la scrittrice confessa che il successo e l’incoraggiamento a scrivere in quel modo per il New Yorker la farà seguire la stessa falsariga compositiva, nutrendo e incoraggiando la sua naturale propensione all’arroganza. Inoltre la renderà sempre più sicura nel dipanarsi dei suoi racconti, rappresentando la realtà e non limitandosi a intrattenere solamente i lettori, cosa che sembra essere una tendenza ingombrante nella letteratura americana contemporanea. Jamaica in effetti è stata spessissimo considerata non una scrittrice di intrattenimento; dichiara che scrive un romanzo proprio perché è vero e va narrato proprio per questo, rivelando accadimenti scomodi, imbarazzanti e dolorosi. La scrittrice pensa che sia meglio provocare e far rabbrividire i lettori piuttosto che limitarsi a divertirli. Questo suo modo di considerare la narrazione l’ha fatta mettere nella casella degli ‘arrabbiati’ e delle scrittrici che scrivono romanzi ‘di vendetta’. Ma Jamaica chiarisce di non essere la moglie del presidente francese, di essere una persona che sta bene nella vita, che è piuttosto felice e che si sta divertendo. Se fosse veramente in grado di scrivere romanzi di vendetta, sarebbe sicuramente smodatamente ricca.

Il mondo letterario, con le sue pastoie, non accetta di buon grado un autore donna, per giunta di colore, e tende a considerare la scrittura femminile solo come una scrittura autobiografica, visto che le donne non sanno fare altro che rispecchiare la loro funzione di mogli e madri. Nessuno, ad esempio, si sogna di criticare lo stile efficace di un John Updike, nonostante la sfilza dei suoi variegati tradimenti (by the way, he’s dead, sottolinea improvvisamente con ferocia divertita); questo non sarebbe stato fatto passare invece mai ad una scrittrice.

Ma anche i suoi libri autobiografici, per citarne uno: Autobiografia di mia madre, nonostante si ispirino senza dubbio a fatti realmente accaduti, sono leggibili come metafore precise di una ricostruzione del mondo. Questo libro ad esempio – dice – può essere letto come il rapporto difficile tra un paese conquistatore e dominante e le colonie oppresse. Puntualizza in modo molto originale la diversa percezione del tempo e dei fatti storici in generale tra i due lati dell’oceano: mentre per gli Europei il 1492 è una delle tante date in un fluire storico che li vede sempre protagonisti nella loro modificazione della realtà, nella creazione e ricreazione di errori e orrori che puntualmente dimenticano e da cui non sembrano trarre un grande insegnamento, dall’altra parte, dalla parte dei nativi, si attende stando seduti: ma, se le persone sono azioni, anche lo stare seduti è un’attività, è l’attendere che le cose succedano. Non occorre dire che lo stare in uno spazio e lo stare nel tempo sembrano affatto differenti nella rilettura dei fatti storici e nella sfera del privato.

Tirando una bordata corrosiva a critici e scrittori, soprattutto agli adoratori di Amazon, a cui ci si rivolge piangenti e supplicanti per farsi pubblicare, Jamaica dice che Amazon virtualmente la ignora e che questa è la potenza di essere liberi veramente (e riprende Milton nella osservazione: Better to write what I like than to serve Amazon).

L’incontro si chiude all’insegna di questa dolcissima ironia corrosiva, quando parla delle sue frasi lunghissime. Asserisce che le sue frasi si attorcigliano e si sviluppano di volta in volta in modo del tutto dissimile e spessissimo nella direzione contraria a quanto stabilito all’inizio, tanto da dipanarsi a volte per più pagine. Se il signore degli Inferi, citato più sopra, le si presentasse, offrendole la soluzione alla frase in cambio dell’anima, lei accetterebbe senza esitazione. L’unico problema – dice – è che lei ha tante frasi insolute e un’anima sola. Quindi non se ne fa nulla.

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Jamaica Kincaid, Vedi adesso allora, Traduzione di Silvia Pareschi, Adelphi, Milano 2014, pp. 161, euro 16,00

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