Erotica, come la morte

foto di Valeria Paniccia

Extraterreni, la serie tv scritta e condotta da Valeria Paniccia, autrice e regista, per RaiSat, attraversa i cimiteri monumentali di molte città italiane ed estere, in compagnia di guide particolari, alla ricerca di memorie ed emozioni di uomini e donne del passato. Nella puntata al Monumentale di Milano, Gae Aulenti accompagna l’autrice in un percorso nell’architettura che alterna bellezza, pathos e simboli, cercando una mappa dei saperi e delle forme che  restituiscano la rappresentazione della morte. Diventa un viaggio nella passione della vita, nel perdersi in una sorta di città silenzosa per ricreare una cartografia senza tempo e farsi guidare da chi ha conosciuto o studiato i sepolti che ancora ci parlano.

Come è nato questo progetto che attraversa i cimiteri di molti città, che cosa cerchi nel tuo viaggio tra le tombe, accompagnata sempre da un diverso Virgilio?

«L’idea è nata quasi per caso. Stavo scrivendo un libro su alcune attrici tra cui Marilyn Monroe e volevo trovare la data di nascita della sua doppiatrice italiana, Rosetta Calavetta, ma non trovavo documentazione. E’ accaduto più di 10 anni fa, allora non c’era la possibilità di fare ricerche in rete come oggi. Chiesi a Elio Pandolfi, che aveva lavorato con lei, e lui mi accompagnò al Cimitero del Verano, a Roma, dove è sepolta. Ho varcato una soglia che è per molti un tabù, mentre passeggiavo con lui mi si apriva un mondo perché incontravo tanti autori che lui aveva frequentato, da Silvio d’Amico a Vittorio Gassman. Scoprii un luogo per nulla spettrale, capace di suscitare stupore ad ogni angolo, quasi un giardino pieno di memorie e di vita che potevano essere raccolte e raccontate. Non c’è voluto molto a capire che guidata da una persona che avesse avuto rapporti personali o relazioni anche culturali con i sepolti, il racconto poteva arricchirsi, diventare più stimolante. Subito ho avuto l’idea, collaborando con la RAI già dal 1991, di preparare un format su questo progetto di passeggiate nei Cimiteri monumentali, arricchendo il percorso su autori e autrici incontrati anche con il materiale tratto dalle teche della RAI. Io non immaginavo che i Cimiteri monumentali fossero dei veri e propri musei a cielo aperto. Realizzai la serie anche all’estero, a Parigi, a Los Angeles, a Mosca, e in ogni luogo mi recavo con persone che potessero farmi da guida, ogni volta trovavo nuovi motivi di arricchimeto. Finita la serie sentii l’esigenza di scrivere un testo perché molto era rimasto fuori dalle telecamere; quando, per esempio, andando sulla tomba di Ezra Pound con Massimo Cacciari, ho messo nella trasmissione anche un pezzo degli archivi delle teche RAI sull’incontro di Pound con Pasolini, mi è capitato di conoscere l’operatore che quell’anno aveva fatto la registrazione, a Dorsoduro, nella casa di Pound, e mi ha raccontato cose che non sono mai  state scritte né sono state mai trasmesse. Da lì ho capito che il discorso si poteva ancora arricchire e ho scritto un testo letto da alcuni attori; finita la serata teatrale, un’amica mi si è avvicinata e mi ha detto: “Mi è piaciuto come hai trascritto queste statue incontrate nei cimiteri, pose di erotico abbandono”. Che cosa avevo fatto? Mi ero imbattuta durante le passeggiate in numerose statue di donne discinte o nude, edificate dal 1880 al 1920, che accompagnavano le tombe, e nel raccontarle avevo usato queste espressioni. A casa, rivedendo il mio archivio, scoprii che avevo molto materiale su questo tema e così sono andata avanti nella mia ricerca, fotografando altre tombe con figure femminili, nei diversi cimiteri. Mi sono resa conto che non erano immagini casuali ma era un modo diverso di pensare alla morte, un modo affidato agli scultori che si rifacevano a una corrente letteraria e artistica in voga a quel momento, il Simbolismo. È un pensare alla morte senza paura, identificandola con una bella donna che coniuga eros e thanatos. Questo mi ha sorpreso, e sono andata sempre di più a fotografare queste belle staue di donne in marmo o in bronzo, di autori che hanno fatto veramente la scultura italiana. Sono stati scultori importantissimi, spesso chiamati anche all’estero, proprio per quelle statue ebbero commissioni importanti. Poi ho ripreso le immagini fotografate su lenzuoli svolazzanti e ne ho fatto installazioni nelle chiese, nei palazzi medievali. E’ nato un percorso artistico interessante, un invito a guardare in modo diverso le immagini, a cogliere le suggestioni delle storie anche in quelli che potrebbero essere dei percorsi che inquietano. Una lapide non è un muro ma una porta».

