Quando un bacio è un affare di stato

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Una giovinezza difficile: da quando il padre, nel 1907, diede segni di squilibrio mentale, Elizabeth Dorothea Cole Bowen (Dublino, 1899 – Londra, 1973) e sua madre Florence dovettero abbandonare l’Irlanda e trasferirsi in Inghilterra a caccia di una sistemazione. Ma nel 1912 Florence morì ed Elizabeth fu allevata dalle zie.

Tutto questo si ritrova nel corposo romanzo pubblicato da Neri Pozza: la protagonista, Portia, resta orfana di entrambi i genitori e viene “collocata” per un anno presso il fratellastro, in attesa di essere piazzata presso qualche zia. Per quanto The Death of the Heart, La morte del cuore, apparso nel 1938, sia stato definito da Time magazine uno dei migliori cento romanzi moderni, non manca di difetti. E non è così autobiografico come sembra, almeno perché Elizabeth si riflette anche in un altro personaggio, Anna, moglie del fratellastro di Portia e donna perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, pur dietro la corazza dell’educazione britannica. La stessa Bowen lo definì “un romanzo pre-bellico”, ovvero una storia in cui tutti sono fin troppo attenti a se stessi e non sembrano affatto interessati al prossimo. Chiarì anche che il tema fosse, come le accadeva spesso, la perdita dell’innocenza (di Portia). Aveva puntualizzato: «Non è soltanto nostro destino, ma anche nostro interesse perdere l’innocenza». Lo ricorda Patricia Craig nella bella postfazione.

Molto in sintesi la storia, che ha, fra l’altro, un finale aperto: Portia e il fratellastro Thomas hanno in comune il padre, inappuntabile gentiluomo fino al giorno in cui ha perso la testa per la giovane Irene, l’ha messa incinta, per lei ha divorziato e ha cominciato a vagare con la nuova famigliola in squallide pensioncine europee. Spedita a casa del fratellastro dopo la morte della madre, Portia è del tutto spaesata. Ha 16 anni e le sono estranee sia l’ipocrisia di fratello e cognata, sia la perfidia di tutta una serie di personaggi, più o meno senz’arte né parte, che ruotano loro intorno. Nel collegio per ragazze (destinato a tutto fuorché a renderle istruite e consapevoli) ha solo un’amica, Lilian, incarnazione della maliziosa vacuità delle fanciulle da marito. In casa, l’unica a prestarle ascolto è una vecchia governante, grumo di pregiudizi e ottusità. La ragazza si innamora di un piccolo parassita pieno di sé, Eddie, che ha un legame perlomeno ambiguo con la cognata. Quando scopre che tutti se la ridono della sua ingenuità decide di non tornare più a casa. In sintesi: succede poco, in quasi 400 pagine. Peccato poi che la Bowen non si sia risparmiata alcune filippiche pseudo-psicologiche. E dunque: la vicenda apparirebbe, agli occhi di una ragazza di oggi, incomprensibile. E da qui nasce il suo interesse. Perché non solo la Bowen è bravissima a descrivere come i personaggi si perdano (tutti) in un bicchier d’acqua e come perfino un bacio possa costituire, in certi contesti, un affare di Stato. Ma perché solo rileggendo questi romanzi ci rendiamo conto del cammino percorso.

Intendiamoci: non è che oggi a 16 si sia molto più “armate” contro i sentimenti e la loro incontrollata esplosione. Ma da una parte il mondo degli adulti è meno concentrato (almeno nei contesti borghesi e urbani) a prendere a cuore questioni come “onore” e “rispettabilità”. Dall’altra le ragazze sanno di aver conquistato il diritto alla mediocrità e agli errori: sanno che si può amare molte volte, e che molte volte quello che provano non si chiama amore. Oddio, un dubbio viene sempre: lo sanno davvero? Un film terribile e vero come Bellas Mariposas, di Salvatore Mereu (2012) racconta come anche nei contesti più degradati, in questo caso la periferia di Cagliari, resista nelle adolescenti un sete di autenticità e un senso di assoluto che rende tragedie le inezie e inezie le vicende gravi (innamorarsi è un dramma, fare sesso a pagamento no, perché innamorarsi è una cosa che ti cambia e fare sesso no).

In ogni caso la Bowen è da riscoprire anche per un sarcasmo che le permette di denudare i personaggi, fino alla loro intima inutilità: sono tutti rispettabili e tutti insignificanti, come gran parte dell’umanità.

La Bowen ebbe un matrimonio descritto come “sexless”, senza sesso ma felice. E una serie di relazioni extraconiugali. Fu in politica una conservatrice, durante la guerra lavorò per il Ministero dell’informazione (fece la spia tra i suoi connazionali per sapere che ne pensassero della neutralità irlandese) e fra le persone che accolse nella sua tenuta, Bowen’s Court, ci furono Virginia Woolf, Eudora Welty, Carson McCullers e Iris Murdoch, ovvero alcune delle migliori scrittrici della sua epoca. Passò gli ultimi anni in gravi difficoltà economiche e morì di cancro. Il suo ultimo romanzo, Eva Trout, apparve nel 1968 e fu tra i finalisti del Booker Prize del 1970. Se fosse stata un uomo, inutile aggiungerlo, le sarebbe probabilmente andato tutto meglio.

Elizabeth Bowen, La morte del cuore, traduzione di Laura Lovisetti Fuà Neri Pozza 2012,  441 pagine, 16,50 euro

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