Grazia Livi 2/ Le lettere del mio nome. E del nostro

Quando ho saputo della morte di Grazia Livi ho cercato i suoi libri nella mia biblioteca e li ho allineati tutti insieme, in fila, e li ho sfogliati uno ad uno; poi ho aperto un cassetto della scrivania dove tengo i quaderni dei miei molti diarii, e ho preso quello in cui si sono accumulati anni di riflessioni sulla scrittura, aprendolo quasi all’inizio, tra il 1990 e il ’92. E poi ancora un mucchietto di sue lettere e biglietti scritti con una grafìa sottile ed elegante, via via sempre più esile e difficile da decifrare. Volevo ricostruire le tappe di un lungo colloquio, per salutarla. Uno dei suoi libri in particolare, Le lettere del mio nome, mostra i segni di qualcosa che va oltre la lettura: frasi sottolineate, paragrafi cerchiati, commenti a margine, punti esclamativi. Una trama di pensieri che risuonavano nei miei, aprendo spazi e illuminandoli di una nuova luce come mai mi era accaduto. Da quella prima lettura emozionante era scaturito il desiderio di condividerla con altre donne dell’associazione Margaret Fuller, di non tenere solo per me tutta la ricchezza e la bellezza che dilagavano da quelle pagine. Nacque così un gruppo di lettura che via via ripercorreva con sguardi molteplici e pensieri differenti la trama di quella storia che ci riguardava, e che Grazia Livi aveva saputo raccontarci in modo del tutto nuovo. Nelle sue pagine c’era la nostra vita, insieme a quella delle migliaia di donne che “avevano deciso di non chiamarsi più come prima”; e alla loro voce si univa quella di tante scrittrici che avevano scelto di seguire il richiamo della creatività diventando sé stesse, e i versi delle poete sparsi a piene mani tra le pagine, come un coro sommesso ma potente. L’effetto era stato dirompente, fatto di stupore, commozione fino alle lacrime, e fierezza di appartenere a quella moltitudine. Il femminismo lo avevamo vissuto e ci aveva attraversate, ne avevamo letto i testi, ma lei aveva saputo raccontarci fin dentro gli angoli più nascosti del cuore, anche attraverso la vicenda umana di alcune che avevano usato la scrittura per “regnare al centro di sé stesse”. Grazie a questa scoperta un piccolo numero di noi aveva esplicitato il desiderio di scrivere; qualcuna già lo faceva in modo solitario, strappando momenti preziosi alle incombenze della vita quotidiana, ognuna chiusa in “stanze” poco amiche della creatività, come lei ci aveva raccontato nel suo Da una stanza all’altra, mostrandoci come “la vera stanza richiede coraggio”. E così cominciammo a vederci tra noi, a parlare della nostra comune passione, a leggerci le nostre pagine e a ragionarne insieme. Trovando l’una nell’altra l’accoglienza al nostro desiderio. Sono nati in quell’oasi protettiva i miei primi racconti. E poi è arrivato l’incontro con lei per parlare del suo libro in pubblico; il suo giudizio su un mio racconto che con molta titubanza le avevo affidato, l’esortazione a proseguire su quella strada che con tanta fatica e dubbi sentivo di voler percorrere. Un’autorizzazione di cui avevo bisogno, e che mi ha accompagnata per tanto tempo, insieme ai pensieri depositati nel quaderno di scrittura che testimoniano quella fase così feconda della mia vita.

In una lettera dell’aprile del 1992 mi scriveva: “Da varie parti m’è giunta la testimonianza che ‘Le lettere del mio nome’ ha dato un avvio, ha rotto un indugio, una inibizione, ha dato coraggio. La fecondità del mio libro è il mio maggior vanto…E’ molto bello per me sapere d’aver contribuito allo svolgimento di un cammino. Sì, questo è il vero premio delle mie fatiche”.

E se oggi siamo tristi perché lei ci ha lasciate, è bello sapere che ha sentito la nostra riconoscenza, e che ha avuto fiducia in tutte noi, come testimonia il verso di Julia Lang messo a suggello del libro: “…Presto assomiglierò al mio nome.”

*In primavera presso Jacobelli uscirà la ristampa di Le lettere del mio nome, a cura di Anna Maria, con la post-fazione di Liliana Rampello

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