Fermiamoci un po’ sul primo tema: il recupero del luogo-cimitero come spazio di comunicazione, di attraversamento e di passeggio. È legato alla nostra cultura passata, in diverse nazioni il cimitero è sentito come luogo di frequentazione, pensiamo al Père-Lachaise di Parigi

«Dove sono stata. Per quanto riguarda i Cimiteri monumentali italiani bisogna dire che i più belli sono quelli di Milano, di Torino, di Genova. Lì c’era una borghesia importante e ricca, propensa a impegnare una parte consistente del patrimonio per la propria monumentalità nel riposo eterno. Se nel 1850-1860, la corrente artistica si rifaceva ancora al realismo, con la rappresentazione del defunto sul letto di morte, vestito secondo il costume dell’epoca e della classe sociale di appartenenza, spesso con gli strumenti di lavoro, dopo si avvia un discorso diverso, simbolico. Frequentare i cimiteri significa capire la rappresentazione della morte per un’epoca, avere una visione dal vivo di una società nelle sue più intime e pubbliche rappresentazioni; capire il senso della morte per una certa epoca stimola il confronto».

Ti è capitato di andare a cercare tombe di scrittrici nel tuo girovagare per i cimiteri?

«Sì, ad esempio nel Cimitero acattolico di Roma, già Cimitero degli Inglesi, presso la Piramide Cestia, c’è un cippo dedicato a Joyce Lussu, traduttrice, scrittrice importante, coautrice di molte imprese di suo marito Emilio Lussu. Maria Montessori è sepolta al Verano. Quando uno vede una lapide che colpisce, poi ha voglia di conoscere la storia della persona, così a me è venuto il desiderio di ripercorre la sua vita travagliatissima. Anche Sibilla Aleramo è al Verano, la tomba non è di grande pregio ma è una lapide che segna, tutti suoi diari non sono ancora stati pubblicati».

Quest’anno è il centenario di Joyce Lussu, ci sono alcune manifestazioni soprattutto di donne, che la ricordano. Tu hai scritto qualcosa su questo incontro, hai fotografato il cippo?

«Ho visitato la sua tomba con Margherita Hack, lei aveva incontrato Joyce Lussu, e nel nostro percorso l’abbiamo sfiorata. Ci siamo soffermati di più su persogaggi con cui lei aveva avuto delle interferenze, siamo andati da Gramsci, da Shelley, da Keats, da Gregory Corso, da Dario Bellezza. Joyce Lussu l’abbiamo semplicemente ricordata con un pensiero. Lì sono state sparse le ceneri, Joyce è stata cremata e quel cippo ricorda la sua figura. Ricordare le persone solo nella propria memoria o intimità mi pare meno significativo. E’ importante la memoria che sia anche testimonianza, soprattutto per i giovani».

Torniamo all’aspetto più creativo della tua ricerca, l’incontro con le donne discinte, e questa tua idea di riportare le immagini su un grande lenzuolo, quasi a dare una nuova vita, un movimento, ma anche un respiro vitale alle immagini. Lo hai chiamato “Erotico Abbandono”. Qual è stato il riscontro del pubblico?

