Le libere donne di Damasco

9788807491955_quarta.jpg.600x800_q100_upscaleLa città di Damasco è al centro del nuovo romanzo di Suad Amiry, un elogio della bellezza e della civiltà siriana, in un momento in cui la Siria è travolta dalla violenza e migliaia di profughi si riversano in un’Europa che li respinge insieme agli altri migranti. Suad Amiry, nata a Damasco da madre siriana e padre palestinese, e cresciuta tra Amman, Damasco, Beirut, dopo essersi dedicata alla Palestina nei suoi libri precedenti, vuole così rendere omaggio al mondo raffinato della Siria travolta ora da fanatismo e guerre – ha dichiarato anche in una intervista – proprio attraverso la storia della sua famiglia e tre genealogie di donne.  Ma gli europei, si chiede giustamente , non ricordano i tempi in cui anch’essi sono stati sfollati e profughi? E che molte migrazioni sono l’onda lunga delle guerre provocate proprio dall’Europa? E tuttavia l’evocazione di Damasco risuona magica e favolosa, anche mentre si riempie di violenza e di fantasmi.

Il racconto inizia nel 1926 quando Teta, la nonna dell’autrice, torna al villaggio palestinese di ‘Arrabeh alla morte imminente della madre, dopo trent’anni di matrimonio (quello fu un giorno felice per tutti, “fatta eccezione per le decine di pecore e di cammelli sgozzati” per il festino) con il nobile damasceno Jiddo, e arriva all’oggi. Sono in particolare le zie Karimeh e Laila ad emergere nella storia, donne moderne, anticonformiste, con cui Suad è cresciuta: la prima riesce ad imporre, da nubile, alla famiglia – nonostante l’opposizione di alcuni uomini – l’adozione di una bambina e la seconda conduce una relazione con una donna. È per questo motivo che si trasferiscono negli anni trenta a al-Salt, suscitando curiosità per aver lasciato lo “splendore” della casa paterna stabilendosi in una “polverosa e insignificante cittadina giordana”. Laila era riuscita a far credere di essersi sacrificata accompagnando Karimeh a insegnare in una delle poche scuole elementari femminili esistenti in Giordania, ma quasi tutti sapevano che non era vero.

La vicende familiari sono scandite da eventi politici: con la rivolta del 1929 contro la creazione di un focolare ebraico in Palestina, il padre di Suad era dovuto fuggire da Giaffa e rifugiarsi a al-Salt dove farà il preside. Ma in altre occasioni successive è messo in prigione, come nel 1958 quando Suad viene mandata a iniziare le elementari dalle zie: “è un uomo di sinistra, – spiega la sorella Nana – non esattamente un arabo nazionalista, né esattamente un comunista, ma è molto vicino al partito comunista”, un uomo che ama il suo paese ed è contrario al Patto di Baghdad (1955), l’alleanza anticomunista voluta dall’Occidente: la piccola Suad/Lulu è stravolta dalle incomprensibili spiegazioni dettagliate di Nana e preferisce quasi la versione del compagno di scuola Nabil secondo il quale il padre avrebbe rubato pomodori, anche se per anni non riuscirà a mangiare i pomodori. La madre Samia rifuggiva anche mentalmente dalla lotta politica del marito rifugiandosi nei racconti di feste e ricevimenti del cugino Wasim: “Malgrado il suo amore intermittente per il marito, la famiglia e Gerusalemme, la mamma non aveva mai smesso di esprimere la sua inguaribile nostalgia per Damasco e la casa paterna”.

Samia non amava cucinare e faceva un uso intensivo della pentola a pressione, per cui riusciva “a massacrare o scempiare uno dei più famosi piatti della cucina mediorientale, gli involtini di foglie di vite e la zucca ripiena”. Quel piatto, che richiedeva quattro o cinque ora di preparazione, ci metteva pochi minuti “a scoppiare nella pentola a pressione della mamma”. Nella loro “inquieta vita coniugale” il padre non si lamentava mai finchè “il formaggio salato non li divise”, nel senso che morì d’infarto massivo, dopo aver dovuto mangiare a colazione e cena per anni il Nabulsi “l’immangiabile” formaggio salato, il più salato di tutti i formaggi. Una famiglia complessa, con segreti, la sua, fra non detti e tensioni, ma “nessuno avrebbe potuto darmi più sicurezza – osserva l’autrice – della mia famiglia. E neanche, per dirla tutta, più insicurezza e fragilità”: del resto “non è forse questa la natura intrinseca di ogni famiglia e delle sue dinamiche? Nessuno ci ama tanto, e nessuno ci fa così male”. La narrazione è così attraversata dall’ironia di Suad Amiry, che sdrammatizza e scandisce figure e momenti.

Nell’affabulazione le pagine sono dense dei vari avvenimenti, dalla prima notte di Teta alle strategie per limitare la gravidanza, alla Grande Bouffe del venerdì, un pranzo di gala, con diversi piatti principali e un numero incalcolabile di antipasti, che riuniva cinquanta membri delle famiglie Barondi e Jamal e “la baraonda mimetizzava la vera natura del convivio” che perpetuava incomprensioni e tensioni, ma aveva anche “un risvolto terapeutico”, perché in quel giorno ci si poteva lamentare.

Come spiega l’autrice nella nota finale, questa non è una storia vera perché si considera una “scrittrice dislessica”, e soprattutto perché influenzata da donne che, come la madre e la cugina adottiva Norma, non sapevano distinguere la realtà dall’immaginazione, perciò si può definire una “fiction non finzionale o non fiction finzionale”, in cui i ricordi sono pieni di “contraddizioni” e “smagliature”.

Se il gioco ironico serve a ricucire le vicende familiari fra tradizione e innovazione, mentre il vissuto privato si fa storia, il legame fra memoria, creatività e scrittura è complesso, tuttavia scrivere di sé e del mondo «è come una tela di ragno che se ne sta attaccata, in maniera forse lieve, ma pur sempre attaccata, alla vita, con tutti e quattro gli angoli» (Woolf).

Suad Amiry, Damasco, cura e traduzione dal’inglese di Maria Nadotti, Feltrinelli 2016, pp. 267, ill., euro 16,00

Suad Amiry, intervista radio3/Fahreneit, 21.3.2016.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, trad. di Maria Antonietta Saracino, Einaudi 2006.

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