I molti volti delle donne musulmane

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Le italiane della mia generazione misurano la distanza che separa il secondo dopoguerra dal terzo millennio anche dalla centralità che ha assunto l’Islam nel nostro immaginario e nel nostro discorso. E misurano la distanza che separa i rapporti di genere di allora da quelli di adesso anche dal modo in cui viene tematizzato il rapporto tra donne e Islam. Il velo, tanto per citare subito l’oggetto più controverso, era per noi un simbolo di esotismo assai più che un simbolo di disparità, e ciò in quanto eravamo assai dispare anche noi rispetto agli uomini: sia negli usi e nelle costrizioni vestimentarie, sia nelle norme giuridiche e sociali.

Oggi, che il discorso intorno all’Islam si è imposto nelle nostre terre d’Occidente, è cresciuta la domanda di conoscenza, la voglia di sentircelo raccontare: quasi come la mia generazione aveva voglia di sentirsi raccontare l’America. Ecco allora tre voci di donne che offrono questa narrazione sotto forma di tre percorsi attraverso il mondo dell’Islam, tre punti di vista, tre viaggi: un viaggio geografico, un viaggio storico, un viaggio nella psiche. Le prime due appartengono alla generazione delle nostre figlie, quelle cresciute con l’islam in casa; la terza a quella delle madri, che prima di preoccuparsi dei diritti delle loro sorelle musulmane hanno dovuto a lungo battagliare per i propri e si chiedono oggi se sia davvero una battaglia vinta.

Con quale garbo Francesca Caferri ci guida alla scoperta del mondo delle donne musulmane! Che l’autrice mi perdoni, il garbo oggi è raramente considerato una qualità. Ma non mi viene in mente termine migliore per definire una narrazione che si contrappone alla truculenza  e al tono apodittico che vanno per la maggiore quando si parla di Islam, di donne, di veli e ora di primavere arabe e autunni fondamentalisti. E che nasce dall’esplicito intento di raccontare una storia diversa da quella che la maggior parte dei giornalisti ha raccontato per anni «come un disco rotto: l’estremismo fanatico, le scuole religiose che incitano all’odio, la sottomissione del sesso femminile, le poche eroine controcorrente».

È un viaggio nello spazio, quello di Francesca Caferri, un attraversamento di regioni e paesaggi che parte da quelli a noi più vicini e familiari – l’Egitto dove vissero floride comunità italiane – per portarci man mano in regioni sempre meno conosciute, spiazzanti, inquietanti, perigliose.  Ecco lo Yemen dove si può viaggiare per venti giorni senza scorgere i tratti di un viso femminile, ma dove una bambina di dieci anni riesce a fuggire da un matrimonio forzato e dove esiste un giudice a Sana’a che tali nozze annulla, e una donna guida la rivolta del 2011 e riceve il premio Nobel. Ecco l’Arabia Saudita, dove il separatismo tra i sessi non ammette eccezioni: qui le donne non possono guidare e sono sottoposte alla tutela di un guardiano maschio ma studiano all’estero con borse di studio del governo e fanno le giornaliste e le blogger. E ancora i teatri di violenza come il Pakistan, che non è solo il paese di Benazir Bhutto ma quello di donne avvocato che difendono donne cristiane, a fianco di ministri e governatori uomini che per questo vengono assassinati; e i teatri di guerra come l’Afghanistan dove sono gli occidentali i primi a dimenticarsi dei diritti delle donne nel nome dei quali hanno fatto la guerra ora che da questa guerra vogliono uscire. Scopriamo che nelle terre dove le donne sono invisibili e il mestiere di donna è pericoloso le donne fanno al contempo le moglie e le madri, le giornaliste e le rivoluzionarie, sostenute da padri, mariti, figli: roba da far impallidire la “conciliazione” come intesa da noi.

Il percorso termina in Marocco, paese familiare e rassicurante dove però l’autrice ci riserva l’ultima sorpresa, affiancando all’icona del femminismo islamico Fatema Mernissi – di cui tutte conosciamo La terrazza proibita – la figura assai meno mediatizzata di Nadia Yassine che «sembra fatta apposta per sovvertire tutti gli stereotipi che il mondo occidentale ha riguardo alle donne musulmane»: femminista e velata, figlia di sceicco e pubblica oratrice, madre di quattro figli e leader di manifestazioni, cultura alto-borghese e stile di vita da ceto medio-basso. Il messaggio della Caferri è chiarissimo: a chi volesse approfondirlo consiglio di visitare alcuni dei blog di cui parla, come il delizioso Saudiwoman’s Weblog che grazie a questo libro ho scoperto.