 «Quasi di imbarazzo. Molte di queste statue di donne mostrano una sessualità aperta, esplicita, ma a volte questi nudi sono talmente casti da fermare lo sguardo. Anche il maschio nel periodo simbolista viene ritratto nudo, ma quasi come antagonista alla donna. Mentre la donna non ha mai lo sguardo rivolto verso gli spettatori, l’uomo è rappresentato nudo ma pensante, alla Rodin, con la sua forza fisica rilassata, nella prostrazione del dolore, mentre la donna è spesso rappresentata nella consapevolezza della sua bellezza, a volte languida. Non è tanto una posizione a indurre il pensiero, ma quello che la posizione vuole indicare. Ad esempio un giorno mi sono imbattuta nella tomba della famiglia Campari, al Monumentale di Milano. Qui c’è una scena leonardesca realizzata da Giannino Castiglioni, un grandissimo architetto. Venendo via da quella tomba ho incontrato la statua di una ragazza, con i seni nudi offerti, le mani rilasciate, lo sguardo perso, quasi in una posizione di estasi, sembrava una posizione post orgasmica, a significare la trasfigurazione dell’anima, la sua ascesa al cielo. Spesso dietro una sensualità aperta si vuole trasmettere l’idea di una morte intima. C’è ad esempio una tomba al Verano che costituisce quasi un unicum: una Venere Callipigia, dolente e nuda con un sedere bellissimo, realizzata da uno scultore architetto che si chiama Ettore Ximenes per un senatore morto nel 1902, Francesco Paternostro. E’ meravigliosa e dietro c’è una storia interessante. La Venere si appoggia a un sarcofago che ha rappresentata una scena con Giuseppe Garibaldi trasportato in lettiga. Ho scoperto che Francesco Paternostro, giovanissimo, aveva fatto la guerra in Aspromonte insieme a Garibaldi, fuggendo poi a Lugano dove si era salvato. Poi diventò senatore a 42 anni. Allora la Venere del monumento compiange questi giovani fermati dall’esercito piemontese nella loro salita verso Roma, molti furono trucidati a diciotto anni, quindi la Venere completamente nuda, con questo sedere maestoso, in realtà compiange, protegge i giovani patrioti. Dietro ogni nudo c’è un significato altro ed è bello cercare queste emozioni nel momento del trapasso. Con le statue di donne discinte si voleva indicare che la morte non necessariamente doveva essere un momento di tragedia, di rottura, ma poteva essere accomunato alla sessualità, all’eros».

Come scegli le tue guide? Perché, ad esempio, la scelta di Gae Aulenti come guida al Monuentale di Milano?

«E’ stato un doppio incontro. Nonostante Gae Aulenti vivesse a Milano da cinquant’anni, non aveva mai messo piede al Monumentale, me lo ha confessato lei. Ha accettato di farmi da guida dopo che le ho inviato un libretto sul Monumentale, che ha letto. Da una parte lei era indignata da quello che vedeva, non ha molto apprezzato questo rappresentarsi opulento della borghesia milanese, dall’altra, quando incontravamo un’opera d’arte rimaneva ammaliata. Molte delle statue sono a sé, ogni famiglia si autorappresentava senza tener conto del contesto vicino, quindi l’insieme non ha coordinazione compatibile. Accanto a questo caos, tuttavia, ci sono statue d’arte affascinanti, come un’opera di Lucio Fontana, o di Medardo Rosso, che l’hanno estasiata».

Questo è un progetto che andrà avanti? Quali sono le linee che guidano la tua ricerca?

«Ho già portato le installazioni in alcuni luoghi particolari, come chiese, o palazzi medievali. Ho partecipato alla 54°Biennale d’Arte, Padiglione Italia, alla Sala Nervi di Torino, al Festival Popsophia a Civitanova Marche questa estate, ho fatto una installazione a Palazzo Renzo a Bologna, e ora a Roma. L’idea è quella di trovare dei luoghi particolari, dove questo senso del sacro si esalti. Mi interessa che le immagini si relazionino con il luogo. Poi ho in mente di scrivere un libro su tutta questa esperienza. Relazionarsi con gli editori è durissimo perché l’idea che l’impatto con la parola morte dà è difficile da far accogliere, è come rompere un tabù. Mentre è stato più facile con la Rai, è molto difficile con la parola scritta, il cimitero fa ancora paura. Le linee guida sono state, all’inizio, la ricerca dei grandi sepolti in senso foscoliano. Poi, nel proseguimento del percorso, la cosa curiosa fu che erano le storie che mi venivano a cercare, attraverso le tombe entravo in contatto con persone e storie sempre diverse e uniche. Una tomba meravigliosa, ad esempio, è quella di Isabella Casati, una donna comune, morta di parto a 26 anni. Il marito chiamò lo scultore Enrico Butti, artista importante, che realizzò una tomba fascinosa e dolce, rappresentando la donna nelle sue fattezze naturali, nella sua bellezza, ma addormentata, con il seno nudo e un crocifisso sul petto. Una cosa scandalosa per la fine Ottocento, ma la tomba ebbe talmente successo che l’anno dopo l’autore e la tomba finirono sulla copertina di un importante giornale come L’illustrazione italiana. Colpiva soprattutto l’idea di rappresentare una morte “laica”, questa signora sta in casa sul suo letto, poggiata su due cuscini, con una coperta avvolgente, è una morte domestica e quasi sognata; lei è bellissima e rimanda un’idea dolce e lieve della morte, lontana dalle immagini terrificanti di colpa e punizione».

Erotico Abbandono

 Gae Aulenti  e Cesarina Vighy a Extraterreni

 

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestFacebooktwitterpinterest GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.
La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
Categorie
2 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.