Quello di Renata Pepicelli invece è innanzitutto un viaggio nel tempo – nella storia, nella memoria, nella tradizione e nella politica dell’Islam – attraverso il suo simbolo più potente e dirompente: il velo. Dai riferimenti al velo nel Corano e dalle interpretazioni che ne dà la tradizione, l’autrice muove in molteplici direzioni che scavalcano le rappresentazioni correnti. Ci viene ricordato che il velo femminile è stato pratica diffusa in tutta l’area mediterranea, prima dell’Islam e al di fuori di esso (e potremmo aggiungere, pensando al nostro Sud, fino ai giorni delle nostre madri). E che se è diventato «l’emblema per eccellenza dello scontro tra Oriente e Occidente» ciò si deve anzitutto a quel variegato filone del pensiero occidentale noto come “orientalismo” che nel XIX secolo è andato a braccetto con le politiche coloniali delle potenze europee.

La Pepicelli legge le vicende alterne dello svelamento e rivelamento delle donne dal punto di vista di queste ultime – studiose, femministe, riformatrici, rivoluzionarie – e delle loro relazioni con i dominatori coloniali, le élite nazionaliste, le autorità religiose. Colpisce come questa storia che ha percorso tutto il Novecento sia stata pressoché ignorata (o piuttosto rimossa) in Occidente, al di fuori di una stretta cerchia di “orientalisti”. Tutt’al più, la sinistra impegnata qualche idea al di fuori degli stereotipi correnti se l’era fatta leggendo Fanon (che la Pepicelli meritoriamente ricorda) durante la guerra d’indipendenza algerina. Ben diversa è la situazione oggi: la rinascita del velo nei paesi islamici e tra le comunità della diaspora interpella tutti, anche a seguito di vicende che si sono imposte all’opinione pubblica, spaccandola regolarmente, a cominciare dall’affaire du voile iniziata in Francia nel 1989 nel liceo di Creil e terminata con l’approvazione della legge detta “anti-velo” nel 2004.

Ad una opinione pubblica critica l’autrice offre due prospettive inedite. Da un lato rileva quanto il velo, oggi, lungi dall’escludere le donne dallo spazio pubblico sortisce l’effetto opposto: dà loro visibilità, le rende protagoniste di un confronto la cui posta in gioco si estende alla natura del dominio politico e all’esercizio dell’egemonia culturale in un contesto di ritorno delle religioni e del loro riposizionarsi nella sfera pubblica. D’altra parte, proprio con la riappropriazione del velo da parte delle donne – è questa la seconda prospettiva – si rafforza la polisemia del simbolo: non solo religioso ma politico, identitario e, sempre di più, anche estetico. Il materiale grafico e fotografico che l’autrice ha inserito nel libro documenta infatti in modo inequivocabile quanto nel porto del velo si stiano inserendo sempre più diffusamente elementi, ludici, seduttivi, di moda, intercettati con decisione da un mercato in espansione: fatto questo che potrebbe rivelarsi un fattore di laicizzazione assai più forte di qualunque legge.

Nel frattempo però il discorso del velo ha portato nella sfera pubblica quegli elementi appartenenti al mondo del sacro e del simbolico che il razionalismo occidentale ne aveva espulso, ricacciandoli nell’inconscio collettivo. Ben venga dunque un approccio che tal contenuti si propone di esplorare con gli strumenti della psicologia junghiana.  Alzare il velo, come recita il titolo del terzo volume di questo percorso, è una metafora con un duplice significato. Si riferisce anzitutto, per i due autori – una psicanalista junghiana e un pastore luterano, entrambi americani – al «velo d’ignoranza del mondo occidentale» riguardo all’Islam e alla religione musulmana. A questo fine viene offerta, oltre ad una sommaria descrizione dei significati del velo nell’Islam, anche una lettura delle vicende storiche e politiche del rapporto tra Occidente (e in particolare Usa) e mondo islamico la quale – per l’atteggiamento estremamente critico nei confronti di Usa ed Europa – non è certo quella mainstream, soprattutto dopo l’11 settembre 2001. In secondo luogo, si vuole “alzare il velo” sull’«inconscio culturale» di ambedue le parti in causa, portando alla luce quelle fantasie, paure, aspirazioni e frustrazioni che nel corso della storia sono state rimosse dalla coscienza collettiva e proiettate sull’ “Altro” con un gioco reciproco di specchi deformanti.

Non convince tuttavia una chiave di lettura che appare riduttiva nel ricondurre il disagio di  entrambe le civiltà – quella orientale islamica ma anche quella occidentale giudaico-cristiana – alla sola rimozione/repressione del “principio femminile”. E che si ferma alla figura di Shahrazad – straordinaria certo ma edulcorata da secoli di letteratura per l’infanzia – e non si misura con altre figure a noi più lontane, a cominciare dalle mogli del profeta, dall’amatissima Khadija di quindici anni più vecchia di lui all’ancor più amata Aisha, al contempo sposa-bambina e sposa guerriera

Francesca Caferri Il paradiso ai piedi delle donne Mondadori, Milano 2012 164 pagine,  17 euro

Renata Pepicelli Il velo nell’islam Storia, politica, estetica Carocci, Roma 2012 159 pagine, 14 euro

Jane Kamerling, Fred Gustafson Lifting the Veil Carmel (CA) Fisher King Press 2012

 

 

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